giovedì 23 novembre 2017

Due “sottili” esperienze napoletane




La prima: Abbiamo deciso di regalarci un fine settimana artistico-culturale nella meravigliosa città di Napoli. Così, sabato mattina, dopo aver vagato tra i palazzi del centro storico della città, ci rechiamo alla cappella di Sansevero, per contemplare il capolavoro di Giuseppe Sanmartino, il “Christo velato”. Ammetto che non ci eravamo informati affatto sul “dove” avremmo trovato la scultura marmorea e “cosa” rappresentasse quel luogo. Così la sorpresa è totale, perché l’ideatore della cappella fu il principe Raimondo di Sangro, massone, alchimista, scienziato e inventore che intese farne un “luogo iniziatico”. Cioè a dire un luogo architettonico in cui gli spazi, gli affreschi, le statue e ogni minimo altro particolare, avessero la proprietà di occasionare nel visitatore un’esperienza trascendente. Non a caso, perciò, nel suo testamento, il principe pregò gli eredi di non modificare il più piccolo dettaglio della cappella. Peccato che nel 1889 un’infiltrazione d’acqua facesse crollare il camminamento posto tra la dimora privata del principe e la cappella, rovinando tutto il pavimento di quest’ultima.  Si trattava di un mosaico di marmoree tarsie policrome all’interno delle quali era incastrata una linea di marmo bianco, continua e senza giunture. L’opera, ideata dallo stesso principe, rappresentava un “Labirinto” (il labirinto dell’anima) ed era così complessa e articolata che nessun restauratore, in seguito, fu più capace di ricostruire.
Nonostante questa ragguardevole mancanza e l’ingombrante afflusso di pubblico, che impedisce qualunque raccoglimento su se stessi, l’affresco del soffitto (Gloria del Paradiso di Francesco Maria Russo), le statue delle virtù (tra cui spiccano La Pudicizia e il Disinganno), tutto il resto dell’impianto statuario e, infine, il Christo velato al centro della sala, hanno conservato qualcosa della loro sublime capacità evocativa. E mi permetto di credere che la statua centrale alludesse alla possibilità che il visitatore preparato realizzasse una ben precisa esperienza occulta.
Tuttavia, mentre ci guardavamo attorno stupiti e commossi, ancor più siamo stati rapiti da un particolare quasi nascosto, pur nella sua ostentata evidenza, contenuto nell’altorilievo dell’altare maggiore. Un’opera, guarda caso e chissà perché, che nessun turista presente degnava di uno sguardo. Si tratta di una bellissima e impressionante Deposizione di Francesco Celebrano che, in pratica, occupa tutta l’altezza della parete di fondo della cappella. In basso e al centro, piccoli rispetto all’intera scultura, due Putti offrono, al visitatore attento, una sorta di Sindone (o meglio una Veronica) che, essendo di metallo dorato su sfondo marmoreo, “sembra forare” la scena. Tralascio di dilungarmi sull’uso dell’oro, nell’arte, come rimando diretto a dimensioni spirituali “altre” rispetto a quelle fisico sensibili.
Come se non bastasse, però, il Putto in secondo piano solleva in alto il dito indice della mano destra, nello stesso identico modo con cui Raffaello raffigurò Platone nel suo celeberrimo quadro “La scuola di Atene”. Un gesto che, nella simbologia occulta, in genere richiama la presenza dell’Io.
Insomma… ci sono tutti i presupposti affinché, dopo la visione del “Christo velato” al centro della sala, l’esperienza che il principe di Sangro voleva provocare potesse e dovesse essere completata dalla devota contemplazione del volto aurico del Cristo che “buca” la parete scultorea della Deposizione.









La seconda: la mattina seguente, prima di ripartire per Roma, decidiamo di andare ai locali del Pio Monte della Misericordia dove, ci avevano detto che avremmo trovato il meraviglioso “Sette Opere di Misericordia” di Caravaggio e altri prestigiosi dipinti sullo stesso tema realizzati da alcuni grandi artisti della “scuola napoletana” del seicento.
Contemplare un “Caravaggio” suscita sempre una certa emozione… ma le sette opere che circondano il quadro (la chiesa è a pianta ottagonale) non sono certo da meno.


La visita però prosegue nelle sale superiori dove, nella così detta Quadreria sono conservate all’incirca 144 grandi opere che vanno dal XV al XX secolo.
In realtà sono quasi tutte opere pittoriche classiche, salvo alcune modernissime, raccolte in un paio di sale. Quest’ultime spaziano da una serie di tele con colori mischiati e sparpagliati con molta cura (dicono) a una lastra semimetallica con una piccola pietra dorata incastrata ad un terzo dell’altezza. Oppure da due materassi usati, sdruciti, ripiegati e legati con uno spago ad un espositore per abiti con sette stampelle e sette canottiere di diverso colore con su scritto: “dar da bere agli assetati”, “seppellire i morti”, “soccorrere i bisognosi” e così via.
Ora… se proprio si vuol scherzare, lo si faccia pure. Non c’è motivo alcuno per scandalizzarsi. Gli artistoidi da strapazzo che in questo modo sbarcano il lunario nelle “personali” di New York o di Berlino hanno pur diritto alla loro libera espressione a alla presa per il culo di quanti si lasciano incantare dalle loro cialtronerie.
Quello che abbiamo trovato invece raccapricciante sono gli “scappellamenti critici” che accompagnavano quelle presunte opere e che rimpiango di non aver fotografato con il cellulare per poterle riportare integralmente.
Ma il senso era pressappoco questo: “Colore a olio versato in abbondanza sulla tela, per essere poi spatolato come percorso artistico che va da Piero della Francesca al Caravaggio in un susseguirsi di dolcezza, fermezza e violenza che l’artista ha poi sublimato”.
Oppure: “ Canottiere della Misericordia che, nella loro pochezza espressiva, raccontano la condizione di abbandono e trascuratezza di queste qualità nell’anima dell’uomo moderno”.
Naturalmente, per ogni così detta opera, l’accuratezza della disamina critica era ben più corposa e articolata, dipanandosi in un susseguirsi di metafore astratte la cui creatività fantasiosa era ben superiore alle opere di cui si occupavano.
E noi ci siamo dovuti chiedere: “Possibile? Fino a queste assolute astrusità può arrivare il pensiero astratto, decerebrato e vuoto dell’uomo contemporaneo? Davvero nessuno si scandalizza, non tanto per queste così dette opere, quanto piuttosto per la pseudo-dignità che un pensiero autocelebrantesi vorrebbe loro conferire? Nessuno si ritira, inorridito, di fronte alla contemplazione di un pensare che ha totalmente perduto se stesso e che ora vaga, applaudito da una folla di mentecatti, senza più rammentare il significato e il senso del proprio brillare nella coscienza dell’uomo?


Insomma… a Napoli abbiamo così realizzato due “sottili” esperienze: quella di un “vuoto” che contiene il Tutto (Io sono la Via, la Verità e la Vita) e quella di un “tutto dialettico” che, invece, contiene il Grande Vuoto. Quello che aleggia sulla nostra povera civiltà moderna.

domenica 31 gennaio 2016

Nessun dorma

Questa notte ho dormito male e poco. Ieri mattina avevo ricevuto una lettera dalla mia banca che mi comunicava l’effettiva entrata in vigore del Bail-in dal primo gennaio 2016. Non che ignorassi il provvedimento europeo, ma trovarmi la lettera della mia banca in mano mi ha fatto un effetto straniante.
Prima di continuare, però, sarà opportuna una precisazione: io non possiedo depositi di denaro all’estero, né titoli di sorta, né obbligazioni, né altre forme di risparmio… e il mio conto corrente - dati i tempi che corrono - è ai limiti del ridicolo. Possiedo una sola casa di proprietà, una piccola utilitaria e nient’altro. Fin da giovane ho sempre tifato per la cicala e gufato contro la formica, perciò ho speso tutto ciò che ho guadagnato in libri, film, sport estremi e viaggi… e posso dire, senza alcuna falsa modestia, di aver vissuto una vita straordinaria.
Perciò, almeno per il momento, questa legge non mi riguarda e l’agitazione di questa notte non è stata causata da paure personali di alcun tipo.
Il motivo dell’insonnia, invece, era dovuta alla constatazione della facilità con cui il Male sta dilagando nel mondo senza incontrare riprovazione di sorta.
Perché la legge del Bail-in, in sostanza e senza mezzi termini, sentenzia che dal primo gennaio, in Europa, alcune persone potranno impunemente rubare.
Magari adesso qualcuno penserà che io sia un semplicione e che le cose non sono come mi sembrano. Ma che il provvedimento: bla bla bla… la cui evidente utilità: bla bla bla… e che poi non è detto che: bla bla bla… e che tutto va inquadrato piuttosto: in bla bla bla…
Solo che, chiacchiere a parte, la verità nuda e cruda è che la nuova legge europea, senza se e senza ma, invalida il settimo comandamento - “Non rubare” - della nostra più antica legge morale. Perché in pratica viene riconosciuto legittimo che degli istituti - quelli bancari - nati con il precipuo scopo di proteggere i risparmi dei propri clienti, possano giocare d’azzardo con i soldi di quest’ultimi… impadronirsi delle eventuali vincite, questo è ovvio, ma scaricare poi sui clienti le perdite che potrebbero derivare dalla loro incapacità o avventatezza.. In sostanza, e senza tanti giri di parole, la legge dice loro: Potete Rubare! Rubare è lecito!
Forse, in altri paesi europei, l’invito sarà preso con una certa moderazione, ma da noi, in Italia… facile immaginare cosa potrà accadere.
Con una duplice, negativa conseguenza.
Perché, sebbene abituati al potere della Mafia sullo stato, ai politici più corrotti d'Europa e all'abuso di qualunque organo amministrativo sull'inerme cittadino, in un qualche modo anche noi italiani conservavamo una qualche rappresentazione di ciò che fosse bene e di ciò che fosse male. E coloro che venivano sorpresi a rubare erano chiamati ladri. Magari questi ladri, se sufficientemente potenti, avrebbero aggirato la legge... come hanno sempre fatto da che l'Italia è l'Italia, ma comunque sarebbero sempre stati i "cattivi". Dal primo dell'anno 2016, però, le cose non saranno più così. La legge ha stabilito che alcuni uomini possono rubare. Possono appropriarsi dei risparmi di altri uomini ed essere nel giusto.
Come che sia: una falla enorme si è aperta nell’immaginario morale dell’uomo europeo contemporaneo.

È una cosa che dovrebbe togliere il fiato e il sonno a chiunque fosse munito di un buon senso comune e di un sano sentimento morale. Tuttavia non sono così sicuro che l’evento sia stato registrato per quello che rappresenta. Perciò posso solo augurarmi che insieme a me, molti, anzi tantissimi altri, da quest’anno trovino sempre più difficile andare a dormire. Non perché si possa essere derubati di qualcosa ma perché il Male circola indisturbato tra noi senza trovare efficaci e responsabili resistenze.


lunedì 18 gennaio 2016

L’Arabismo e la Donna



riflessioni scientifico-spirituali



Premesso:
1) che ho viaggiato per più di dieci anni in Medio Oriente e che ho conosciuto musulmani dall’animo dolce e gentile che mi hanno onorato delle loro confidenze.
2) che ho studiato l’Islam per tre anni e che, fin dall’inizio, mi convinsi della fenomenologia occulta cui si deve la “rivelazione” del Corano al suo profeta Maometto.
3) che conosco bene le opere di Qassim Amin, Ghaleb Bencheikh, Rita El Kayat, Fatema Mernissi, Magdi Allam, Chahdortt Djavann, Leila Ahmed, Jean P. Sasson e quelle critiche, pro e contro l’integrazione, di Abdelwahab Meddeb, Oriana Fallaci, Tiziano Terzani e Dacia Maraini.
4) che sono persuaso del dato scientifico che nega l’esistenza delle “razze” umane e della loro presunta diversità. Mentre sono convintissimo dell’estremo valore che si cela nel destino delle “Anime di popolo” e nell’intenso condizionamento operato dai fattori culturali e ambientali…
Sperando di non essere frainteso vorrei condividere le riflessioni che seguiranno.

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Buffo però che oggi, prima ancora di dire soltanto A, ci si senta in obbligo di proteggersi le spalle come io ho fatto nella speranza di promuovere una discussione approfondita e non animosa sui fatti storici di cui siamo testimoni. Ironico – o forse drammatico - che abbia sentito l’esigenza di farlo, ben sapendo che servirà a poco in questo clima di “bassa tifoseria” che imperversa nel web o sui giornali (virtuali o meno), dove non c’è traccia alcuna di un’autentica riflessione del pensiero e tutto è rimandato a quel che resta dell’antica appartenenza a una ideologia anziché ad un'altra. Dove allo sforzo di una penetrazione conoscitiva dei fenomeni in atto si sostituisce lo scontro tra il fare grossolano, reattivo ed esagitato della Destra e il dire solo politicamente-corretto della Sinistra.
Peccato sia così! Perché se l’immigrazione islamica in Europa è un fatto, il problema dell’estrema difficoltà dell’integrazione di queste genti non potrà essere risolto se non si penetrerà il suo più profondo significato e non si arriverà ad intravedere a quale livello spirituale la battaglia dovrebbe essere condotta.

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Nel 1915, nel cuore della prima guerra mondiale, il fondatore del movimento scientifico spirituale antroposofico, Rudolf Steiner, portò in numerose città (Zurigo, Hannover, Brema, Lipsia, Norimberga) delle conferenze che riecheggiavano sempre lo stesso, identico contenuto. Affranto e turbato per il costo di vite umane che la guerra esigeva, Stainer si sentì responsabilizzato dagli eventi a svelare agli uomini predisposti a comprenderlo quale fosse il motivo occulto di quel drammatico contendere. E riallacciandosi a un precedente ciclo di conferenze che lui stesso aveva tenuto nel 1912 a Kristiania sulla missione delle Anime di Popolo, ricordò come al popolo tedesco e, più in generale a tutta la Mitteleuropa, fosse stato affidato il compito di incarnare e perfezionare lo sviluppo dell’anima cosciente. Forte del contributo di artisti e pensatori quali furono Goethe, Novalis, Schelling, Fichte, Hegel e quant’altri, la Mitteleuropa, infatti, avrebbe dovuto arginare il gretto materialismo allora appena emergente nella corrente anglo-americana e contenere lo spiritualismo profondo ma ancora vacuo, intenso ma privo di una “forma espressiva” adeguata (e dunque indicibile), da sempre presente nella corrente slava.
Perciò la tragedia del 1915, sempre secondo le investigazioni di Steiner, non sarebbe stata altro se non l’espressione sensibile di quella ben più terribile guerra che nei mondi superiori vedeva il “Serpente di Midgard” tentare di stritolare tra le proprie spire (una alimentata dalle correnti del nord-ovest anglo-americano, l’altra da quelle del sud-est slavo) i viventi valori e i viventi principi della più spirituale Mitteleuropa.
Steiner morì nel 1927 e mancano perciò sue ulteriori investigazioni, ma è più che probabile che gli eventi denunciati abbiano continuato il loro corso fin oltre la seconda guerra mondiale e che l’attuale Europa (quella dei nostri giorni) abbia quasi completamente smarrito il ruolo di centralità spirituale che avrebbe invece dovuto saldamente tenere. Almeno fin tanto che la Grande Madre Russia non fosse stata pronta a darle il cambio assumendo quel ruolo centrale che, sempre secondo previsioni occulte, le spetterà nella futura epoca evolutiva terrestre.
Di fatto, gli attuali governanti europei sono già stati completamente asserviti all’immoralità del neo-liberismo finanziario anglo-americano che sta tentando di stritolare il mondo, e solo qua e là, celate nelle pieghe del corrotto mercato europeo, ancora sopravvivono sparute frange di cultura e di pensiero davvero degni di chiamarsi tali.
È in questo quadro di possibile, totale disfatta spirituale dell’Occidente che io credo si possa, anzi, che si debba, tentare di interpretare e comprendere il fenomeno dell’immigrazione dei popoli musulmani nel cuore della vecchia Europa.
Su questo processo in atto tanto si è detto, tanto si è scritto e tanto ci si è accapigliati. Ingiuriandosi l’un l’altro nei modi più feroci, com’è consuetudine nella peggiore tifoseria calcistica di uomini e donne decerebrati. Difficile, se non impossibile, che qualcuno ascolti il proprio presunto nemico, che valuti con animo sereno quel che ha da dire e sia pronto, almeno in parte, a correggere i propri inderogabili assunti. Già alcuni mesi fa, in un articolo intitolato “Ma di che cosa stiamo parlando?” denunciavo questa patetica situazione e, provocatoriamente, avevo proposto una riflessione sui temi lanciati dalle due opposte fazioni sul tema dell’integrazione islamica rappresentate da Oriana Fallaci, da una parte, e Tiziano Terzani e Dacia Maraini dall’altra. Perché mi sembrava, già allora, che la penetrazione conoscitiva del fenomeno non stesse da una parte o dall’altra, bensì al centro, in una combinazione creativa delle due tesi.
L’Analisi della Fallaci, infatti, nonostante un margine di ampia distorsione, dovuta alla sua caratteriale animosità e a quell’inconsapevole parzialità che le ha sempre impedito anche solo di intravedere l’arroganza e la violenza occulta dell’imperialismo americano, contiene alcune osservazioni che meriterebbero comunque di essere prese in considerazione. Come quella sulla più che evidente fragilità delle varie intellighenzie europee che, in virtù di un buonismo di principio, si sono sempre dimostrate incapaci di dialogare con l’Islam ad armi pari. Infatti, nessuna delle libertà che sono state concesse all’Islam sul territorio europeo hanno mai avuto la sacrosanta pretesa di un corrispettivo. I musulmani edificano moschee in tutta Europa mentre nessun’altro popolo ha ottenuto la medesima libertà di espressione nei loro “sacri” territori. Loro possono permettersi di criticare o offendere in tutti i modi i costumi e il Dio propri della cultura nella quale si vanno insediando, ma guai se qualcuno di quella stessa cultura, a loro estranea, si mostra irrispettoso nei confronti dei costumi e del Dio che essi invece venerano.
In questo senso ho paura che fosse corretta l’analisi di Giovanni Sartori quando, nell’articolo apparso nel Corriere della Sera del 20. 12. 2009, rilevava come in nessun paese del mondo la penetrazione islamica, una volta compiutasi, avesse mai accettato l’integrazione. Ma come, piuttosto, avesse sempre preteso la resa incondizionata delle altre culture alla propria.
Come se non bastasse, il politologo italiano avvertiva, in tempi non ancora del tutto sospetti, basandosi sugli scricchiolii che la moderna Turchia voluta da M. K. Ataturk già lasciava presagire, quanto difficile fosse per i popoli musulmani accettare fino in fondo la divisione tra stato laico e stato religioso.
D’altra parte, però, non si può negare che qualsivoglia critica dovrebbe pur sempre riguardare la cultura  o, se proprio vogliamo, i principi e i valori della religione islamica e non gli uomini che li esprimono riunendoli sotto l’antico e assai dubbio concetto di razza.  Personalmente faccio fatica a credere che ancor oggi, dopo gli studi di così tanti scienziati - tra i quali spicca il genetista italiano Luigi Cavalli-Sforza - qualcuno possa fare ancora appello a quella fumosa nozione, mancando invece di osservare come gli esseri umani - al di là di insignificanti tratti corporei dissimili - sviluppino quelle credenze e quegli atteggiamenti che la famiglia, la scuola e l’ambiente sociale propone loro.
Le razze non esistono, come provava a far osservare Dacia Maraini a Oriana Fallaci.
E su questa base scientifica, oggi più che accreditata, mi sento di affermare che non esistono bambini che, alla loro nascita, possano essere definiti cristiani, induisti, ebrei o musulmani. Piuttosto credo che nascano solo dei bambini… i quali, purtroppo, saranno educati a un credo religioso senza alcuna autentica possibilità di scelta.
Le religioni dovrebbero poter essere giudicate. Tutte! Non gli uomini che poi le esprimeranno!
Allo stesso modo non credo sia corretto mancare di prendere in considerazione i drammatici percorsi di vita attraversati da ogni singolo essere umano, anche quelli dei più pericoloso guerrigliero o kamikaze… non solo perché – come ha fatto notare Terzani - sono quei percorsi che li hanno condizionati e plasmati, ma anche perché potremmo scoprire che in un qualche modo siamo stati noi occidentali ad imporglieli. Poco importa se a causa di nostri egoistici e specifici interessi o solo a causa della consueta indifferenza che caratterizza la nostra vita di distratti, pigri e ben pasciuti occidentali. Il risultato è sempre lo stesso. Fu il presidente americano George W. Bush a ordinare la seconda Guerra del Golfo (la prima fu opera del padre) che portò all’uccisione di Saddam Hussein e che, oltre a migliaia di morti, gettò nella miseria più nera un’intera nazione. E il processo “farsa” cui in seguito Saddam fu sottoposto, e la sua frettolosa, ignobile, esecuzione non sono certo riusciti a fugare i sospetti sui vergognosi interessi economici e geo-politici che mossero l’intelligence americana a falsificare l’inchiesta su una sua illecita detenzione di armi nucleari e chimiche. Così come non c’era solo l’interesse di Sarkozy e della Francia nella guerra inscenata contro Gheddafi, bensì come sempre anche quello dell’America. Entrambe non potevano permettere che il Ras libico stesse progettando di liberarsi del CAF (la moneta ufficiale francese valida in tutto il nord-Africa) sostituendolo con una moneta Pan-Africana alternativa, già pronta a entrare in funzione perché sostenuta dall’ingente patrimonio d’oro e d’argento messo a disposizione dell’operazione dallo stesso Gheddafi. Una moneta che, nell’immediato futuro, avrebbe potuto sostituirsi addirittura al petrol-dollaro.
Sui tavoli del “Potere” si sono perciò mischiate le carte e approntate le contromisure.
La verità è che l’Europa, del tutto dimentica della missione che avrebbe dovuto rivestire nell’epoca dell’anima cosciente, serva accattona dell’imperialismo anglo-americano, dopo averne appoggiato le sporche guerre si trova ora invasa da quella stessa massa di povera gente che ha contribuito ad allontanare dai propri territori. All’interno di questa massa si agita di tutto: disperazione, paura, miseria, fame, rabbia, violenza e sete di vendetta.
Ma non è questo il punto. Centinaia, forse migliaia di reportage e articoli ben documentati parlano di tutto questo, e con ben più ampio respiro. Sarebbe sciocco, oltre che inutile da parte mia, riproporre analisi che già sono state fatte sulle complesse cause di questo esodo e sui pericoli che sta generando.
Ma, appunto, non sono i soliti punti di vista che in quest’articolo mi interessa mettere in evidenza. Perché di là dall’impossibile integrazione o meno dei popoli musulmani nella cultura dei popoli ospitanti, di là dalle loro più o meno esorbitanti pretese e anche oltre i pericoli incombenti, rappresentati dagli attentati terroristici realizzati dal fondamentalismo islamico e ora dai ben più motivati guerriglieri dell’Isis, in realtà sono sempre stato convinto che il vero pericolo per tutti noi europei risieda, come aveva indicato Rudolf Steiner, ad un altro livello: quello di perdere definitivamente la forza interiore necessaria per realizzare - nel pensiero vivente - la spiritualità immanente dell’Io.
“L’arabismo - avvertiva a questo proposito Massimo Scaligero in Lotta di classe e Karma, ancora nel 1970 - penetrò in Occidente come sottile impulso a separare l’elemento spirituale dal conoscere rivolto al mondo fisico, onde al conoscere divenne impossibile trovare in sé il proprio Principio”.  Non a caso, specificava Scaligero: “L’Io effimero, secondo Avicenna (che può essere considerato uno dei padri dell’impulso filosofico arabico), è un raggio del divino, che dopo la morte si riassorbe nel divino”. Da qui, come si può capire, la negazione di qualunque valore spirituale intrinseco alla sacralità della singola individualità umana, a tutto vantaggio dell’immenso valore rappresentato dalla comunità dei fedeli. Di qui, le basi metafisiche dell’estremo sacrificio di sé per la realizzazione del Bene Supremo (Allah), immaginato in una realtà trascendente l’umana comprensione.
Ma come ho già detto, non è questo che soprattutto mi interessa.
Come può ben comprendere qualunque moderno ricercatore dello spirito, la rivelazione araba è l’eco tardiva di una remota conoscenza sovrasensibile che, inoculata come germe nel cuore dell’Europa, ha sempre operato occultamente affinché l’Io umano venisse trasceso prima ancora che, grazie all’esperienza del pensare vivente, fosse riuscito ad afferrarsi come Spirito, in piena coscienza di veglia e nella propria immanenza. Almeno in parte, e a ben vedere, l’arabismo fu il responsabile del fallimento della filosofia Mitteleuropea che, con Hegel, seppe intravedere l’esaurirsi della funzione del pensiero riflesso, ma non seppe superarla. Perciò mi sento di aderire pienamente a Scaligero quando sostiene che l’insolubilità dei problemi del presente tempo possa essere fatta risalire all’influenza che l’arabismo esercitò in Occidente, preparando un’inconscia opposizione dell’Io alla percezione di sé, paradossalmente, proprio nell’epoca dell’anima cosciente.
Massimo Scaligero morì nel 1980. Fu risparmiato ai suoi occhi terreni di vedere il degrado in cui si trascina oggi, a soli trentacinque anni di distanza temporale, quell’anima cosciente della quale la Mitteleuropa avrebbe dovuto farsi protettrice.
Ed è in questo degrado che mi sembra di poter cogliere ulteriori, drammatici sviluppi, derivanti dal rapporto che da sempre, e non a caso, il mondo arabo ha intrattenuto con la Donna.
L’aumento esponenziale dell’immigrazione araba nei territori europei e l’incapacità, o comunque la non volontà, dell’arabo esule di “mediare” tra i propri valori culturali e quelli dei popoli ospitanti, soprattutto in merito al rapporto con il mondo femminile rappresenta, a mio avviso, un ulteriore attacco alla missione spirituale dell’uomo europeo.
Prima di andare avanti, però, vorrei ancora una volta provare a proteggermi le spalle: non voglio fare un riferimento specifico, in questa mia ricerca, solo ai presunti fatti del capodanno 2016 a Colonia, Zurigo, Salisburgo, Amburgo, Helsinki e in altre città del nord Europa. Anche se mi sembra ovvio la relazione tra quelle molestie e il “problema” femminile che io credo espresso dall’intero mondo arabo. E ai lettori più curiosi consiglierei comunque l’interessante articolo di Ida Magli su “Libero Quotidiano” di cui allego il link:
Ma ancora una volta, ribadisco, non è questo il punto del mio interesse, quanto piuttosto cogliere il nesso tra il momentaneo ristagno dello sviluppo dell’anima cosciente in tutto il territorio europeo  e gli impulsi presenti nel mondo arabo. Impulsi tra i quali il più pericoloso in assoluto dovrebbe essere ritenuto quello relativo agli aspetti occulti della considerazione che il mondo arabo riserva all’essere della Donna.
Nel 2007, in tempi non ancora sospetti, di ritorno da un lungo viaggio in Turchia, Siria e Giordania, scrissi sull’argomento un lungo articolo intitolato “Il segreto del velo” e in seguito pubblicato come capitolo autonomo nel mio libro “AfricAzonzo”. In quell’articolo, tuttavia, dopo essermi scusato in tutti i modi per la pretesa di voler interpretare gli usi e costumi di una cultura con i paradigmi propri di un’altra, avevo prediletto il taglio psicanalitico. Anche se, per farlo nel più corretto dei modi, avevo comunque usato le riflessioni di autori arabi.
Invitando il lettore interessato alla lettura integrale del mio articolo - del quale allego il link: http://www.pieropriorini.it/index_file/ilsegretodelvelo.html  - mi fa piacere ricordare che già allora, nella speranza di essere riuscito a camminare sulla corda tesa sopra l’abisso dei pregiudizi, avevo sentito necessario concluderlo con le parole: [Senza l’incontro libero con l’Essere della Donna]”…il cammino che separa oggi il mondo islamico dal traguardo della reintegrazione spirituale sarà ben più lungo e tormentato del nostro.”
Oggi, tuttavia, alla fine del mese di gennaio del 2016, sento la necessità di condividere con i miei lettori pensieri che vanno ben oltre il taglio di una psicologia del profondo, sperando con ciò di riuscire a illustrare perché - almeno a mio avviso - la chiusura del mondo arabo nei confronti del Femminile rappresenta il più potente attacco mai lanciato contro la missione spirituale della Mitteleuropa.
Per farlo, però, dovrò partire da lontano: dalla visionaria speranza che Dostoevskij - ne L’idiota  - mette in bocca al principe Miskin:

La Bellezza salverà il mondo!

La speranza, infatti - suggerisce l’architetto Stefano Zecchi nel suo bellissimo saggio: Le promesse della Bellezza - è che di fronte al Bello che si esprime nella natura, nell’arte e nel corpo umano (soprattutto di Donna, io aggiungo) l’anima dell’uomo difficilmente potrà essere sedotta dal Male e, in esso, rimanere rattrappita. Circondato, sopraffatto, violato dal Bello, l’essere umano stupisce… e si ritrova capace di crescere, di migliorare se stesso, perseguendo così quell’unità del Vero e del Giusto cui la Bellezza allude.
Ovviamente, la tentazione di trattenere in una dimensione solo “intellettuale” questi concetti è per tutti noi, ricercatori smarriti, molto forte. Cedervi, però, sarebbe un grave errore. In realtà i tempi sarebbero maturi perché i più coraggiosi tentassero di penetrare conoscitivamente, con un pensiero vivente, il segreto che lega la donna alla Bellezza.
Uno dei primi che azzardò l’impresa fu Pavel Evdokimov nel suo meraviglioso, straordinario libro: La donna e la salvezza del mondo. E nel testo, l’autore - uno dei maggiori teologi ortodossi del secolo passato - forse ispirato in anticipo da quello stesso Spirito di Popolo Russo cui Rudolf Stainer accennava - non mancò di farlo. È vero- scrive Evdokimov - “la bellezza salverà il mondo; non una bellezza qualsiasi, ma quella dello Spirito Santo, quello della Donna avvolta di Sole”.
Ma se lo sguardo visionario dell’autore è rivolto verso il Paraclito, egli non manca di coglierne il riflesso nascosto in ogni donna, perché: “…ogni donna - scrive Evdokimov - quando è veramente una nuova creatura, ha la capacità di generare Dio nelle anime devastate”.
Qualche decina di anni dopo, in pieno Occidente, Massimo Scaligero - poco prima della propria scomparsa terrena - con una poetica sublime che nacque dalla purezza vivente del proprio pensare, dedicò alla Vergine-Sofia il suo saggio più toccante. In esso, l’autore invitava tutti coloro che volessero tentare di uscire subito dalle tenebre di una situazione disperata ad osare la via più semplice: rivolgersi all’immagine della Vergine… la Quale può darsi come autentica esperienza percettiva soltanto in quanto “vestita di sole”. Che è poi la trascendenza del pensiero, la resurrezione dell’idea.
I due ricercatori, quello russo e quello italiano, operavano ad altissimi livelli… tuttavia non persero mai di vista il filo segreto che unisce ogni donna, per quanto comune la si voglia immaginare, alla natura della Sofia.
Dalla lettura attenta, approfondita e meditata dei loro pensieri emerge infatti, a chiare lettere, come la Bellezza possa incarnarsi in maniera del tutto naturale e spontanea nelle donne. La Bellezza è Donna… e tutte le donne, allora, sono belle se, con tale termine, tutti noi fossimo capaci di intendere una Qualità Dinamica che dalla fisicità esteriore può giungere fino alla pre-figurazione immaginativa dello Spirito Santo.
Stando così le cose, non dovrebbe stupire allora la totale chiusura del mondo arabo a questa latente qualità superiore della donna e alla forza che da essa emana. Né dovrebbe stupire la dinamica solo apparentemente banale delle molestie e delle violenze esercitate in quest’oscuro periodo storico contro le donne occidentali. Dietro la banalità degli illeciti sessuali si nasconde, infatti, il bisogno di scongiurare attraverso l’offesa, il sopruso e la paura, il potere immenso che si cela in ogni donna. Il potere della Vergine che, vittoriosa, pone il piede sulla testa del Serpente Antico.
L’Islam, in quanto eco distorto di una antica trascendenza, ha il sacrosanto terrore di questo potere. Per questo si è irrigidito in un patriarcato duro e violento di cui il burka, la preclusione di qualsiasi diritto alle donne, la lapidazione della vittima in caso di stupro e l’imposizione della poligamia non sono, come si vorrebbe fare credere, delle patologiche distorsioni del messaggio originario, bensì l’inevitabile degenerazione di una tensione spirituale oramai morta e che sopravvive come mummia di se stessa.
Tuttavia, è questa Entità Morta che sta tentando di infettare il cuore già asfittico dell’Europa colpendola là dove ancora potrebbe opporre una pericolosa resistenza: nel corpo della donna. E spero sia chiaro a tutti i miei lettori che l’Entità Morta responsabile di quest’ultimo ignobile attacco alle speranze di resurrezione spirituale della Mitteleuropa non va necessariamente identificata nei rappresentanti di una nazionalità piuttosto che di un'altra, bensì nello spirito morto che da sempre anima gli uomini ottusi. Ancor fossero di pelle bianca, biondi e con gli occhi azzurri. Tuttavia, è doveroso ammettere come una predisposizione cultural-religiosa si esprima nell’arabismo e in quasi tutti coloro che vi sono stati educati. Se non altro come giustificazione rituale dei propri atti, anziché come colpa grave per crimini che meriterebbero di essere severamente puniti.
La libertà della donna avrebbe bisogno di essere salvata dall’uomo-eroe moderno. E protetta! Perché dalla sua salvezza dipende quella del suo salvatore e di tutta quanto l’umanità.
Quando i Principi Sauditi confinano le proprie donne dentro le quattro mura della propria casa e impediscono loro di uscire se non rigorosamente nascoste dal burka e accompagnate da un uomo, mentre loro - i Principi - si dilettano in orge inenarrabili con prostitute d’alto bordo fatte venire con jet privati da Parigi o da Berlino, più o meno inconsciamente sanno che cosa stanno facendo. Stanno infettando l’Occidente, il loro acerrimo nemico che, se si svegliasse, potrebbe distruggerli con un solo sguardo. Il loro nemico è l’uomo europeo che fosse capace di sperimentare nella propria immanenza la trascendenza del “Io sono l’Io sono”.
È a questo mistero cui allude Rudolf Steiner quando svela il genio segreto della lingua tedesca che nel pronome “Io” (Ich, in tedesco) si collega direttamente al Cristo (I-Ch = Jesus Christus). Come se il genio stesso del linguaggio premesse affinché l’uomo centro-europeo potesse realizzare: “Non Io, ma il Cristo in me”, come autentica e reale esperienza interiore.
Nel tempo presente pochi esseri in Occidente sono arrivati a sviluppare fino in fondo l’anima cosciente, ma il rischio c’è e per questo motivo gli Ostacolatori dell’evoluzione umana devono premunirsi spingendo i portatori inconsci di un’arcaica conoscenza sovrasensibile a umiliare e violare le donne occidentali. Perché in ogni donna giace dormiente, prigioniera o sepolta la prefigurazione immaginifica della Vergine-Sofia. Che tale deve restare, se il Male vuol sopravvivere.
E sia chiaro che non immagino neanche lontanamente che tutti questi fatti, nel loro valore occulto, siano agiti dai vari attori con predisposizione e in piena coscienza. Purtroppo, da questo punto di vista, aggressori e aggrediti, siamo tutti burattini. Almeno per ora.
Di fatto, l’Europa di oggi sta soffocando tra le spire del Serpente di Midgard: l’unione dei suoi popoli è stata resa una farsa da istituzioni che non rappresentano assolutamente nulla e da una moneta unica che ha generato solo la speculazione degli stati più forti sui più deboli. Con l’inevitabile ritorno di odio reattivo. La cultura languisce, sotto gli sferzanti attacchi della seduzione tecnologica e l’abbattimento di qualunque confine etico. I padroni della grande finanza anglo-americana, attraverso la corruzione di tutti i capi di stato europei, stanno per aggredire e distruggere quelle poche conquiste di trasparenza e onestà dei mercati che, conquistate in un recente passato, ancora a stento sopravvivono. L’intimidimento delle donne europee, la diminuzione delle loro ordinarie libertà di movimento e di espressione – quelle stesse cui alludeva, condannandole, il nostro vergognoso politicante Matteo Salvini, all’indomani dei fatti del capodanno 2016 - la loro pur parziale segregazione per vergogna, paura e sgomento, potrebbero rappresentare una nuova battaglia vinta dai nostri comuni nemici. Che non sono, lo ripeto ancora per amor di chiarezza, i numerosi singoli immigrati arabi con il proprio carico di miserie o di odio, bensì quegli Esseri Ostacolatori che hanno infiacchito il nostro pensiero di uomini occidentali.

In realtà i veri responsabili siamo tutti noi, uomini occidentali, perché tutti noi siamo divenuti intellettualmente e spiritualmente impotenti.
A) È un’impotenza intellettuale quella che ci impedisce di comprendere, fino in fondo, verità che alcuni degli stessi intellettuali arabi riconoscono, e cioè che:
- "Il rapporto con la donna - come denuncia Kamel Daoud (non a caso condannato a morte da una fatwa lanciatagli contro dall’Imam Abdelfattah Hamadache Zeraoui) - rappresenta il nodo gordiano del mondo di Allah, ove la donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa e posseduta. [Perché] è l'incarnazione di un desiderio necessario, per quanto ritenuto colpevole di un crimine orribile: la vita”.
La vita umana e la realtà del mondo, infatti, per l’Islam sono un inganno, un crimine; l’unica verità è quella trascendente di Allah.
La donna - continua Daoud - è la posta in gioco senza volerlo, sacralità senza rispetto per la propria persona, desiderio di tutti senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo dove tutti si incontrano. È questa la libertà che il rifugiato, l'immigrato desidera ma non accetta".
B) È invece una grave impotenza spirituale quella che ci impedisce di vedere il vero volto del nostro Nemico e fa sì che, contro di lui, schieriamo combattenti deboli e vulnerabili, perché divisi da mille opinionismi, sdolcinati buonismi, manierismi politichesi o, quel che è peggio, vacui spiritualismi d’altri tempi. Peccato che senza un pensare chiaro e redento dalla propria riflessità, senza un’autentica realizzazione interiore della spiritualità dell’Io, non si andrà da nessuna parte e nessuna battaglia potrà mai essere vinta. E qualunque stratagemma, per quanto ingegnoso o politicamente corretto, cozzerà contro i suoi stessi limiti.

Perciò, devo ammetterlo… Sì, devo proprio confessarlo: non vedo per il momento grandi possibilità di opposizione al Nemico che incalza se non quello della testimonianza più lucida possibile e dell’attesa paziente che, nel tempo e nella più fitta oscurità della buia notte di questa nostra anima occidentale, la “Vergine vestita di sole” torni a partorire in tutti noi una scintilla di Luce. Che è poi il mistero della Pentecoste.

“In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno…"  Mc 3,28 - 30

martedì 1 dicembre 2015

La Morte Rubata





Si può rubare una morte?
Ebbene sì! Per quanto assurdo o paradossale il fatto possa sembrare, la morte può essere rubata. Può essere sottratta alla persona direttamente chiamata a farne umana esperienza e a tutti i suoi cari aventi diritto di commossa partecipazione.
La morte può essere rubata! È un tentativo di furto bello e buono quello che in queste ore abbiamo vissuto io, mio fratello… due uomini adulti, consapevoli e responsabili, cui il sistema sanitario italiano, nella sua ristrettezza di vedute, ha tentato di sottrarre la partecipazione composta e serena alla morte della propria madre.
La donna in questione avrebbe compiuto tra pochi giorni novantun anni, vissuti tutti nella grazia della piena salute, nella profonda autenticità del rapporto d’amore con il proprio marito e nel raggiungimento di significativi successi familiari e sociali. Sarebbe difficile immaginare una vita altrettanto piena e soddisfacente.
Questa donna, alcuni mesi or sono, accusò il sanguinamento di un vecchio cavernoma al cervello che, agendo sul sistema neurovegetativo, in pochissimo tempo aggredì le sue funzioni. Dopo un minuzioso controllo in una costosa clinica privata, che scartò la possibilità di un intervento chirurgico drammatico sia per l’età della paziente che per la delicatezza oggettiva dell’intera operazione, nostra madre venne portata in una casa di riposo di recente costituzione: signorile, discreta e, soprattutto, molto umana. Il personale è gentile, accogliente, comprensivo… anche se non del tutto rispondente alle normative vigenti. La loro umanità, tuttavia, sembrava impagabile.
Dopo soli due mesi di degenza, nostra madre però peggiora: il cavernoma continua a sanguinare e si espande da 12 a 15 mm. La non abitudine alla malattia, l’invecchiamento e l’affaticamento naturale di tutti gli organi interni, la comprensiva angoscia di fronte all’esperienza del trapasso imminente, più una serie di concause di difficile individuazione fanno precipitare la situazione. La pressione della donna si abbassa, viene a mancare l’apporto di sangue e di ossigeno a vari organi e il cuore, in un tentativo naturale di compensazione, va in fibrillazione rendendole difficile il respiro.
Da giorni parlavamo con nostra madre per prepararla alla dipartita: le ricordavamo i suoi momenti più belli, i viaggi fatti con nostro padre, le loro forti amicizie, gli affetti, lo stuolo di nipoti, i suoi personali successi come donna di una generazione lontana anni luce da quella attuale. Le anticipavamo l’imminente re-incontro con nostro padre, la rassicuravamo sull’altra vita che presto avrebbe sperimentato e, scherzosamente, la pregavamo di non scordarsi di darci i numeri buoni per una straordinaria vincita al lotto.
Domenica 29 novembre ho un impegno di lavoro. Mi da il cambio mio fratello che resta con nostra madre fino al primo pomeriggio. Poi torna a casa. Io sono impegnato fino a tarda sera, ma quando finalmente mi libero la situazione di nostra madre precipita. L’affanno respiratorio mette in agitazione il personale della casa di riposo che, spaventato da possibili responsabilità legali, preme per chiamare la guardia medica. Quando il medico arriva, pur se bravo e competente, si lascia andare a una serie di accuse nei confronti della casa di riposo, responsabile - a suo avviso - di non aver dato l’allarme almeno un giorno prima, perché privo di personale infermieristico competente.
Gentile ma rigido, il medico esige che si chiami il 118. Mia madre sta solo morendo, con me vicino… ma questo non è contemplato nella cura ossessiva della vita fisica.
È notte, non mangio da dieci ore, sono stanco… e ho un cedimento di fronte all’arroganza dell’autorità medica. È tutta colpa mia e così, senza rendermene chiaramente conto, entro in una spirale di subdoli inganni. Nostra madre viene portata all’ospedale più vicino.
Lo so! Lo so benissimo… sono senza personale, senza posti letto e senza attrezzature; i medici e tutto il personale infermieristico fanno turni massacranti e straordinari, spesso senza essere nemmeno pagati. E so anche che su mille persone, novecentonovantanove di fronte alla possibile morte di una persona cara, esigono tutte le cure del caso e il rinvio all’infinito dell’esito finale. E che quasi tutti sono pronti a muovere guerra penale e civile contro chiunque non ottemperi con solerzia a quelli che credono essere i loro sacrosanti diritti: il diritto alla vita “più eterna possibile” e alle cure miracolose. Lo so: medici e infermieri vivono nel terrore continuo di assurde denunce.
Tutto ciò, tuttavia, non dovrebbe offuscare la loro più profonda umanità.
Non dovrebbe… ma questo purtroppo accade.
E così, dopo ore di attesa in un atrio del pronto soccorso – dove nessuno si perita di darmi la benché minima informazione, ci mancherebbe altro – alla fine un medico solerte s’impegna nell’accurata descrizione del circolo vizioso patologico nel quale è caduta nostra madre. Il risultato è che, così in fibrillazione, non può essere dimessa. Tuttavia, in reparto non ci sono letti disponibili… e non ce ne sono in nessun altro ospedale del circondario, per cui nostra madre dovrà restare parcheggiata lì, su una lettiga del pronto soccorso, mezza nuda, spaventata, con la luce accesa in faccia, dove nessuna voce amica potrà esserle di conforto.
Alle tre di notte, inebetito dal sonno, vengo pregato sgarbatamente, da una infermiera con il volto arcigno, di lasciare la sala d'aspetto del pronto soccorso.
La mattina dopo ci rendiamo conto di essere caduti in un girone infernale, fatto di paura, ipocrisia e totale mancanza di umanità. L’ospedale non ha posti liberi, ma non vuole dimetterla in quelle condizioni per paura di nostre possibili ritorsioni penali qualora, dopo poche ore, nostra madre dovesse morire. Firmiamo noi l’uscita dal pronto soccorso ma, con quel foglio, la casa di cura afferma di non poterla riprender in carico, sempre per paura di ritorsioni penali. In casa non possiamo portarla, perché non siamo organizzati con personale e strumenti adeguati.
Per alcune ore fronteggiamo la follia di una cultura che è incapace di contemplare la morte e che, paradossalmente, presume che i malati debbano morire sanati da qualunque male. La malattia deve essere curata, sempre e comunque, a prescindere dall'avere i luoghi, i tempi e il personale per poterlo fare. L’imperativo è categorico, e indifferente all’abissale solitudine spirituale del malato, trattenuto come un oggetto dismesso in luoghi desolati e desolanti, esposto all’indifferenza del via vai affannato di un pronto soccorso sempre intasato.
Ma in quale civiltà viviamo?
In quale incivile civiltà si ha così paura della morte da esorcizzarla in tutti i modi possibili immaginabili e, in nome della vita, si offende e si ingiuria senza riguardo la dignità morale di un essere umano? Quale vuoto interiore abita l’anima di questi insulsi professionisti sanitari, medici e infermieri, il cui compito specifico sembra essere solo quello di fare al meglio il proprio lavoro, come ligi impiegatucci di un sistema che ha del tutto rimosso la precarietà della vita umana? Quale ottusità si è impossessata di tutti noi che non sappiamo più guardare, non dico occhi negli occhi, ma nemmeno di sfuggita il pallido volto di Nostra Signora Morte?

Alla fine della nuova giornata, mia moglie, battendosi come una furia contro l’insensibilità della segreteria ospedaliera, riesce ad ottenere da un’anima pia un certificato di dimissione “taroccato” e, con quello, riporta nostra madre nella casa di cura che “a torto collo” l’accetta. Quando l’ambulanza la deposita sul suo letto, il personale si accorge che all’uscita dall’ospedale le hanno lasciato il catetere inserito. Fantastico paese l’Italia… Tanta accortezza burocratica… poca professionalità, e assenza totale di anima. Che il Signore abbia pietà di tutti voi, perché in questo momento a noi risulta difficile.
Nostra madre spira verso le 18, in quella che da mesi considera la sua camera, tra le sue cose, dopo aver salutato nipoti e pronipoti che sono venuti a salutarla, con le mani tra quelle di mia cognata. Io e mio fratello arriviamo tardi, dal lavoro, ma con il pensiero eravamo lì.
Nonostante tutto e contro tutti nostra madre se ne è andata tranquilla, invitata e accolta nel nuovo mondo dall’unico uomo che lei ha amato per tutta la vita.


Non ce l’avete rubata questa morte, non siete stati all’altezza del vostro Padrone.

giovedì 22 ottobre 2015

Al cuore dell'imperialismo americano

Ieri sera sono voluto andare al cinema per vedere “The Martian”, tradotto in Italiano con “Sopravvissuto”. Sapevo bene che mi sarei ritrovato a vedere un mediocre prodotto da intrattenimento. Insomma: una di quelle piacevoli “americanate” che a Hollywood riescono così bene e che, quando sei stanco o comunque non ti va di spremerti le meningi, ti regalano un paio d’ore di relax.  Lo ripeto: a occhio e croce potevo ben immaginare la qualità del prodotto, ma ci sono andato lo stesso: Matt Damon, come attore, mi è sempre piaciuto molto; l’avventura fantascientifica su Marte avrebbe potuto essere interessante; sapevo, inoltre, che il film era stato girato in buona parte a Wadi Rum, il deserto rosso nel quale avevo trascorso alcuni giorni stupendi durante il mio viaggio in Siria e Giordania, nel lontano 2007… e mi faceva piacere ritrovare quegli orizzonti.
Insomma… ero ben disposto, ma il film mi ha deluso lo stesso. Soprattutto, però, mi ha annoiato (tempi lunghi e lenti delle riprese, atteggiamento serafico del protagonista in una situazione panica) e così, poco stimolato da quello che vedevo, mi sono messo a pensare.
Era proprio quello che non volevo, ma non ho potuto fare altrimenti.
Perché, per la miliardesima volta, mi sono trovato di fronte al solito messaggio che sempre traspare nelle opere cinematografiche statunitensi, quando il protagonista rimane isolato in un qualche territorio selvaggio o, meglio ancora, dietro le linee nemiche. Perché è allora che tutti gli altri protagonisti del racconto, se non addirittura tutto il popolo americano, viene afferrato e determinato da una sola idea: “È uno di noi… non possiamo abbandonarlo… andiamo a prenderlo!” Questo, ovviamente, perché il disperso è un americano. È uno di loro… e l’America non è una madre da abbandonare i propri figli.
Ora, non voglio neanche lontanamente entrare nel merito di quante volte il governo degli Stati Uniti d’America abbia offerto prove evidenti d’ipocrisia a riguardo (si pensi al Vietnam, tanto per dirne una). Quest’argomento non m’interessa. Piuttosto sono interessato a penetrare nel cuore della comunicazione emotiva che, più o meno di proposito, viene ogni volta riproposta.
Di fatto, il messaggio subliminale che passa in molti documentari, commedie e, soprattutto, film d’azione americani è sempre lo stesso: martellante, ossessivo, esaltato… una sorta di coinvolgente: “Uno per tutti, tutti per uno”. Un messaggio neanche troppo criptico ma, soprattutto, intenso, viscerale, entusiastico, eroico, spesso sublime. E non importa, poi, se il proibitivo sistema della loro sanità nazionale lasci morire con indifferenza qualunque cittadino non abbia soldi a sufficienza per pagarsi un medico né tantomeno un ricovero ospedaliero. Non importa se il neo-capitalismo finanziario cannibalico, che è l’anima nera del “sogno americano”, è legittimato a gettare sul lastrico centinaia di lavoratori dipendenti per favorire una “fusione” societaria utile solo agli azionisti. Non importa il contrasto, ancora feroce, tra le diverse etnie che formano il substrato di quell’immenso paese. Non importa l’efferata criminalità che esplode improvvisa in tutti gli States. Nulla importa della vita vera. Il retorico messaggio: “È uno di noi… andiamo a salvarlo, costi quel che costi…” passa per il cuore e raggiunge le budella di tutti i cittadini americani.
Ma non solo le loro. Mentirei se non ammettessi il fascino che quello stesso messaggio ha sempre esercitato su di me. Come negare il valore immenso rappresentato dall’idea, o meglio dal sentimento, di appartenenza fraterna, di intima e solidale comunione con tutti gli altri, di amicizia a prescindere, di aiuto e solidarietà? Sarà forse per il contrasto rappresentato dalla cultura dell’Italia, il paese nel quale vivo, e che è fondata sulla totale mancanza del più elementare senso civico, sull’individualismo più gretto e sull’ostilità più feroce riservata a chiunque esprima un parere diverso dal proprio. Sarà forse per il clima d’insicurezza e apprensione creatosi in questi ultimi vent’anni di oscena politica, di mancanza di lavoro, di abusi mafiosi, d’immigrazioni clandestine, di terrorismi vari… Sarà per il fallimento evidente del grande sogno di una Europa Unita… non so, sarà per questi e tanti altri motivi… Ma ho sempre avvertito il fascino del commovente messaggio ripetuto come una ossessione compulsiva dall’industria cinematografica hollywoodiana. Anche perché in America ci sono stato, almeno tre volte, e ho dovuto riconoscere che quel messaggio è stato davvero ben interiorizzato dal popolo americano. Nonostante tutte le sue evidenti contraddizioni è presente e vivo nello sguardo orgoglioso delle persone comuni, nell’aria che ovunque si respira e nello sventolio festoso di milioni di bandierine a stelle e a strisce che adornano quasi ogni negozio, ogni casa, ogni balcone, ogni giardino.
“Io amo il mio paese” è la frase più scontata e retorica che si possa immaginare ma che, negli States, vive sovrana nell’anima e nel cuore di tutti i cittadini, compresi quelli da poco acquisiti.
Se anche fosse stata abilmente confezionata dalla vergognosa élite che governa politicamente e finanziariamente il paese, bisognerebbe ammettere che ha funzionato perfettamente. E che al di là del fatto di assicurare a tale élite un materiale umano pronto a gettarsi in qualsiasi inferno, perché convinto di immolarsi per il bene del proprio paese, resta però che il profondo sentimento di appartenenza alimenta e guida gli intenti di ogni singolo individuo.
Perciò… lo ammetto: ho invidiato spesso tale spirito di solidarietà, pur senza che questo desiderio di emulazione m’impedisse di riconoscervi il volto del nostro Nemico Comune.
Perché cosa diavolo mai significa, oggi, alle soglie del nuovo millennio, distinguersi come americano? Così come italiano, o europeo, o arabo o cinese? Come diavolo si fa a dare valore, dignità e significato al fatto puramente occasionale e fortuito di essere nati in un territorio anziché in un altro? Quale sortilegio è stato lanciato, e da chi, affinché anche le persone più colte e istruite siano divenute del tutto incapaci di vedere oltre la punta del loro naso?
Perché dovrebbe essere evidente a tutti che il corollario del messaggio americano: “È uno di noi… salviamolo e riportiamolo a casa” è che quel povero soldato scomparso o avventuriero disperso è meritevole di qualunque sforzo e sacrificio per il solo fatto di essere un cittadino degli Stati Uniti… mentre tutti gli altri, ovviamente, no. Gli altri sono persone qualsiasi di altre qualsiasi nazioni, alle quali non viene riconosciuta alcuna dignità o valore. O, almeno, nessun valore paragonabile a quello che avrebbero invece i cittadini degli Stati Uniti d’America. Tutti gli altri sono semplici, odiosi nemici che piuttosto andrebbero sterminati, anche solo perché probabilmente renderanno difficile il recupero del compagno perduto. Sono nemici a prescindere! Per il semplice fatto di non essere americani.
Eppure, dovrebbe essere evidente a tutti gli uomini di libero pensiero che, quando si combatte una guerra (militare ma anche scientifica o culturale), sia del tutto ovvio che ogni combattente si illuda di essere dalla parte della ragione, altrimenti lo scontro non ci sarebbe. Ma come la storia ha testimoniato più volte, non sempre la Verità o la Giustizia o la Libertà sono stati rappresentati dai vincitori. Anzi, più spesso è stato vero il contrario.
Come si fa a credere di essere nel giusto o nella verità solo perché si è nati americani? Come si fa a credere che la propria (discutibile) democrazia sia quella che vada imposta a tutto il resto delle nazioni? Come si fa a presumere che essendo i più ricchi del mondo, quelli in possesso della tecnologia scientifica più avanzata e dell’esercito più agguerrito e preparato che si possa immaginare, per antonomasia si rappresenti allora la migliore umanità possibile?
Piuttosto è vero il contrario, perché le persone più evolute dovrebbero essere quelle in grado di riconoscere il valore sacro rappresentato dalla Vita di ogni essere umano. Di qualunque nazionalità, di qualunque colore, di qualunque religione esso sia.
Perché il nazionalismo – scrisse una volta la nostra scrittrice Dacia Maraini – corre sul filo di rasoio del razzismo, e la sacrosanta difesa anche estrema delle leggi, della religione e della cultura che un popolo si è conquistato non ha nulla a che vedere con la soprafazione degli altri e con la condanna della loro identità umana.
Anche perché, lo ripeto, le migliaia di bambini che nascono ogni giorno non meriterebbero di essere considerati americani, o cinesi, o arabi, o australiani, o europei. Così come nel momento della nascita non dovrebbero essere considerati cristiani, o ebrei, o buddhisti, o islamici o animisti bensì, appunto, solo bambini. Bambini che acquisiranno un’identità culturale e religiosa secondo il condizionamento del paese nel quale sono nati e del percorso interiore che intraprenderanno da adulti.
La verità, difficile da riconoscere e scomoda da digerire, è che tutti, indistintamente tutti quei bambini “Sono uno di noi”. Come uomini, infatti, condividiamo lo stesso identico destino, tutti abitiamo questo stesso identico pianeta, che a tutti appartiene e a nessuno nello stesso tempo… e tutti nasciamo, cresciamo, amiamo, soffriamo e infine moriamo, portando nel mondo dello spirito il valore della vita che abbiamo vissuto.
Non credo che dall’altra parte Qualcuno ci chiederà il passaporto, o che vorrà sapere se siamo stati italiani, o messicani, o giapponesi, o africani. Al contrario, se è vero quello che hanno sempre insegnato i grandi saggi di ogni tempo e di ogni luogo, ci chiederanno soltanto: “Quanto avete amato?” E dalla risposta dipenderà il nostro futuro destino.

Perciò, quando mi commuovo sentendo gli attori americani recitare: “Io amo il mio paese!” oppure: “È uno di noi, non possiamo abbandonarlo, andiamo a prenderlo!” mi chiedo quanto mi commuoverei di più se tutti, ma proprio tutti potessimo un giorno dire: “Io amo la Terra, amo questo nostro bellissimo Pianeta!” e ancora: “Siamo tutti uomini, siamo tutti fratelli, anche se molto diversi gli uni dagli altri… diamoci una mano… salviamoci!

sabato 3 ottobre 2015

Ma di cosa stiamo parlando?





È accaduto piano, piano e, quasi, non ce ne siamo accorti. È stata come una marea montante ma graduale, un allagamento impercettibile eppure costante, continuo e inarrestabile. Era sotto gli occhi e le orecchie di tutti, ma quasi nessuno se n’é accorto; e quei pochi più sensibili che seppero registrarlo forse non lo credettero pericoloso più di tanto.
E così, adesso, ce ne stiamo tutti qui, impantanati in questa palude di chiacchiere assurde, inutili, condizionate e condizionanti, quasi mai veritiere, ma sempre aggressive, violente, livide di odio mal celato.
Faccio riferimento a quella pratica oramai quasi globale di parlare e sparlare di tutto, a proposito e a sproposito, ma sempre con una convinzione assoluta e inattaccabile che non si perita di dare il minimo ascolto ad alcuna voce discordante.
Sospetto che Internet e i vari social network ne siano stati i maggiori responsabili: in maniera graduale le persone scoprirono un giorno che potevano dire la loro, che disponevano dei mezzi per esprimere i propri giudizi e far valere le proprie opinioni. Molti iniziarono a farlo. Dapprima con cautela e circospezione… Il fenomeno debuttò in sordina, trattenuto all’inizio dal pudore e dalla vergogna. Dovrei dire: da un sano pudore e da una giustificata vergogna. Presto, però, uomini e donne trovarono il coraggio di superare questi orpelli della coscienza di altri tempi, e sospinti dall’arroganza, dalla presunzione, dal narcisismo e dalla vanagloria, senza più limiti e confini se non quelli dell’immagine grandiosa di sé, si sentirono legittimati a “dire la propria”. Be’, non proprio “a dirla”, quanto piuttosto a sbraitarla ai quattro venti, urlando forte per imporla agli altri e giustificandola coprendo di accuse e d’insulti chiunque osasse avversarla. Il fenomeno, lo ripeto, iniziò in sordina, piano piano… per poi è esplodere, superando ogni immaginabile previsione.
Allo stato attuale non è più questione di temi importanti o secondari, di episodi o eventi da cui dipendono chissà quali conseguenze. No! Quello che è interessante, fondamentale e significativo osservare è l’immediata stura di rigurgiti emotivi incontrollati e incontrollabili che, a ben vedere, non si capisce nemmeno che scopo possano avere. Se non quello dell’affermazione ingiustificata di se stessi. Vorrebbero sembrare pensieri… magari non eccessivamente complessi o ben strutturati… ma comunque pensieri. E invece sono solo stati emozionali, sensazioni di bassa lega se non, addirittura, istinti camuffati da pensiero.
Potrebbe anche darsi, come sostengono in molti, che buona parte di questa gazzarra sia stata orchestrata ad arte da chi trae grandi vantaggi dall’immensa confusione nella quale versa l’attuale comunicazione umana. Di sicuro buona parte della babele nella quale ci conduciamo non è altro che l’effetto di quell’orchestrazione se è vero, come è vero, che ci sono persone stipendiate per gettare false notizie in rete, per confutare quelle più veritiere e creare tendenze di pensiero del tutto discutibili. Resta però il fatto che la maggior parte delle persone vi ha aderito senza alcun minimo cenno di resistenza ma, anzi, convinta di appartenere a quella sofisticata elite dallo sguardo acuto e dal pensiero fine grazie ai quali poter sparare a zero su qualunque avversario.
La ragione o la causa del dissenso ha poca importanza. Tutto è motivo di accuse e discussioni infinite, condite con menzogne, insulti e improperi vari. Dalla celebrazione corretta o ingiusta di un qualche personaggio politico, sportivo o del mondo dello spettacolo, alla immigrazione che sta sommergendo l’Europa, dalle “guerre di pace” che sconvolgono l’Africa ai tatuaggi sull’inguine di Belen. Tutto fa brodo, non c’è notizia che non abbia il potere di sconvolgere qualcuno, di toccarlo nel sancta sanctorum delle sue rigide certezze e quindi amareggiarlo offenderlo e inorridirlo… oppure confermarlo ed esaltarlo… ma comunque facendogli sentire la necessità di testimoniare al mondo la propria verità distruggendo quella degli altri.
Alcuni esempi:

- Verso la primavera del 2015, almeno qui da noi in Italia, si accende prima e divampa poi una vera e propria guerra di principio sulla così detta “Teoria del Gender”, secondo la quale l’appartenenza al genere sessuale maschile o femminile sarebbe un evento culturale e non biologico. Esiste o non esiste una teoria del genere? Quali sarebbero le sue basi scientifiche? E se esiste, come andrebbe interpretata?
In verità convincimenti simili a quelli attribuiti alla teoria del gender erano presenti fin dalla seconda metà del ‘900 (penso al libro della Elena Gianini Belotti “Dalla parte delle bambine” uscito in Italia nel 1973) e che creò, anche allora, assensi e dissensi.
Io fui, e sono tuttora, uno dei convinti contestatori di quel libro.
Ma non è questo il punto. È che all’epoca i toni erano molto più pacati e, quasi sempre, si cercava il conforto nell’equanimità della ricerca scientifica e di un ragionamento pacato. Quello che oggi sgomenta (o almeno dovrebbe sgomentare) non è tanto l’asservimento di una teoria all’ideologia politica, ai grandi interessi finanziari o alla fede religiosa (questo, in verità, accadeva anche allora), quanto piuttosto la totale ignoranza e non conoscenza dei suoi complessi presupposti da parte di chi poi presume di difenderla o di oltraggiarla, la sua strumentalizzazione fraudolenta, la manipolazione o la distorsione dei dati, la loro de-contestualizzazione e, soprattutto l’intensità dell’odio che caratterizza la discussione. E che, bisogna ammettere, è tanto più violento e intransigente quanto più è espresso da persone che non hanno alcuna preparazione specifica ma che, con la loro partecipazione al dibattito (dibattito?) scaricano piuttosto condizionamenti e frustrazioni personali.

- Il dottor Angelo Consoli è il presidente del CETRI e ha dedicato tutta la propria vita alla ricerca delle energie sostenibili o rinnovabili. In occasione dello scandalo Volkswagen, scrive un articolo, per altro molto pacato, nel quale si prefigge di spostare l’attenzione del lettore dal fattaccio vero e proprio delle centraline truccate agli interessi delle lobbie del combustibile fossile. In questo contesto riporta la notizia dell’esistenza di case automobilistiche (GM, Honda e Toyota) che già dal 2004 avrebbero messo a punto modelli di auto ibride innovative, che sfruttando l’elettrolisi e l’energia elettrica potrebbero sostituire del tutto le auto con il motore a scoppio. Di ognuna di queste case automobilistiche il dot. Consoli riporta  link e  video dove potersi accertare della veridicità delle sue affermazioni. Le sue riflessioni sono interessanti… forse fin troppo ottimistiche e magari mancanti di comparazioni politiche e finanziarie, ma comunque hanno il carisma della professionalità.
Nonostante ciò, sotto la pagina Internet sulla quale è riportato il suo articolo, subito prendono la parola un paio di Quaquaraquà che, pur ammettendo la propria totale mancanza di cognizioni tecniche nel settore, con una faccia tosta che ha dell’incredibile lo tacciano di superficialità e ingenuità, di gratuita e sommersa ideologia anti-americana, e si sforzano di farlo passare per un sognatore ecologista poco aderente alla realtà. In poco tempo le voci a favore e contrarie si moltiplicano, degenerando in una rissa virtuale di insulti e improperi.

- Alice Sabatini viene eletta Miss Italia 2015. Alice è una ragazzina di diciotto anni che, come tutti i ragazzi a quell’età, non può, né dovrebbe esibire chissà quale profondità di pensiero. È una ragazza bella, spensierata, impegnata nello sport e nel godimento della vita. Che male c’è? Qualcuno, però, si ostina a voler pretendere da lei, oltre alla bellezza sfolgorante della gioventù, anche una qualche forma di saggezza. Perciò, alle solite, insulse domande dei giornalisti: “Quale tuo desiderio vorresti veder realizzato?” tutti si aspettano stereotipate risposte, tipo: “La fine di tutte le guerre e della fame nel mondo!”. Per poi, ovviamente, rilevarne con malcelata superiorità intellettuale la consueta stereotipia. Ma Alice risponde in maniera originale, anche se bambinesca: “Mi piacerebbe vivere nel 1942, all’epoca della seconda guerra mondiale. Tanto, come donna, la guerra non la farei.”
È ovvio che è una scemenzuola, una fantasia bizzarra che chissà in quali meandri psichici affonda le sue radici, ma la stampa, la TV e i network si scatenano montando una vicenda che, al massimo, avrebbe dovuto risolversi con un sorriso complice di circostanza. E, invece, giù cattiverie, prese in giro, sermoni dotti e moraleggianti.

- Massimo Mazzucco è uno dei tanti o pochi giornalisti (insieme a Michael Moore, Giulietto Chiesa, Simon Shack e altri ancora) che sospettano del fatto che l’attentato dell’undici settembre alle torri gemelle si sia realizzato come le fonti ufficiali vogliono fare credere. Mazzucco ha documentato le sue perplessità con un film di cinque ore, riportando le convinzioni di numerosi tecnici nel campo dell’ingegneria, della demolizione di edifici, di architetti, di fisici, di piloti di linea e quanti altri. Contro la teoria del complotto sostenuta da Mazzucco e dagli altri, si battono numerose altre personalità del mondo dell’informazione (giornalisti, scrittori, opinionisti), chiamate The Bunkers, attive ognuna nel proprio paese d’origine (come mai non mi meraviglio che in Italia, tra le loro file, ci siano Piero Angela e Umberto Eco?). Comunque, quello che davvero conta è che chiunque davvero volesse potrebbe tentare di farsi un’idea dei fatti o delle forze in gioco, chiunque potrebbe approfondire alcuni argomenti e cercare conferme o contraddizioni.
Ma la maggioranza delle persone comuni che, per chissà quale motivo, sentono il bisogno di prendere parte al decennale dibattito, quasi sempre partono da una ignoranza di fondo degli argomenti trattati e da inconsapevoli adesioni di parte che affondano le loro radici nella simpatia o nell’antipatia nei confronti della politica americana, nella convenienza personale, in motivi privati di amore o odio e così via. E come sempre, oramai, lo scontro usa l’ingiuria, l’offesa, la demolizione sistematica della credibilità professionale dell’altro.

- E poi ancora: “I cannabinoidi sconfiggono il cancro!” È quanto sostiene da anni la ricercatrice spagnola Christina Sanchez… e i suoi studi sono stati avallati dal dott. Vincenzo Di Marzo (direttore dell’Istituto di ricerca Biomolecolare del CNR), dal prof. Burkhard Hinz e altri numerosi studiosi di spicco. Per capire davvero come stanno le cose bisognerebbe fare una ricerca non da poco… troppo faticoso. Meglio schierarsi a prescindere della verità, basandosi sull’eco impressionistica (a favore o a sfavore) che il nome “Cannabis” evoca.
Vegani e Fruttiani - buon per loro - si stanno guadagnando un posto nel mercato alimentare. Gli onnivori se la ridono, adducendo considerazioni mediche di tutto rispetto e sano buon senso. Poi però eccedono non riuscendo a sostenere l’indifferenza ascetica degli altri nei confronti dell’attrazione, spesso irresistibile, che la buona tavola esercita su di loro. E montano la crociata del buon gusto contro la scipitezza dei loro nemici. Vegani e Fruttiani reagiscono e tentano addirittura di “dimostrare” la natura vegetariana dei grandi carnivori. Se non facesse ridere, tutta questa situazione dovrebbe far piangere.
Oriana Fallaci, dopo anni di silenzio, sconvolta dall’11 settembre, pubblica “La rabbia e l’orgoglio” in cui spara a zero sulla cultura islamica. Tiziano Terzani, un altro grandissimo giornalista italiano, le scrive una lettera aperta nella quale, con toni molto pacati, da grande estimatore della collega, le contesta alcune sue prese di posizione. La stessa cosa fa la scrittrice Dacia Maraini. Quanti profondi pensieri e motivi di riflessione in tutti loro. Quante verità ed errori in ognuno. E quanta fatica bisognerebbe fare per impossessarsi di un libero convincimento su un tema così ampio. Ma la campagna pubblica, come al solito, è fatta solo di invettive, insulti pesanti e menzogne la cui ragion d’essere è solo l’appartenenza aprioristica a uno schieramento o ad un altro.
La stessa campagna, in questi giorni, si è scatena sul sindaco di Roma Ignazio Marino. È un ingenuo, un inetto, un approfittatore o una vittima designata? Per capirlo davvero bisognerebbe essere addentro alle mille losche manovre di Mafia-Capitale. Bisognerebbe avere l’onestà di ammettere la propria ignoranza di fondo sui grandi giochi di potere e riconoscere di poter essere ingannati con estrema facilità. Chi è così onesto da farlo? Meglio schierarsi secondo i propri moti viscerali, alzare i pugni al cielo e gridare più forte degli altri.
Forza Roma!
Noooo… Forza Lazio!
Perché ormai siamo tutti alla stadio! In uno stadio virtuale, ma pur sempre uno stadio, dove si ama la propria squadra prima ancora di conoscerne e valutarne l’autentico valore. Dove le proprie frustrazioni vengono espresse e dissipate, scaricate sui gladiatori nell’arena del circo pubblico e così distratte dai Poteri Oscuri che, proprio grazie a questa babele così abilmente alimentata, continuano indisturbati nelle proprie iniquità.
È come se, oramai, si fosse del tutto persa o dimenticata quella profonda fiducia nel pensiero che da Socrate a Tommaso d’Aquino aveva sempre sostenuto le sfide dialettiche dell’uomo sulla ricerca della verità. Quella fiducia che portava gli sfidanti a considerare il peso e il valore della concatenazione di pensieri dell’avversario e a non emettere giudizi gratuiti sul tema da lui proposto solo sulla base della sua appartenenza a uno stato straniero, a una confessione religiosa o a un partito politico. Il nemico, poi, il vero nemico era la costruzione di pensiero dell’altro. Non l’altro, con la sua inevitabile, e perciò comprensibile, fallace umanità.

Adesso però, per non incorrere nello stesso errore che questo articolo vorrebbe denunciare, permettetemi di alzarmi in volo e guardare le cose dall’alto: forse tutta questa gazzarra si rivelerà fine a se stessa. Forse è solo l’inizio di quella degradazione finale verso la quale lo Spirito dei Nuovi Tempi vorrebbe condurci e verso la quale tutti noi ci stiamo precipitando gridando a squarciagola, con i pugni alzati e un sorriso beota dipinto sul volto.
Tuttavia c’è una speranza… è fioca fioca, come la luce emanata da uno striminzito fiammifero acceso al centro di una buia caverna. È appena un barlume… ma c’è.
La speranza è che questo impulso di autonomia, questo voler parlare per forza a proprio nome, usato e abusato finora in modalità così sguaiate, non sia che il primo vagito di quella ben più ampia facoltà di libero pensiero che, ci auguriamo, un giorno l’uomo potrebbe raggiungere. La speranza è che sempre più persone arrivino a provare disgusto per questa sarabanda di chiacchiere inutili e si rifiutino di ascoltarle e di generarle.
Basterebbe poco. Basterebbe che accettassero l’idea che non si nasce con la capacità di pensare acquisita una volta per tutte ma che, al contrario, tutti dobbiamo imparare a farlo, possibilmente prima di aprire bocca. Basterebbe riconoscere che il sano pensare è difficile e costa fatica, mentre rivestire di pensieri la propria animosità è molto, molto più semplice e gratificante. Peccato sia inutile.
Oltre a ciò, bisognerebbe trovare il coraggio di abbandonare qualunque partito preso, qualunque fideismo, per quanto nobile possa sembrare - materialismo, spiritualismo, comunismo, fascismo, cattolicesimo, buddhismo, islamismo o invece ateismo, pacifismo, razzismo, femminismo, maschilismo, perbenismo o nichilismo  - insomma,  basterebbe smettere di tifare per una squadra o per l’altra solo per partito preso e riconoscere che la verità è Un Essere in continuo movimento.

Già… La Verità è un Essere Vivente e, se Lo si vuole anche solo intravedere, bisogna che il nostro pensiero si muova alla sua stessa velocità, liberandosi da tutto ciò che vorrebbe invece imprigionarlo nei limiti di una qualsivoglia categoria.