giovedì 10 aprile 2014

La Penultima Spiaggia


                                          

         Dove Femminile e Maschile si incontrano



Il romanzo è acquistabile in formato cartaceo e in e-book formato EPab su:  www.lulu.com

E in e-book format Kindle su: www.amazon.it




                        Sinossi

Perché uomini e donne si cercano sempre con tanta caparbietà? E perché, di là dalle apparenze, è tanto difficile che riescano davvero a incontrarsi? Che cosa significa, oggi più che mai, divenire uomini o donne? E quali sono le qualità essenziali e irrinunciabili che ci contraddistinguono gli uni dalle altre?
Sesso, Eros e amore sono esperienze così diverse? Quando e come l’uno sconfina e trasmuta nell’altro? Oggi, nell’epoca del consumo frenetico e compulsivo di ogni cosa, è realizzabile l’amore fedele e duraturo?  E a cosa allude la sua realizzazione?
A queste e ad altre cruciali domande si diverte a rispondere l’autore di questo romanzo che occulta così, nelle vicende dei suoi personaggi, le conoscenze maturate in quarant’anni di attività psicoterapica.
Il romanzo, infatti, e non a caso, ruota intorno all’incontro fortuito tra una giovane donna, Sara Fabriani, e un anziano “strizzacervelli” – molto più folle che saggio, almeno all’apparenza – ritiratosi a vita privata in una casetta prospiciente una spiaggia del Tirreno, in una zona residenziale vicino Roma.
Sara ha ventotto anni, è stata abbandonata dal padre quando ne aveva sei, è in contrasto con la propria madre, si è laureata in letteratura moderna, fa la cameriera in un pub, è schiava di una travolgente storia d’amore con un uomo sposato e soffre di sporadici attacchi di bulimia, seguiti da vomito compulsivo.
L’anziano psicoanalista - che lei incontrerà sempre sulla spiaggia, in condizioni di confine tra l’assurdo e il ridicolo – sembrerà ogni volta giocare con lei, come il gatto col topo, ma in realtà, pur senza darlo a vedere, la guiderà a scoprire l’origine delle sue nevrosi e a trovare un’autentica centralità.
La storia è raccontata da una voce narrante che, in maniera distaccata ed equanime, descrive le caratteristiche psicologiche e i moventi dei vari personaggi. In realtà, l’unico personaggio effettivamente “raccontato” è quello di Sara e, in alcuni momenti, infatti, la voce narrante si confonde con la sua. L’anziano terapeuta, invece – dal bizzarro nome di Bartolomeo Maria del Poggio – non viene affatto “raccontato”, bensì lasciato immaginare al lettore. Quasi fosse, anche lui, più un Archetipo - quello del Curatore - che non un uomo in carne e ossa. Volendo, potrebbe essere immaginato come una sorta di Don Juan in campo psicoanalitico, anziché magico-esoterico.
Il racconto inizia quasi fosse un romanzo rosa ma poi, capitolo dopo capitolo, cresce d’intensità e si arricchisce di significato, esprimendo contenuti sempre più complessi e inusitati. Hanno questa funzione propedeutica i provocanti incontri erotici vissuti dalla protagonista i quali, oltre ad essere essenziali e significativi all’interno delle sue vicende amorose, raccontano piuttosto l’approfondimento conoscitivo che Sara farà di se stessa e dei misteri dell’Eros.




mercoledì 2 aprile 2014

Articoli di psicoanalisi


                                             LA PERDITA DI CONFINI





Soltanto quindici anni fa molti italiani non possedevano ancora un cellulare. I più evoluti potevano contare su una segreteria telefonica che, al massimo, avrebbe registrato i messaggi di quanti avessero osato lasciarli sfidando la vergogna di parlare a un 'marchingegno elettronico'. Tutti gli altri uscivano da casa, o dall'ufficio, e in pratica erano irreperibili. Solo che era normale essere irreperibili. Amici, conoscenti o clienti sapevano che se qualcuno aveva deciso di passare il sabato e la domenica fuori casa, quel qualcuno non sarebbe stato rintracciabile finché non fosse tornato. La sua sparizione dalla scena era non solo comprensibile ma addirittura legittima all'interno della vita privata di ognuno. Chi lasciava l'abitazione, o l'ambiente lavorativo, entrava perciò in una sfera di libera espressione all'interno della quale solo il proprio Io avrebbe deciso con chi, come, quando, dove e soprattutto se comunicare.
Sono passati solo quindici anni e se qualcuno, oggi, esce da casa scordando il proprio cellulare già sa che pagherà la sua dimenticanza con attacchi di ansia, preoccupazione e vaghi sensi di colpa. Non è una sindrome generazionale. Non a caso, per la strada, in autobus o in metropolitana, s’incontrano con una certa frequenza uomini e donne di settanta o più anni che, nonostante gestiscano a malapena una tecnologia per loro aliena, comunque non si risparmiano l'uso del cellulare. Magari, come loro stessi affermano, solo per fare o ricevere semplici telefonate.
Tuttavia, se gli anziani si limitano all'uso dell'uno per cento del potenziale tecnologico del più stupido cellulare, tutti gli altri si sono lasciati sedurre dalle sue infinite potenzialità. Internet con relative mail, Facebook, YouTube, Twitter, WhatsApp e quant'altro sono solo alcune delle tante applicazioni che permettono, ma più che altro obbligano, alla connessione costante.
In pratica, quella della reperibilità continua è una sindrome globale sulla quale si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto: bene e male, costi e guadagni, vantaggi e svantaggi.
Legittima perciò la domanda: perché continuare a scriverne? Presto detto: per la presunzione di aver rintracciato una prospettiva nuova del fenomeno o, almeno, non ancora esplorata a sufficienza.
Come molti concorderanno questa è un'epoca strana, decadente, malata. È l'epoca degli attacchi di panico, del bullismo, della prostituzione giovanile volontaria, dell'abbandono degli studi, della ricerca del business facile, del successo ad ogni costo, dell'estetica priva di contenuto, della liquidità dei rapporti. Tutte realtà che, almeno all'apparenza, non dovrebbero avere nulla a che spartire con il tema della reperibilità continua. La quale, al massimo, potrebbe essere considerata una dei tanti elementi dello sfondo culturale tecnologico sul quale tutti ci muoviamo.
Ma ne siamo così sicuri? Possiamo essere davvero certi che la connessione continua sia solo un elemento marginale e descrittivo di un'epoca piuttosto che una con-causa partecipante alla produzione del malessere che ci attanaglia?
Per tentare di rispondere a queste domande dobbiamo partire da lontano e sforzarci poi di tener sempre presente alcune considerazioni fondamentali.
Cominciamo, allora, dalla prima legge della comunicazione umana scoperta da Gregory Batson nel lontano 1940. Tale legge recita che, dato l'incontro di due o più individui, questi non abbiano in alcun modo la facoltà di NON COMUNICARE. Tutto è comunicazione e anche il tentativo di eluderla può essere tradotto per ciò che è: la volontà di non comunicare. Così, ad esempio, se due persone sconosciute entrano in un ascensore e una delle due inizia a fissare con ostentazione il mazzo di chiavi che ha in mano, il messaggio analogico che trasmette è: "Non ho alcuna intenzione di parlare con te! Non m’interessa!" La dove un semplice: "Buongiorno! A che piano scende?" è indice di disponibilità e apertura.
Ma se è vero che, data la semplice vicinanza e/o frequentazione di due o più esseri umani, è impossibile sfuggire alla comunicazione, se è vero che la contiguità obbliga alla trasmissione di significati, è pur vero che fino a poco tempo fa esisteva un territorio spazio-temporale privato nel quale chiunque avrebbe potuto ritirarsi senza, per questo, essere obbligato a comunicare alcunché. Come ho già scritto, fino a quindici anni fa era "normale" uscire da casa o dall'ufficio, partire per un fine settimana o per le proprie vacanze e, appunto perciò, essere impossibilitati a contattare o a essere contattati da chicchessia. Sottolineo: era normale... Ciò significa che, entro certi margini, l'irreperibilità non poteva essere interpretata.
"Sarà fuori casa...", "Non avrà trovato un telefono funzionante...", "Se la starà godendo...", sono solo alcune delle tante supposizioni che avrebbero potuto essere formulate da chiunque si aspettasse notizie e non le avesse ricevute. O non avesse trovato il proprio referente.
Oggi non è più così. La reperibilità continua dei cellulari - per non parlare di Internet - non concede alcuna giustificazione: se qualcuno spegne o si dimentica il cellulare qualcosa dovrà pur significare e, a seconda delle relazioni nelle quali è implicato (lavoro, amicizia, amore), il fatto di non poter essere trovato legittima tutta una serie di altre interpretazioni: "Mio Dio, cosa gli sarà successo?", "Questa sparizione è sospetta!", "Avrà qualcosa da nascondere?", "Non mi vuole né parlare né sentire, sarà arrabbiato/a...", "Strano... Non l'ha mai fatto!" E, a seguire, tutta una serie di effetti collaterali: ansia, paura, curiosità, sospetto, collera, odio, desiderio di ritorsione o di vendetta. Perché la connessione continua oggi è data per scontata, talmente ovvia da essere considerata naturale, e la sua mancanza legittima qualunque congettura. Che il cellulare possa essersi guastato, che la rete mobile sia sovraccarica o che la persona possa aver deciso deliberatamente di spegnerlo non è una ipotesi a cui si è disposti a dare credito.
Non ce ne rendiamo conto, ma viviamo quasi tutti così, dando per certa e assoluta la connessione continua con le persone che conosciamo e dannandoci l'anima se per un caso qualsiasi questa risulta elusa. Gli effetti più oscuri e inquietanti determinati da questo stato di fatto, però, non sono quelli sopra elencati. Alla radice di tutto, infatti, c'è una perdita dei confini dell'Io.
Mi rendo benissimo conto di ciò che ho scritto: ai più questa idea sembrerà eccessiva. Possibile che un fenomeno tecnologico come quello sotto esame abbia il potere di aggredire, ferire e, a volte, addirittura distruggere le forze di coesione interiore dell'essere umano che, a ben vedere, sono di tutt'altra natura? Come può una semplice innovazione tecnologica e di costume sociale attaccare e annichilire l'istanza superiore delle funzioni umane?
Comprendo le perplessità. Eppure, a ben vedere, questo è esattamente l'obiettivo che raggiungono molti altri fenomeni droganti, quali le sostanze alcoliche, gli stupefacenti, alcuni psicofarmaci e - ultime arrivate - alcune innovazioni tecnologiche, quali la televisione e il computer. Non credo, infatti, sia un mero caso se, in molte parti del mondo, siano sorte cliniche specializzate per la difficile disaffezione dalle dipendenze che tali innovazioni tendono a generare.
Si dirà: "Ma non sono forse quelle individualità che avevano fin dall’inizio una fragilità dell'Io a rimanerne soggiogate? Là dove individualità più forti e ben strutturate riescono benissimo a gestire tutte queste innovazioni."
C'è qualcosa di vero in tali affermazioni, solo che le mezze verità non sono la verità e, molto spesso, rischiano di confondere il campo d’indagine. Perché se anche è innegabile che le individualità più labili siano quelle che maggiormente possono rimanere intrappolate nel condizionamento di queste innovazioni tecnologiche, primo: non si vede perché tali fragili individualità non debbano essere protette, secondo: si ha davvero idea di quanto esse siano diffuse e, terzo: chi può essere così sicuro che la propria forte centralità non posa essere corrotta e violata da una condizione di ripetitività che alla fine si traduce in una dipendenza strisciante e inconsapevole?
Chiunque abbia lavorato, o comunque avuto a che fare con delle personalità dipendenti, sa bene con quanta sicumera e violenza essi decantino il loro presunto controllo della situazione. "Io sono padrone di me stesso: bevo, oppure mi drogo, oppure gioco, oppure ancora vedo la TV solo quando davvero lo voglio!" Peccato che non sia mai vero.
Il risultato di questa tecnologia è che viviamo tutti a stretto contatto gli uni con gli altri e, sebbene solo virtualmente, la nostra intimità può essere di continuo violata. L'Io sperimenta una labilità dei propri confini che spesso non è in grado di riparare.
Un mio giovane paziente l'altra settimana mi ha raccontato di non essere potuto uscire con i suoi soliti amici. Il perché risiedeva nel fatto che da alcune settimane sta flirtando con una ragazza, conoscente alla lontana degli altri ragazzi del suo gruppo, sperando di coinvolgerla in una più stabile e durevole storia sentimentale. Uscire con tutti gli altri, proprio quella sera in cui lei non ci sarebbe stata, avrebbe significato poter essere fotografato con il cellulare, magari anche per sbaglio, o per gioco, e magari in un momento di semplice confidenzialità con qualche altra amica, e vedere poi la foto in questione girare per il web, attraverso Facebook. La ragazza per la quale spasima avrebbe potuto vederla e, magari, trarne delle conclusioni sbagliate, che sarebbero andate a suo danno.
In sé e per sé l'episodio sembra una ragazzata. Il risultato di un eccesso di prudenza da parte del mio giovane paziente, forse un po' troppo auto-referente. Può darsi. Tuttavia, quante situazioni di vita, in questi ultimi tempi, sono state registrate con foto scattate al volo da un cellulare e usate per compromettere la rispettabilità di questa o quella persona? Né ci interessa l'obiezione che in molti casi possa essere stata colta sul fatto una persona nel pieno di una sua azione poco edificante, scandalosa o, addirittura, delittuosa. Questo potrebbe essere il tema di un'altra trattazione. Quello che qui mi preme rilevare è il sentimento di violazione della propria privacy che chiunque di noi potrebbe sperimentare in un qualunque momento della propria vita.
Per non parlare degli sms e delle telefonate pubblicitarie che ci giungono in qualunque ora della giornata, della paura di poter essere intercettati o della consapevolezza di poter essere rintracciati in qualsiasi momento e in qualunque angolo del mondo ci si fosse nascosti.
Naturalmente, il cellulare è solo uno dei tanti varchi, anche se forse il più abusato, che la società moderna ha imposto alla membrana protettiva del nucleo dell'Io. In aggiunta c'è Internet, la TV e tutte le tecnologie che a queste ultime girano attorno.
Come paradosso, ma forse per reazione alla perdita di confini certi, molte persone hanno finito per auto-confinarsi in casa e avere relazioni solo virtuali. In questi ultimi pochi anni, nella modesta statistica del mio lavoro privato, ho conosciuto almeno tre casi di ragazzi tra i venti e i trenta anni che da lungo tempo vivevano confinati nella propria camera, con il cellulare e il PC come unici strumenti di mediazione con il mondo. La loro vita interiore si alimentava di film, programmi televisivi spazzatura, giochi virtuali, pornografia, addirittura sesso virtuale e contatti video-telefonici con altri membri del club dei diseredati. Un piccolo numero di esseri umani forse destinato ad aumentare, abbandonati a se stessi e al vuoto allucinante di un’epoca che solo una sorta di pudore mi impedisce di inserire tra quelle più buie che il genere umano abbia mai attraversato. Al di là del presunto progetto per il controllo del mondo da parte di una élite di scellerati psicopatici, al di là dei disastri finanziari, ecologici, e culturali che tutti stiamo subendo, la mia convinzione è che stiamo assistendo ad un attacco diretto alle forze dell'Io umano da parte di quello che, con un eufemismo, mi piace chiamare lo Spirito dei Nuovi Tempi.

lunedì 13 gennaio 2014

Testimonianaza dal Chapas


Una Luce improvvisa nell'anima



Devo fare una premessa: la vita mi ha concesso il dono prezioso di poter realizzare molti grandi viaggi. Non tanti quanti la mia sfacciata e pretenziosa fantasia avrebbe desiderato ma, indubbiamente, davvero tanti. Dal Tibet alla Terra del fuoco, in Patagonia; dall'Islanda a Cuba; dal Vietnam al Medio Oriente; dai più straordinari e assolati paesi dell'Africa agli Stati Uniti d'America.
Scrivo questo non per mero autocompiacimento o per gratuita ostentazione, ma solo per dare spessore e intensità alla testimonianza che in questa rubrica voglio lasciare. Perché, pur avendo avuto infinite opportunità, rare sono state le volte nelle quali la commozione ha inondato la mia anima in maniera così intensa e assoluta da farmi quasi dimenticare chi io fossi e dove, di fatto, mi trovassi. Come quel lontano giorno, a Pashupatinath, sulle rive del Bagmati, in cui mi persi osservando il fumo denso e acre delle pire funerarie offuscare lo splendore delle cupole dorate del tempio dedicato a Shiva. O come quella volta che le note di una fuga di Bach mi sorpresero sgorgando all'improvviso, maestose e solenni, dalle canne d'organo della cattedrale di Canterbury. Oppure ancora ad Aleppo, quando mi lasciai coinvolgere nel fervore dei fedeli musulmani che pregavano nella splendida moschea verde degli Omayyadi. O a Lhasa, quando nascosto tra le mille colonne rosso sangue del Jo-Kang, potei spiare i pellegrini che vi giungevano stremati dopo mesi di estenuante camino e si gettavano proni, distesi con tutto il corpo, a baciarne il pavimento. Così come rapito ed estasiato rimasi a Istanbul, in un locale nascosto e un po' fuori mano, durante una cerimonia dei Dervishi ruotanti; o sull'isola di Chiloé, in Cile, nell'atmosfera austera e riservata della piccola chiesa lignea di Castro, realizzata dai mastri carpentieri dell'isola sotto la guida dei missionari gesuiti. O, ancora, ad Assisi, nella cattedrale di Santa Chiara, ascoltando il coro celestiale delle clarisse nella notte di Natale di tanti anni fa. O, per finire, nello sperduto villaggio di Possotomé, in Benin, quando fui invitato ad assistere a un’improvvisata cerimonia voodoo e, non so come, mi ritrovai a suonare uno jambé mentre intorno a me i feticci ruotavano e le donne ballavano entrando in trance.
Sí... lo so! Queste esperienze, riassunte in poche righe, sembrano molte e dunque frequenti... ma in realtà sono pochissime se si considera che sono state realizzate nell'arco di un'intera vita di viaggi. A testimonianza del fatto che sono sempre inconsuete e straordinarie le occasioni in cui l’animo di un viaggiatore può realizzare esperienze così coinvolgenti da permettergli di scavalcare le proprie ordinarie difese psichiche e farsi scaraventare nel mistero.
In Chapas, nella piccola cittadina di San Juan de Chamula, questo è di nuovo accaduto.
Ma andiamo con ordine.


Dicembre 2013. Dopo aver rimandato per anni il viaggio in Messico, quasi a voler protestare contro la psicosi collettiva relativa alla fine del mondo prevista (secondo discutibili interpretazioni) dal calendario Maya, alla fine io e mia moglie decidemmo di regalarci il tanto sospirato viaggio.
Arrivati a Cancun, nello Yucatan, prenotammo una piccola utilitaria e partiamo. Sorvolerò sulle nostre tappe più ovvie: Valladolid, Chichen-Itza, Uxmal, Lebna, Edzna, Palenke, Yaximal e, alla fine, San Cristobal, in Chapas, posta a 2200 metri di quota. Arriviamo in questa splendida cittadina tutta in stile coloniale – molto simile a Trinidad, se immaginata almeno 100 volte più grande - nella notte del 24 dicembre. Ci ha guidato il caso, spingendoci a seguire i capricci del sole in una stagione che si comporta in maniera anomala rispetto agli standard stagionali. Alloggiamo in un bellissimo hotel che, senza alcuna pressione da parte nostra, ci pratica uno sconto irrinunciabile. Andiamo a letto presto, dopo una cena frugale, perché alle ventuno tutti i locali e i ristoranti avrebbero chiuso per concedere al personale di passare in famiglia il santo Natale.
La mattina del 25, prestissimo, siamo già in piedi e usciamo all'aperto in una giornata di sole sfolgorante. La città, com’era da aspettarsi, è deserta. Decidiamo perciò di prendere un "collettivo" (un taxi cumulativo) e di recarci a San Juan Chamula, una piccolissima cittadina a soli 15 km di distanza da San Cristobal, abitata quasi esclusivamente da Tzotzil, una delle poche sopravvissute etnie Maya. Chamula è famosa per la piccolissima chiesa di architettura coloniale al cui interno sopravvive, immutato nei secoli, il sincretismo tra gli antichi culti pagani e la religione cattolica.
Il "collettivo" ci scarica all'inizio del viale che conduce alla piazza principale, “Quella laggiù - ci indica il conducente - quella che s’intravede in basso, alla fine delle bancarelle di souvenir che incorniciano il viale”. Curiosando tra un banco e l'altro percorriamo la distanza che ci separa dalla nostra meta. All'improvviso la piazza si apre ai nostri occhi: lo slargo è enorme e, alla luce del sole basso e radente delle prime ore del giorno, a 2200 metri di quota, risulta amplificato e impreziosito da una mescolanza di vividi colori. Davanti alla piccola chiesa che occupa lo sfondo, infatti, i Tzotzil stanno montando il mercato e la piazza sembra la tavolozza di un pittore naif: il giallo delle banane, il rosso vivido dei pomodori, il verde delle papaie, il nero e il bianco delle pelli di capra, i ricami colorati delle coperte e delle tovaglie artigianali.  Sui pochi alberi che circondano la piazza sono legati migliaia di palloncini colorati. Lo spettacolo è magnifico, ma noi siamo ben vaccinati. Per quanto piacevole e sorprendente, la scena non si discosta poi di molto da quella che abbiamo ammirato sull'isola di Djiené, in Mali, ai piedi della più grande moschea di fango del mondo. Dobbiamo tuttavia riconoscere che i costumi locali sono straordinari: gli uomini indossano giubbotti di pelo lungo di capra nero o bianco, chiamati chujes, e larghi cappelli bianchi da cowboy. Le donne, invece, indossano camicette bianche ricamate con fiori di tutti i colori e lunghe gonne di pelo di capra, sempre nera o bianca. In capo hanno un buffo cappello di stoffa ripiegata. In un certo qual modo ricordano i nostri "mamuthones" sardi, anche se le fattezze del loro volto sembrano incartapecorite dal tempo. Girovaghiamo tra i banchi della frutta scattando qualche foto e ci avviciniamo all'ingresso della chiesa. Da questo punto in poi macchine fotografiche e videocamere sono ‘vietatissime’, se non si vuole rischiare una solenne bastonatura da parte dei guardiani e della gente del posto. La facciata della chiesa è bianca con delle modanature verdi che fanno da cornice al portale e ai motivi ornamentali del tetto. Davanti all'ingresso un piccolo gruppo di Tzoltzil, con stravaganti ed enormi strumenti musicali, officia un antico rituale maya. A dieci metri dagli officianti alcuni fedeli sono in ginocchio e, alla fine di ogni strofa, si avvicinano di un paio di metri. Un odore intenso d’incenso aleggia nell'aria. Ammetto di aver tentato di "rubare" qualche immagine, ma la maledizione dei Maya ha mandato fuori campo l’obiettivo della mia cinepresa.
Alla fine, facendoci largo tra la folla varchiamo l'ingresso della chiesa e... rimaniamo senza fiato. L'interno - trentacinque metri per quindici - è completamente vuoto. Il pavimento, presumibilmente di marmo bianco, è ricoperto da uno spesso strato di aghi di abete. A destra e a sinistra, per tutta la lunghezza dei lati, si avvicendano dei tavolini bassi sormontati da teche di legno e vetro al cui interno si trovano dei santi, in grandezza naturale, realizzati in legno o ceramica ma con vestimenti di stoffa. Tra una teca e l'altra, il muro è tappezzato di fiori bianchi. Sopra i tavolini, più larghi di almeno venti centimetri delle teche, ardono migliaia e migliaia di candele. Sul pavimento, tra gli aghi di abete, alcuni Maya sono accucciati in piccoli cerchi e officiano strani riti accendendo decine di altre candele. In fondo, l'abside è un tripudio di fiori bianchi e palloncini colorati. All'altezza dell'altare solo quattro cerchi concentrici al neon, rosso, giallo, verde e bianco che si accendono e spengono in alternanza creando un senso di convergenza verso il centro. Il significato è inequivocabile: qui è nata la Vita. Qui è nata la Luce. Dall'unica finestra posta sul lato destro, in direzione sud, un raggio di sole penetra obliquo a testimonianza che: "Dio c'è!"
Non credo che si possa immaginare nulla di più kitsch e pacchiano... ma l'insieme è sconvolgente. La luce e il fumo delle candele, l'odore resinoso degli aghi di abete, lo sguardo dei santi dalle teche, il profumo dei fiori, il mormorio confuso e disarmonico dei Tzoltzil, il messaggio ovvio dei cerchi al neon, non concedono dubbi: qui il Divino è immanente!
L'atmosfera è satura di forze magiche che vibrano sull’onda della devozione incondizionata e assoluta di questo semplice e antichissimo popolo.
La mia compagna, una donna pragmatica e disincantata, ma con un animo purissimo, dopo pochi minuti da che siamo entrati, spontaneamente s’inginocchia tra gli aghi di abete, abbassa la testa sul petto e chiude gli occhi, lucidi per la commozione. La mia anima intellettuale, invece, complicata e fin troppo sovrastrutturata, accenna a un moto di resistenza. Ma l'atmosfera magica della chiesa è troppo potente e, in breve, mi ritrovo inerme, il pensiero vuoto, gli occhi gonfi di lacrime. Restiamo così non so più quanto tempo. Non riusciamo a staccarci. Non riusciamo a deciderci di muoverci, uscire dalla chiesa e porre fine a quello straordinario evento interiore. Senza esserci scambiati una sola parola, entrambi stiamo vivendo la medesima identica esperienza di rapimento interiore, prigionieri consenzienti di questo natale maya che il destino ha voluto regalarci.

Quando dopo molto tempo riusciamo a strapparci dall’incantesimo e a uscire all’aperto mi metto a riflettere: alcune leggende esoteriche asseriscono che l'umanità – nonostante tutte le sue nefandezze - sarà risparmiata dal giusto furore divino, e il pianeta sarà risparmiato dalla distruzione, fintantoché nel mondo sopravviveranno almeno sette saggi che, con la loro devozione, intercederanno per tutti coloro che non lo meritano. Mi viene spontaneo pensare che, oltre all'opera dei sette sconosciuti saggi, una buona parte delle intercessioni possa giungere agli dei dalle preghiere di popoli semplici e devoti come appunto i Tzoltzil che, con la purezza dei loro intenti, hanno mantenuto la grazia di parlare al cuore degli dei.
Rifletto ancora e, per quanto convinto foto-amatore, per la prima volta sono costretto a chiedermi: "Ma non sarà, davvero, che le fotografie rubino l'anima ai luoghi e alle persone, per poi disperderla, strumentalizzarla e, infine, banalizzarla? Non sarà che l'atmosfera magica della chiesa di Chamula sia così potente proprio perché protetta - anche con la violenza, se necessario - dagli stupidi impulsi che imperversano negli animi dei tanto evoluti uomini moderni occidentali che, come noi, non conoscono davvero l’umiltà e il timor di Dio?”
Assorti nei nostri pensieri, riprendiamo a girovagare nella piazza.
- Grazie, Spirito del popolo Maya… grazie del meraviglioso Natale che hai voluto donarci.











martedì 26 marzo 2013

Il futuro dell'anima




Non c’è dubbio! Il Futuro è dietro l’angolo. Il Futuro sta arrivando – come sempre d’altronde – ma, questa volta, porta con sé un’equivoca novità: sarà sempre più veloce.
Per l’essere umano – nonostante il fatto che sul piano cosciente possa aderire con entusiasmo ed eccitazione all’accelerazione degli stimoli - le conseguenze inevitabili sul piano inconscio saranno: un’accresciuta superficialità, uno stato di perenne disorientamento e agitazione, la perdita della capacità di produrre sforzi di volontà prolungati nel tempo e, infine, l’indebolimento dell’immagine di sé, costantemente minacciata dal “nuovo” che avanza.
Non credo che sbaglierei più di tanto se affermassi che, a breve termine, si verificherà un aumento delle più classiche sintomatologie psichiche di tutti i tempi e l’irrompere di sindromi del tutto nuove (come, ad esempio, la già perniciosa “dipendenza da PC o dal virtuale”).

Quali saranno le cure? Difficile dire, perché la psicanalisi – che storicamente ha rappresentato il primo significativo accesso alle profondità dell’anima umana e che, appunto per questo, presumeva di poter raffinare i propri strumenti ed estendere a molti le proprie conoscenze – in realtà è stata esautorata, destituita, spodestata… a favore di prassi terapeutiche che, nella migliore delle ipotesi, possono essere  considerate solo delle caricature della prima.

I motivi del suo fallimento sono molteplici e complessi, ma se dovessi azzardare una sintesi estrema oserei dire che la fine della psicanalisi e della psicologia del profondo sia stata decretata dallo svilimento della cultura mitteleuropea e dall’affermarsi, in antitesi, di quella americana. Una cultura – quest’ultima - che, nella sua più intima essenza, è priva di radici, superficiale, ingenua e, soprattutto, drasticamente materialistica (anche là dove proprio non sembra). Le conseguenze dello sradicamento della ricerca psicologica dalla profondità della tradizionale cultura mitteleuropea e l’adesione acritica alla superficialità materialistica della cultura americana, di fatto, ha introdotto nei percorsi di formazione dei nuovi terapeuti (soprattutto italiani) tecniche terapeutiche che hanno il privilegio di apparire intelligenti, sintetiche, efficaci e di facile acquisizione ma che sono risibili di fronte alla profondità e alla complessità dell’animo umano.

Lo svilimento culturale dell’università italiana, gli interessi economici e politici dei soliti “baroni” che la governano e l’ignoranza sostanziale da cui muovono gli studenti provenendo dalla scuola superiore hanno così creato una situazione per la quale non so trovare aggettivi appropriati: in pratica, oggi è sufficiente per chiunque superare una manciata di esami per essere legittimati “Psicologi” e basta pagare (profumatamente) uno qualsiasi dei tanti corsi di formazione psicoterapica ratificati dalla Facoltà di Psicologia per essere riconosciuti come psicoterapeuti e iscritti regolarmente all’albo regionale.

Siamo lontani anni luce da quella base culturale che, in un recente passato, era condicio sine qua non della formazione di uno psicoanalista e che, ben oltre alla materia clinica, gli permetteva di spaziare dalla conoscenza della storia delle religioni alla meccanica quantistica, dalla letteratura classica e moderna alla storia dell’arte, alla filosofia e all’antropologia.
Come se non bastasse, nessuna istituzione scolastica si sognerebbe più, oggi, di giudicare le capacità empatiche del futuro terapeuta, le sue doti di creatività e improvvisazione, le sue qualità morali e – soprattutto – il suo equilibrio psicologico. In altre parole, la sua sanità psichica.
Così, nonostante il parere espresso dai più eminenti trainer di tutti i tempi (una fra tutti: Hilde Bruch) che annoverano l’empatia, la creatività e la moralità tra le doti essenziali di un terapeuta, oggi qualunque studente può pretendere di diventarlo. Per lui sarà sufficiente studiare quel minimo che oggi serve a superare gli esami e pagare la retta delle scuole di formazione convenzionate.

Il risultato è che migliaia di titolati psicoterapeuti si sono riversati sul “mercato della salute psichica” (anche l’anima, oggi, si sottomette alla nomenclatura economica corrente), inconsapevoli o, forse, incuranti di essere poco più che dei miseri tecnici e, giustamente, pretendono di avere a disposizione luoghi di lavoro riconosciuti dallo stato (lo psicologo nelle scuole, lo psicologo di famiglia, ecc…) o di potersi comunque affermare professionalmente. Uno su dieci di queste migliaia sa di che cosa sta parlando quando pratica. Uno su cento conosce davvero se stesso.

Il risultato è che sulle vetrine delle farmacie o delle erboristerie di ogni città o paese italiano, sulle bacheche di compiacenti medici della mutua o medici specialisti, sulle metropolitane, sugli autobus e sulle finestre virtuali di Internet, singoli terapeuti o sedicenti associazioni terapeutiche si presentano sbandierando i più nobili e sacrosanti ideali (ad esempio, il diritto di ogni cittadino alla salute psichica) e offrono i propri servizi al ribasso, come in una vera e propria economia di mercato: le prime due sedute gratis, un “pacchetto” iniziale a costi ridotti, offerte su Groupon di imperdibili occasioni… Il messaggio aggiuntivo è che l’intervento sarà mirato, efficace e soprattutto breve. Anzi brevissimo!

La presunzione di tutte queste affermazioni è pari soltanto alla loro stupidità.

Peccato che gli utenti (come tutti gli psicoterapeuti oramai sono soliti chiamare le persone sofferenti di un qualche sintomo psichico) della complessità di queste problematiche non si rendano neanche lontanamente conto. Per la maggior parte delle persone pressate da un qualche disagio, un terapeuta è un terapeuta. O, almeno, così dovrebbe essere. Nessuno potrebbe mai sospettare che dietro tutta questa offerta si cela un vuoto di contenuto e di spessore che non ha uguali in nessun altra specialistica professionale. Per molti, in oltre, che forse sono quegli stessi che patiscono le maggiori difficoltà economiche in questo paese devastato dalla criminalità di chi ci governa, l’onorario stracciato è una tentazione troppo forte. È difficile per loro applicare nel mercato dell’anima lo stesso lungimirante proverbio che, di fatto, invece, sono soliti usare nel mercato dei beni materiali: “Poco pagare, poco valere!”  In altre parole, molti si lasciano abbindolare, confidando in una rapida soluzione dei loro problemi.

Così, se ancora fino a qualche anno fa erano gli uomini o le donne sofferenti che sentivano il bisogno di rintracciare il terapeuta più competente o più esperto al quale affidare la propria anima e, una volta trovatolo, potevano solo sperare che questi avesse delle ore libere a disposizione, oggi sono i terapeuti ad essere obbligati a scendere nel “mercato” e a cercare i loro possibili pazienti. Accettando il gioco di: “vediamo chi si mette più in mostra” o, meglio ancora, di: “vediamo chi si offre al minor prezzo”. Questa è la realtà della decadente epoca mercantile alla quale tutti partecipiamo e alle cui ferree regole nessuno – ma proprio nessuno - può sperare di sottrarsi. Tutto è stato ridotto a merce: anche la cura dell’Anima. E come merce, appunto, tanto la cura, quanto coloro che la praticano, vanno pubblicizzati se vogliono sperare di essere acquistati.

Speranze per un prossimo futuro? Nessuna!
La violenza delle forze storiche in gioco è immensa e presto, almeno così sospetto, della grande cultura umanista e spirituale europea non rimarrà che un pallido ricordo. C’è solo da augurarsi che qua e là permangano dei piccoli, occulti cenacoli ove l’anima possa nascondersi. L’augurio è che pochi e sparuti individui riescano a conservane il ricordo in vista di un più lontano futuro… quando un’Altra Umanità, liberatasi dalla Peste Economica che oggi devasta e corrompe il mondo, sentirà di nuovo la necessità di conoscere infine se stessa.



lunedì 18 marzo 2013

Disturbi...complessi


La scissione dell’immaginario
erotico maschile


Ha senso continuare a dibattere un tema così dibattuto, appunto, come quello della latente scissione dell’immaginario erotico maschile? Probabilmente no! Ricercatori e colleghi hanno già sviscerato il problema esponendolo poi in relazioni, articoli e saggi di raro acume. Di fatto, tutto quello che poteva essere detto è stato detto e questo articolo potrebbe giustamente sembrare una pedissequa e inutile ripetizione. Credo tuttavia che non si insisterà mai abbastanza nella denuncia della tematica in questione. Non tanto perché si debba o si possa aggiungere, ogni volta, qualcosa di nuovo, quanto piuttosto perché molti degli uomini di oggi, che neppure sospettano la problematicità del proprio vissuto, trovandosi sempre più spesso di fronte a tali denuncie, alla fine possano cominciare a sospettarla.
Se la disamina è abusata, non è detto, però, che non si possa tentare di essere originali: ad esempio rovesciando i consueti nessi di causa ed effetto e presentare alcuni di quegli atteggiamenti interiori ed esteriori che spesso sono considerati “conseguenza” di un determinato agire maschile, piuttosto come spinte e motivi inconsci che quello stesso agire determinano. L’esercizio potrà sembrare sterile, o comunque gratuito – posso immaginarlo… sono tuttavia convinto che alla fin fine ne possano nascere spunti interessanti.
E allora vediamo: cominciando dalla fine, mi sentirei di affermare che il processo evolutivo della psiche maschile, oggi come oggi, è del tutto mancante di almeno un paio di paradigmi che sarebbero invece indispensabili a definirne la progettualità. In altre parole, forse più semplici, direi che l’attuale immagine di “virilità” sia completamente distorta, se non addirittura caricaturale e, dunque, inadeguata a far realizzare ai giovani quella maturità e quell’equilibrio interiore che sarebbero invece indispensabili in una vita adulta.
I motivi di questo stato di fatto sono molteplici e, come ho già dichiarato in apertura di questo articolo, colleghi e ricercatori ben più titolati hanno individuato nella sostanziale mancanza della figura (simbolica e reale) del Padre nella nostra società la radice ultima di tutti questi problemi. Mi fa qui piacere segnalare ai più curiosi dei miei lettori i pregevoli lavori di Claudio Risé: “Il Padre, l’assente inaccettabile” e “Il mestiere di Padre”; il testo di Massimo Recalcati: “Cosa resta del Padre”, quello di Luigi Zoja: “Il gesto di Ettore: preistoria, storia, attualità e scomparsa del Padre”; e, per finire, il bel racconto autobiografico di Stefano Zecchi: “Dopo l’infinito cosa c’è, Papà”.
Come già detto, non ho intenzione di ripetere – magari male – ciò che altri hanno già detto. Più interessante mi sembra, invece, provare a raccogliere le osservazioni e i pensieri espressi da tutti questi autori per individuare i due principali paradigmi la cui assenza – anche secondo me – è responsabile del mancato processo “individuativo” dell’uomo contemporaneo. Questi due paradigmi sono: 1) il senso di responsabilità nei confronti della comunità e 2) il senso di protezione.
Guardiamoci spregiudicatamente intorno… giriamo lo sguardo… ma proviamo a farlo con gli occhi di un giovane di quattordici, quindici, sedici anni… Cosa vediamo? Anzi, no! Cominciamo da ciò che non vediamo: molto spesso – come già detto – non c’è traccia di un Padre degno di questo nome. Di un uomo adulto che si faccia incarnazione del presente storico e che, pur partecipando alla creazione di un prossimo futuro, sappia indicare al figlio, con l’esempio e non con vuote parole, l’importanza del proprio impegno personale nel tessuto sociale. Manca l’uomo adulto che con infinito amore prenda la mano del ragazzino e, adeguando il proprio passo, lo accompagni sulla soglia di uno dei tanti possibili sentieri che il figlio potrebbe scegliere di percorrere per avvicinarsi a quell’orizzonte lontano oltre il quale si nasconde la meta di ognuno di noi. Che lo accompagni fin sulla soglia, e non oltre, trasmettendogli la sua fede incrollabile nelle capacità del figlio di poter raggiungere la meta grazie alle risorse che in lui egli intravede. Manca l’uomo adulto come Presenza amica, come punto di riferimento fisso, certo, indubitabile, inamovibile, inattaccabile… permissivo ma, nello stesso tempo, protettivo, sicuro, difensivo. Porto protetto, faro di luce, rocca granitica da cui il figlio possa muovere verso l’incertezza del proprio domani.
Ecco. Tutto questo, oggi, molto spesso non c’è.
Al suo posto Padri distratti, assenti, lontani, occupati… molto spesso ancora impegnati a ricercare il significato della loro stessa vita. Padri ancora bambini – a volte nonostante l’età avanzata – padri insicuri… oppure ancora padri mancanti di quei contenuti ideali di cui i figli avrebbero invece un bisogno assoluto. Se i Padri biologici sono assenti non meno distorti, però, risultano quelli simbolici: insegnanti demotivati, incapaci e, a volte, autoritari ed arroganti; professori impreparati, oppure assolutisti e dispotici, più interessati al sapere nozionistico dei propri allievi che non alla loro formazione umana e professionale. E, per finire, politici corrotti, bugiardi, spregevoli in qualunque loro manifestazione; ladri, narcisisti, donnaioli di infima categoria.
Sul versante opposto i modelli della notorietà: calciatori strapagati con il fisico palestrato e accuratamente tatuato; rok star dai costumi scostumati e dissacranti; indossatori e modelli dalla bellezza ricercata e vagamente effeminata (nonostante sia volutamente maschilista). E poi ancora attorucoli, paparazzi, show man, ballerini, opinionisti e “tronisti” vari che in un qualche modo hanno occupato la ribalta pubblica e da lì, con un carisma fondato sull’ignoranza e la presunzione, dettano le proprie opinioni come se fossero verità rivelate.
In altre parole è come se l’immaginario delle nuove generazioni fosse colonizzato dal culto della personalità di omuncoli indegni che della propria vuota avvenenza, del pensiero senza fondamento, della furbizia e della mancanza di qualunque scrupolo morale hanno fatto business. Questo è quello che offre il mercato culturale. Sui banchi dell’immaginario non c’è null’altro se non il successo pubblico ed economico dell’esaltazione narcisistica. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fallimento, se non addirittura dall’assenza, dell’Eroe Solare, del Padre le cui gesta ruotano intorno ai valori dell’impegno personale, dell’assunzione di responsabilità, dell’affidabilità certa, granitica, fedele nel tempo… della partecipazione completa fino al sacrificio totale di sé.
Eppure, l’archetipo dell’Eroe Solare non appartiene solo alla storia del tempo che fu. Non è una leggenda “datata” dell’epoca mitica. Piuttosto, è una configurazione archetipa inalienabile, reale e concreta di cui la psiche maschile ha avuto, ha e continuerà ad avere sempre bisogno. Mille analogie e sfumature la collegano all’archetipo del Cavaliere che incarna l’interiorizzazione e la difesa di alcuni valori basilari: quali la purezza, la lealtà, l’onore, l’impegno, la difesa del più debole e, infine, la fedeltà a una donna amata, ad una causa o a Dio.
“La cavalleria – scriveva a tal proposito Chevallier-Geerbrant - dà uno stile alla guerra come all’amore e alla morte: l’amore è vissuto come un combattimento, la guerra come un amore e ad ambedue il cavaliere si sacrifica fino alla morte lottando contro tutte le forze del male…L’ideale cavalleresco sembra inseparabile da un certo fervore religioso”
Questi, insomma, erano i paradigmi sui quali, soltanto fino a poco tempo fa, si modellava la virilità dei ragazzi durante la crescita… paradigmi che oggi – per tutta una serie di motivi che sarebbe troppo lungo illustrare – sono precipitati nelle tenebre dell’inconscio collettivo e individuale.
Il risultato di questa mancanza sul piano della coscienza ordinaria è che il modello di virilità a cui possono ispirarsi i ragazzi di oggi nel corso della loro evoluzione non è più quello della Virilità Olimpica (secondo l’accezione del termine usata da Bachofen) bensì quello della Virilità Ctonia o Fallico-narcisitica (così ben descritta da Alexander Lowen).

Molte attuali patologie del vissuto erotico maschile, pur non originando direttamente da quanto sopra descritto, traggono tuttavia nutrimento e rafforzamento da questo modello distorto di virilità.
È il caso, ad esempio, della sindrome dell’amatore compulsivo che abbraccia tutte le gradazioni che vanno dal “Casanova” al “Don Giovanni”.
Ora sia chiaro: i primi passi mossi dai ragazzi in quella che sarà la loro vita adulta futura non possono (e non dovrebbero) evitare di essere condizionati e spinti dalla Libido – anche in maniera cieca e violenta – verso la volubilità, l’instabilità e addirittura la promiscuità delle prime esperienze erotiche. Occorre molto tempo al giovane uomo per sentirsi sicuro delle proprie capacità virili e per soddisfare la propria naturale curiosità verso quel “misterioso pianeta” rappresentato dalle donne. Questa perciò sarà l’epoca “fisiologica” delle mille avventure, degli incontri mordi-e-fuggi, oppure degli “amori eterni” bruciati nel giro di poche settimane. Questa è l’epoca della leggerezza nonostante tutto, della novità ad ogni costo, della passione “a tempo determinato”, della frenesia, dell’ingordigia, e della voluttà insaziabili.
Ma ciò che è fisiologico a una certa età diviene patologico ad un’altra… Non c’è ovviamente un limite d’età vero e proprio ma, in generale, dovremmo immaginare che il fuoco della Libido dovrebbe pian piano andare scemando di estensione e aumentare invece di calore e di stabilità. E’ un momento magico nella vita di un uomo o, almeno, dovrebbe esserlo: è il momento in cui egli dovrebbe saper convogliare il suo “desiderare” verso un’unica donna che diverrà così il simbolo vivente di tutte le donne possibili e immaginabili. Verso quest’unica, sola donna dovrebbero allora potersi dirigere le sue forze di uomo adulto maturando responsabilità, affidabilità e protezione.
Solo queste qualità realizzano la pienezza della virilità maschile rivelandosi, a lungo termine, non solo o non tanto doni benefici per la donna e i figli che li ricevono, quanto piuttosto motivi intimi e segreti di stabilità, equilibrio e dignità per l’uomo capace di esprimerli.
È ovvio che – alla luce dei nuovi tempi - c’è sempre spazio per accorgersi di possibili errori di valutazione, di scelte avventate, di inganni subiti o di speranze mal riposte. Nell’epoca dell’anima cosciente, il cammino che conduce all’amore sacro è complesso e irto di errori. Tuttavia la stella cometa che indica il cammino dell’uomo virile dovrebbe risuonare della capacità di sacrificare le parti egoiche e infantili di sé e del naturale desiderio di proteggere gli esseri amati. Solo queste potenzialità possono giustificare gli eventuali errori commessi e legittimare il desiderio, ogni volta, di ricominciare una nuova avventura.
Molto spesso, però, non è questo il caso. Piuttosto gli uomini moderni si attardano nell’età della spensierata giovinezza cumulando storie, incontri e avventure delle quali è difficilissimo, se non impossibile, cogliere un qualunque autentico significato. Come ho accennato all’inizio di questo articolo, l’impulso può derivare sia da un atteggiamento ludico e giocoso fine a se stesso – come quello che viene descritto metaforicamente nelle sindromi di Peter Pan e Casanova – e che Jung ha legato invece all’archetipo del Puer Aeternus, così come da un atteggiamento compulsivo di rapina e conquista – come quello espresso dalla figura di Don Giovanni – il quale ultimo, al di sotto di un evidente collezionismo numerico, mal nasconde un’ansia di prestazione che rasenta l’impotenza vera e propria. Tra questi due estremi, tutte le gradazioni possibili e immaginabili che oggi sono rintracciabili nel vissuto più o meno sconclusionato di molti uomini moderni.

La patologia opposta, almeno per quello che mi è dato sapere, non risponde ad una nosografia clinica specifica, anche se presenta un margine di diffusione altrettanto significativo della prima e sottende una maggiore pericolosità. Per subito intenderci, mi riferisco qui a quella scissione dell’immagine femminile presente nella struttura psichica di molti uomini a causa della quale essi distinguono e  separano - più o meno coscientemente – la “brava donna” di famiglia, casta e pura, spesso madre dei propri figli, dalla donna di piacere e dai facili costumi. La prima forzatamente immaginata virtuosa e morigerata, interprete di una sessualità “accademica”, inadeguata a realizzare giochi trasgressivi e priva di qualunque licenziosità erotica. In pratica una “santa donna” che non dovrebbe neanche lontanamente essere offesa costringendola a chissà quali capriole.
Queste, piuttosto, sono la specialità della seconda, la donna di piacere, la meretrice, la sgualdrina vogliosa, la cui turpe colpa – è incredibile questa fantasia maschile - sarebbe proprio quella di desiderare le stesse cose che l’uomo desidera e di provare (anche lei) piacere nel realizzarle. Con ciò, ovviamente, esaltando la voglia e il desiderio dell’uomo.
Credo che al fondo di questa ignominiosa “capriola psichica” di alcuni uomini moderni si nasconda, in verità, una terribile paura dell’eros femminile che, appunto per questo, deve essere depotenziato e offeso attraverso un pre-giudizio moralistico. La paura però – si badi bene – non riguarda l’esuberanza o gli eccessi dell’eros femminile in quanto tali (da questi infatti si viene sedotti), quanto piuttosto dal fatto che “tutte le donne” possano esprimerli. Questo, infatti, è il pensiero tremendo: che tutte le donne possano nascondere un’incontenibile focosità erotica. D’altra parte, un libero riconoscimento e un sano apprezzamento dell’universalità dell’eros femminile costringerebbe l’uomo a dover fare i conti con la figura della madre e a riconoscerla – in quanto donna – portatrice potenziale di quegli stessi impulsi. Questo è il pensiero inconscio, ma inaccettabile, di molti uomini che – incapaci di portarlo a coscienza - lo risolvono spesso operando una terribile scissione nel proprio immaginario.
Da una parte le Madri, caste e pure, desessualizzate, “angeli del focolare” con le quali si può copulare solo per mettere “su” famiglia e ottemperare così alle aspettative della Patria o di Dio; dall’altra parte le “Poco-di-buono”, le donne di malaffare, quelle “facili” e puttane proprio perché capaci di desiderare il sesso e di provarvi piacere.



Ed è ovvio, allora, come solo con queste ultime l’uomo possa lasciarsi davvero andare e mostrare tutta la propria esuberanza, la propria fantasia, la propria lascivia…
La verità, anche se nessun uomo “scisso” lo ammetterebbe mai sul piano cosciente, è che la loro stessa sessualità è ambivalente. E anziché essere sempre percepita da questi uomini come un’espressione di gioia, di piacere e di rispetto – anche là dove si esprime nella fantasie più azzardate – si scinde appunto in una “sessualità sporca” che viene però proiettata sulle donne con cui essi riusciranno ad esprimerla, e una “sessualità pulita” che viene invece condivisa con le donne che saranno le madri dei loro figli.
Non è incredibile? Siamo nel 2012… ostentiamo una modernità che sarebbe il risultato di una lunga evoluzione culturale, politica e religiosa… e alcuni di noi uomini si comportano né più né meno come i più fanatici dei Talebani. Qualcosa non deve aver funzionato in occidente se nel mio studio di psicoterapia, soprattutto in questi ultimi anni, sono sfilati non pochi uomini con manifeste problematiche di questo tipo. Certo… non sempre la gravità della situazione è ai massimi livelli. Molti uomini vivono la propria maturità “accontentandosi” delle proprie donne-mogli-madri dei propri figli e solo occasionalmente si lasciano afferrare da una qualche tentazione trasgressiva. In apparenza saremmo lontani anni luce da coloro che, invece, relegano la propria donna in casa e dividono il loro tempo tra mille e una fidanzate. Ma, appunto, è solo apparenza. In realtà il tema di fondo è il medesimo: l’incapacità di con-dividere con la propria donna le fantasie più segrete, i giochi più azzardati, i bisogni più vergognosi. Come conseguenza di questa mancata con-divisione, la scissione interna ed esterna dei due partner si allarga e si approfondisce, andando ad interessare ambiti sempre più significativi di quella che dovrebbe essere considerata una vita in comunione.
Lentamente, ma inesorabilmente, gli interessi e i desideri dell’una e dell’altro si andranno diversificando, le forze migliori dei due partner verranno impiegate per inseguire progetti fin troppo distanti e alla fine - non sempre, ma molto spesso - i due coniugi, piuttosto che con-vivere, finiranno per coa-bitare sotto lo stesso tetto. Con ciò perpetuando la patologia di generazione in generazione: perché l’uomo-padre tenderà sempre più a scomparire e ad assentarsi dal vissuto dei propri figli (maschi o femmine che siano... anche se qui ci interessa solo il vissuto dei figli maschi). Mancherà di trasmettere loro, attraverso le parole, gli sguardi e i gesti quotidiani, quel sano desiderio che un uomo dovrebbe sempre riversare sulla propria donna. E i figli così abbandonati, cresciuti da una madre privata del proprio uomo, dovranno difendersi dalle aspettative incestuose (ancorché inconsce) che essa proietterà su di loro. Si difenderanno come potranno: spesso scindendo il proprio immaginario, che si comporrà così di “Femmine caste e pure”, intoccabili come le proprie madri, e “Femmine lascive”, sulle quali proiettare la parte migliore e la parte peggiore della propria libido.
Con ciò il cerchio si chiude, lasciando ognuno dei protagonisti del dramma da solo con i propri fantasmi. Solo la presa di coscienza dell’uomo divenuto finalmente adulto potrebbe spezzare il “cerchio malefico”… La presa di coscienza di un uomo che divenisse perciò capace di esprimere impegno civile, fedeltà ai propri cari e protezione… ma che non mancasse di fondare tali qualità interiori sulla spregiudicatezza, sulla curiosità e sul rinnovato desiderio di esplorare insieme alla propria compagna di vita gli orizzonti infiniti dell’Eros.
Per quanto possa sembrare incredibile in un’epoca intellettualizzata come quella di oggi, un tale uomo – che vivesse tali contenuti più che pensarli - non avrebbe bisogno di molte parole o di chissà quali gesta per educare i propri figli: gli basterebbe essere loro vicino.

venerdì 8 febbraio 2013

CHI SONO








Dott. Piero Priorini, psicanalista junghiano e sessuologo
Con studio a Roma, a Bracciano e a Trevignano Romano.
Iscritto all’Albo degli Psicoterapeuti del Lazio al N° 655


Il dott. Piero Priorini è nato a Roma il 03. 05. 1949. Si è laureato in giurisprudenza nel 1974 e in psicologia nel 1983 presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Nel 1970 inizia un training di psicologia del profondo presso l’Istituto junghiano G.A.P.A. (Gruppo Autonomo Psicologia Analitica), divenendone socio ordinario nel 1980. Dal 1976 lavora come psicanalista junghiano libero professionista. Nel corso degli anni ha frequentato corsi di formazione in Sessuologia, Bioenergetica, Psicologia Transazionale e Ipnosi.

Una vita ricca di esperienze culturali (conferenze sulla psicanalisi tenute in varie città italiane, rassegne cinematografiche ad indirizzo psicanalitico, corsi presso l’università e in scuole di formazione privata), esperienze artistiche (giovane batterista in una rock-band, corsi di Teatro, di Danza, di Fotografia e Multivisioni), esperienze sportive (sci estremo, alpinismo, parapendio, arti marziali) e di viaggi in 4x4 (Estremo e Medio Oriente, Africa, Stati Uniti e America Latina), gli hanno permesso di scrivere e pubblicare cinque libri: tre saggi psicanalitici e due taccuini di viaggio e di antropologia.

Visita il sito ufficiale del Dott. Piero Priorini:
www.piero.priorini.it

Tel 328 0572102