giovedì 7 febbraio 2013

Articoli di psicoanalisi


L’uomo è un essere invisibile




Garantisco il lettore che questo non è un articolo di fantascienza né tantomeno di New Age, bensì un articolo di psicologia del profondo il cui autore non è affetto da psicosi delirante, è sobrio e vanta una formazione scientifica di tutto rispetto. Solo che, per quanto pazzesca, assurda o azzardata quest’affermazione possa sembrare, la verità è che tutti noi, uomini e donne che abitiamo questo pianeta, essenzialmente siamo gli uni invisibili agli altri. Questa però non è una metafora, un’allegoria o un’immagine retorica, bensì un fatto. Un dato incontestabile, anche se pochissimo evidente – bisogna ammetterlo – della natura ultima delle realtà.
Ma procediamo con ordine, e verifichiamo l’attendibilità di questa mia affermazione.
Potrei cominciare rimandando il lettore interessato agli ultimissimi paradigmi della ricerca scientifica i quali - in contraddizione con quelli propri dell’oramai superata scienza newtoniana – riconsiderano il ruolo dell’osservatore in relazione alla natura dell’oggetto osservato. In altre parole ciò significa, contrariamente a quanto supposto dalla vecchia scienza, che nessun ricercatore (osservatore) può presumere di prendere le distanze dall’oggetto osservato e, da una tale asettica posizione, studiarlo come ente fatto e finito, incondizionato e  non condizionabile dall’intervento che su di lui egli stesso compie. Al contrario, oggi sappiamo che l’osservazione condiziona l’ente osservato, lo modifica nella sua natura più profonda, a testimonianza del fatto che un “quid” più o meno invisibile collega tutti al Tutto e, dunque, ognuno ad ogni cosa. Solo che questo “quid” non è più, oggi, un fluido magico e misterioso, come quello supposto verso la fine dell’800, né tantomeno un etere invisibile e incommensurabile. Al contrario sembrerebbe rimandare ad un legame di natura subatomica – lo stesso che è responsabile del cambiamento istantaneo del senso di rotazione dello splin di due neutrini gemelli ancorché distanti miliardi di km nello spazio siderale – e che rimanda alle forze presenti nell’Ordine Implicato (supposto da David Bohm) o al Vuoto Quantomeccanico di Massimo Corbucci.
Spero di non aver di nuovo spaventato il mio lettore. Non c’è alcun bisogno di conoscere le attuali diatribe che dividono i fisici della meccanica quantistica per comprendere il mio assunto iniziale. Se ne ho riportato alcuni spunti era solo per introdurre l’idea che la realtà del mondo, quella realtà così solida, concreta e incontestabile che si dispiega sotto i nostri sensi, in verità non è affatto così solida, così concreta e così incontestabile come ci fa tanto comodo credere, bensì molto più evanescente e, in ultima analisi, occulta. Nessuno di noi percepisce la Realtà nella sua totalità! Ma ognuno di noi percepisce piuttosto quella porzione (piccolissima) di realtà che siamo stati educati – ma anche condizionati – a percepire.
Giunto a questo punto, prima di proseguire, potrei suggerire un facile esperimento: prendete tre, quattro, venti o cento persone specializzate in un qualche settore. Che so? Un botanico, un etologo, un pittore, un alpinista, un architetto e via discorrendo. E portateli ora, tutti insieme, in un grosso parco naturale. Fateglielo girare in lungo e in largo e a proprio piacimento. E alla fine provate a fare un’indagine profonda e scrupolosa di ciò che hanno visto: sicuramente risulterà che il botanico ha visto piantine di notevole interesse, l’etologo avrà individuato chissà quante colonie di animaletti, il pittore sarà rimasto colpito da cromatismi insospettati, l’alpinista avrà individuato appigli e appoggi su alcuni alberi che si prestavano per essere scalati e l’architetto avrà individuato la pianta organica del parco. Ma il bello è che nessuno avrà visto nulla, ma proprio nulla, di ciò che ogni altro ha invece percepito e gustato in ogni minimo particolare.
Sapete cosa significa tutto questo? Che ognuno di noi percepisce quel tanto di realtà che abbiamo imparato a conoscere attraverso l’educazione, la cultura alla quale apparteniamo, le esperienze che abbiamo fatto e gli strumenti interiori che abbiamo a disposizione. E infine ciò significa che la realtà a cui tutti facciamo riferimento quando parliamo, quando ci muoviamo nel mondo, quando interagiamo con gli altri, in verità è una Convenzione! Tutti noi viviamo immersi in una Realtà Convenzionata, che siamo abituati a credere uguale per tutti ma che, al contrario, è profondamente diversa e Altra per ognuno di noi.
Fino a pochi decenni fa il fenomeno non appariva che in situazioni eccezionali, non tanto perché erano ancora da scoprire le leggi della nuova fisica, o le dinamiche psicologiche del linguaggio, della percezione sensoria o dell’esperienza emotiva. Piuttosto sono portato a credere che quanto meno l’essere umano era differenziato, quanto meno il suo Io era individuato, tanto più coesa appariva la convenzione di realtà della quale tutti partecipavano. Tra le popolazioni primitive, ad esempio, la cui vita interiore ed esteriore era scandita da rituali e tabù inderogabili, c’era poco spazio per la manifestazione dell’individualità specifica ed autonoma, e la sovrapposizione delle singole realtà fino a costituire quella realtà convenzionale che tutti poi avrebbero data per scontata, era perciò facile e immediata. Bene o male tutti partecipavano della medesima realtà.
Ma se ora partiamo da quelle primordiali aggregazioni umane e risaliamo la storia, su su attraverso le famiglie, i clan, le tribù, gli stati, le nazioni e l’attuale cosmopolitismo, ci accorgeremmo che all’ampliarsi del riferimento sociale fa tuttavia riscontro l’emanciparsi della individualità egoica dalla collettività nella quale un tempo era contenuta. Oggi, almeno in occidente, c’è la massima espressione della singolarità della struttura interiore di ogni individuo la quale, in massima parte, si scosta per tutta una serie di cause e di concause dalla condivisione della realtà. E questo nonostante l’appartenenza ad un medesimo territorio, la comune educazione - laica o religiosa - la cultura di fondo e l’incalzare della comunicazione di massa. La quantità di segnali, stimoli e impressioni che agiscono su tutti noi sono talmente tanti e diversificati che nessuno è in grado di appropriarsene e di elaborarli nella loro totalità Si potrebbe perciò anche dire che ognuno accoglie ciò che può, oppure ciò verso cui si sente attratto. Ognuno accoglie una parte infinitesimale dei dati a disposizione e, su tali dati, edifica poi la propria realtà. Una realtà che gli sembrerà concreta ed oggettiva, certa e unica, ma che non coinciderà più se non marginalmente con quella del proprio congiunto, o con quella del proprio vicino, o con quella di tutti gli altri. Ciò nonostante continuiamo a credere in una Realtà Comune senza accorgerci della sua convenzionalità.
Questo inganno che tutti subiamo, questa sorta di incantamento che ci illude di vivere nello stesso universo dove tutti vivono e assoggettati alle stesse leggi naturali, è perciò dovuto al solo fatto che la realtà che ognuno di noi si crea è si fondata su dati inoppugnabili, solo che essi sono parziali. Sono dati minimi di una Trasmissione Dati ben più vasta, ricca e generosa ma che la nostra coscienza non è in grado di contemplare nella sua interezza.
E così conviviamo, a stretto contatto di gomito: il prete che ha dedicato tutta la propria vita alla ricerca di Dio, convinto di salvare l’anima dei propri fedeli; l’amministratore delegato della grande multinazionale che riduce alla fame migliaia di lavoratori, convinto di rispettare il mandato dei propri azionisti; il grande chirurgo che vive ogni giorno immerso nel sangue e negli organi asportati, convinto di essere l’unico e il solo a salvare la vita ai propri simili (perché l’unica vita è quella organica); il giocatore di pallone che incanta una nazione con “l’intelligenza dei propri piedi” convinto di essere chissà quale grande uomo; l’avvocato che vede motivi di contenzioso ovunque; lo sportivo che vive solo per i propri record; il criminale che pensa esclusivamente a quali colpi mettere a segno; il play boy inveterato convinto che le donne siano tutte grandi puttane; l’astrologo che vede ovunque gli influssi delle stelle; la mamma che vive solo per i propri figli… E gli “strizzacervelli” (per fortuna non tutti) che a forza di contemplare le dinamiche più oscure dei loro pazienti sono convinti di vedere l’Invisibile!
Spero che si comprenda che sto semplificando: nessuno si limita nel modo che ho descritto e tutti, chi più chi meno, spaziano in altri ambiti. Ma per quanto vasti questi possano essere sono pur sempre una povera cosa di fronte alla vastità della realtà ultima dell’esperienza che condividiamo.
Perciò provvediamo… continuando a credere in una realtà comune. In una convenzione di realtà.
In questa convenzione rientrano le idee sulla nostra stessa natura. Chi potrebbe negare la nostra completa visibilità? Eccoci tutti qua: una testa, due braccia, un torace, due gambe… capelli, occhi, bocca. I caratteri sessuali maschili o femminili… alti o bassi, magri o grassi, giovani o vecchi, bianchi, neri, gialli o rossi... Eccoci qui, ben esposti alla vista.
Sono sicuro che quanti si sentono fini psicologi a questo punto avranno mangiato la foglia:
- Non basta – avranno pensato sorridendo – c’è di più…
E come dargli torto? Certo che c’è di più.
Come si chiama questa persona? Quanti anni ha? Che istruzione ha ricevuto? Quali talenti ha ricevuto dalla vita? Quali sono state le sue esperienze più importanti? Che lavoro fa? E’ gay o eterosessuale? Quale partito vota? E’ atea o credente? Vive da sola o in compagnia? Quali sono i suoi hobby? Quali i suoi progetti futuri?
Prendiamo tutte queste informazioni, sovrapponiamole a ciò che i nostri sensi percepiscono e… insomma, potremmo dire di avere una più che discreta “vista” di insieme della persona che abbiamo di fronte. Possiamo sentirci soddisfatti.
Peccato che le cose non stiano affatto così e che, ancora una volta, la realtà convenzionale offuschi non solo il nostro sguardo, bensì anche la nostra coscienza. Siamo tutti convinti, infatti, che l’essenza dell’essere umano che ci sta di fronte sia rinchiusa nel tempo e nello spazio, che l’Io dell’ uomo finisca dove finisce la sua epidermide e che, tutt’al più, nella massa cerebrale racchiusa nel suo cranio si occultino i suoi ricordi, le sue capacità, i suoi talenti, le sue mancanze, i suoi progetti, le sue fantasie, le sue speranze. Siamo convinti che l’uomo o la donna che ci stanno di fronte si esauriscano nella loro corporeità e nei tratti psicologici che ostentano.
Ma – lo ripeto – non è così. C’è un territorio più profondo, c’è una zona più ampia, vagamente assimilabile all’inconscio della psicanalisi, dove continuano ad esistere tutte le esperienze che hanno fatto parte della vita di ogni persona. Solo che questo territorio dell’anima non è “contenuto” nelle cellule nervose, né tanto meno nel flusso molecolare delle sinapsi. Piuttosto rinvia a quella dimensione extra-spaziale ed extra-temporale a cui sopra ho accennato e nella quale è radicato l’apparire del mondo. Rimanda a quella dimensione invisibile dalla quale trae alimento e sostanza quella visibile.

Trenta raggi convergono nel mozzo
Ma è il vuoto del mozzo l’essenziale della ruota.
                             (Dal Tao Te Ching di Lao Tzé)

Ma il fatto che una dimensione sia invisibile non vuol dire che non esista. Vuol solo dire che non è rilevabile dalla nostra percezione sensoria che è tarata sulla spazialità. Ciò nonostante l’invisibile ha una sua “consistenza”, una sua “dimensione” o, se vogliamo, un suo “spessore”. Solo che, appunto, non si vede. C’è, ma non appare.
Se fossimo in grado di percepirlo, allora, guardando un uomo o una donna, vedremmo un “campo di forze” immenso che – per così dire – alla sommità va condensandosi fino a costituire, proprio all’apice, una piccolissima “perla”, ben solida e compatta. Quella piccolissima perla è la nostra testa, gli elementi semi-condensati appena sotto la testa rappresentano il nostro corpo fisico, mentre tutta la restante, immensa parte di forze plastico-dinamiche è la nostra completa individualità.
Sembra fantascienza, vero? Ma non lo è. Questa è la Realtà della realtà.
Facciamo qualche esempio:
Anni fa si presentò al mio studio un uomo di una certa età. Dopo essersi assicurato del vincolo del segreto professionale, si presentò: era uno degli avvocati più famosi d’Italia. Era stato rappresentante legale di non so più quali grandi industrie italiane a partecipazione statale, era stato molto vicino ad alcuni degli uomini politici ai vertici del potere e, potremmo dire, le sue idee avevano svolto un ruolo importante nell’andamento politico del nostro paese per almeno alcuni decenni. Ebbene, quest’uomo rispettato, invidiato e temuto, mi confidò alla fine il suo segreto. Egli era ben consapevole di non valere assolutamente nulla, di essere un incapace… di essere un inetto, incompetente, inadeguato, maldestro pasticcione e di vivere nell’assoluto terrore di essere scoperto. - Prima o poi – mi confidò quest’uomo con il panico negli occhi - tutti coloro che mi hanno dato fiducia capiranno chi sono, scopriranno chi sono io veramente, e mi cacceranno con infamia!
Non credo che ci sia bisogno di molte parole da parte mia per confermarvi come il suo terrore fosse del tutto infondato. Ve li immaginate i nostri più grandi imprenditori e i nostri più importanti uomini politici – che non esiterei a definire veri e propri “Squali” economici – presi per i fondelli da un millantatore? Per decenni?
Ci sarebbe da ridere a crepapelle. E invece quest’uomo, affetto da una sindrome di abbandono che lo aveva convinto – fin da quando era piccolino - di essere “sbagliato”, cattivo, sciocco e, dunque, indegno di autentica considerazione, quest’uomo che si era laureato con i massimi voti in giurisprudenza (convinto di aver sempre avuto “molto culo”), che si era specializzato alla Bocconi di Milano (secondo lui era stato solo fortunato) e che aveva fatto guadagnare alle industrie di cui si era occupato decine di miliardi (senza merito alcuno, sosteneva), quest’uomo elegante, colto e raffinato era vissuto per sessant’anni nel terrore.
E adesso fate uno sforzo e provate a visualizzare il suo inferno personale: un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, per mesi e per anni, per decenni… Sempre con il fiato trattenuto, spesso con le pulsazioni cardiache alterate, bagnato di sudore freddo, invaso e tormentato da fantasie: “Adesso mi scopriranno, adesso se ne accorgeranno… mi cacceranno via e sarò additato al pubblico lubrico… che vergogna, Dio mio, che vergogna!”.  Era conosciuto come persona brillante e affascinante… in realtà spesso pagava belle donne che si prestavano ad accompagnarlo nelle occasioni mondane, perché la sua vita affettiva ed erotica era stata condizionata dalle stesse dinamiche, dalle stesse paure, dagli stessi fantasmi. Era sempre stato davvero terrorizzato e, all’epoca in cui l’incontrai, era così stanco di questo tormento interiore e della messa in scena che – almeno secondo lui - aveva recitato per tutta la vita che stava seriamente pensando al suicidio.
E adesso chiedetevi: ciò che si vede all’esterno quanta parte di quest’uomo rappresenta?
Poco o nulla. Sulla superficie dell’Oceano-Realtà galleggia la parte emergente di un iceberg. Per quanto gigantesca essa possa essere, è pur sempre povera cosa rispetto a quella parte di sé che la completa ma che giace, invisibile, sotto la superficie dell’Acqua.
Una donna, non più giovanissima, ma che doveva essere stata molto bella, si presenta un giorno al mio studio. E’ una professoressa universitaria, è singol, e vive perciò da sola in compagnia di una gatta oramai molto vecchia. Da bambina aveva molto amato la madre e guardato invece con sospetto un padre spesso assente e troppo scopertamente interessato all’universo femminile. La paziente mi racconta che un giorno, quando lei aveva 8 anni, tutta la famiglia fu coinvolta in un terribile incidente stradale che causò la morte della madre. La piccola rimase perciò con il padre il quale, inconsapevole che nell’immaginario della figlia egli era colpevole della morte della madre (perché al momento dell’incidente era lui che guidava l’auto), pensò bene di buttare benzina sul fuoco, facendole incontrare, negli anni, una dopo l’altra, tutte le giovani donne con cui lui si accompagnava. Donne “oggetto”, che il padre usava e gettava come se niente fosse. La bambina crebbe con un odio feroce nei confronti degli uomini… crebbe, sviluppò… divenne una bellissima ragazza e pensò bene di vendicarsi rendendo agli uomini “pan per focaccia”. In breve tempo divenne una “mangiatrice di uomini”. Uomini che anche lei “usava” cinicamente e “buttava” subito dopo averli fatti innamorare. Tuttavia, quando aveva 35 anni, incontrò un uomo, sposato, molto simile al proprio padre. Un uomo che da bambino era stato testimone delle numerose relazioni amorose intrattenute dalla madre di nascosto dal padre.  Tra la mia paziente e quest’uomo fu subito “cortocircuito”… ne nacque una relazione turbolenta in cui nessuno dei due contendenti era disposto a deporre le armi. Quando erano insieme lui (rievocando la madre) la trattava come una prostituta, una donnaccia poco di buono da usare per il proprio piacere. Con ciò vendicandosi della madre e, indirettamente, di tutte le donne! La mia paziente subiva, come affascinata (dal ricordo del padre), arrivava ad un estremo di umiliazione e poi fuggiva, allontanandosi da lui. Dopo poco però lui tornava a cercarla, promettendole di cambiare, di separarsi dalla moglie e di imparare ad amarla. Lei credeva alle sue parole (bisognosa di conquistare l’immaginario maschile-paterno inconquistabile) e il gioco ricominciava… perché dopo pochissimo lui riprendeva a trattarla come una puttana. Un gioco sempre uguale, sempre lo stesso… ognuno di loro due attratto e convinto a livello inconscio di riuscire prima o poi a risolvere, nella relazione con l’altro, il nodo nevrotico vissuto nel passato: lui perduto nel proprio amore-odio per la madre, lei smarrita nel proprio odio-amore per il padre. Un gioco micidiale, perverso, allucinante, senza scampo… che era durato 15 anni e che ancora era in piedi quando la donna entrò nel mio studio. Quando mi lasciò, due anni dopo, avendo conquistato solo una parziale autonomia da lui, mi disse:
- Se soltanto una volta lui mi dicesse: “Ti amo” potrei finalmente lasciarlo e rifarmi una vita.
Non riusciva a credere che quelle parole, quell’uomo, non le avrebbe mai potute pronunciare perché troppo fiero e vendicativo nei confronti della madre che lo aveva sempre tradito.
Vi invito ancora una volta a immaginare la vita interiore di queste due persone: un’intera vita attraversata da speranze, desideri, collere furibonde, odi profondissimi, bisogni, slanci d’amore, decisioni irrevocabili, promesse mai mantenute, bugie, menzogne, sogni infranti, progetti annullati e poi ogni volta ricostruiti, incontri d’amore, sfide sessuali, attacchi improvvisi indirizzati a fare male, ad uccidere l’avversario che poi, però, si cercherà di resuscitare. Un inferno! Un inferno che durava 15 anni… ma i cui prodromi erano già iniziati 20 anni prima quando sia lui che lei si erano persi, urlando, nei giardini della propria infanzia.
Chi vorrà sostenere che nell’integerrima professoressa o nel medico affermato che tutti i giorni si sono aggirati per le strade della nostra città, e che hanno incontrato amici, colleghi, studenti, pazienti, sconosciuti di passaggio, magari salutando e sorridendo, chi vorrà sostenere che in queste due persone siano stati riconoscibili e dunque visibili le loro più complete ed ultime realtà? Chi ha mai contemplato il loro Io più profondo? Chi li ha davvero visti?
Un ultimo esempio, di sfuggita: penso al prestigioso professore di università, sposato e con due figli, che mi confessò la sua insuperabile attrazione per il masochismo. La sua mente, per altro assai brillante, era quasi continuamente occupata da fantasie erotiche in cui “Padrone Severe”, vestite di cuoio e lattice, armate di manette e frustini, lo costringevano alle più umilianti torture portandolo solo infine ad un orgasmo liberatorio. Anche qui: incontri segreti, menzogne, sperpero di denaro, promesse di cambiamento fatte a se stesso, desideri morbosi, fantasie estreme, vergogna… molta vergogna. Sempre. E poi ancora rassegnazione, pensieri suicidi, voglia di riscatto, masturbazioni segrete, incontri umilianti, ricatti a volte… e ancora vergogna…
Cosa si vede di quest’uomo? Poco o nulla. Il suo Io è invisibile agli occhi del mondo. Ciò che si vede è poca cosa, una quisquilia, schiuma di mare sulla superficie dell’Oceano Profondo.

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È ovvio… si potrebbe ora obbiettare che la mia sia sempre stata una posizione particolare. Che lo studio di uno “strizzacervelli” non sia un laboratorio giusto per simili esperimenti.
Lo credevo anch’io, fino a pochi anni fa. Credevo fosse la “Patologia” ad essere invisibile.
Poi, pian piano, man mano che raccoglievo confidenze e testimonianze occasionali da uomini e donne straordinari che mi capitava di incontrare fuori dal mio stretto ambito lavorativo, mi sono accorto di quanti aspetti della vita interiore delle persone rimanessero sempre e comunque celati alla vista degli altri. Negli anni sono stato onorato, infatti, dalla fiducia di persone che mi hanno fatto partecipe di rivelazioni segrete e informazioni riservate sulla loro vita privata. Vite straordinarie, lo ripeto, nelle quali rilucevano generosità inimmaginabili, abnegazione e senso della responsabilità, sacrifici, scelte eroiche e coraggiose, progetti arditi, gesta spericolate e temerarie.
E allora ho capito. Con l’esperienza e la “vecchiaia” ho capito.
Siamo tutti esseri invisibili. Chi più chi meno. Abbiamo tutti le nostre vicissitudini occulte e siamo tutti attraversati da paure, speranze, bisogni, rimpianti, odi segreti, amori non confessati, fantasie perverse, ferite vergognose, rinunce coraggiose, sacrifici eroici, altruismi inimmaginabili. Tutti ci osservano, ma nessuno “ci vede” per quello che siamo. Noi stessi, tuttavia, vediamo solo una parte piccolissima e superficiale della realtà degli altri, perché quella che veramente conta è nascosta. Non appare, se non per brevi lampi di intuizione immaginativa. Ad esempio quando “amiamo” - come scoprì Oscar Wilde nei suoi ultimi giorni di vita passati in carcere per il reato di omosessualità – perché allora, e solo allora, cogliamo con la forza dell’immaginazione l’essere profondo e ideale dell’altro. Lo cogliamo in una sorta di Immagine Ideale che non è però, si badi bene, una costruzione arbitraria della fantasia, bensì un’autentica percezione visionaria dell’essere dell’altro colto nella sua completezza e nella sua verità.
Solo l’immaginazione d’amore può arrivare a tanto e svelare l’occulto.
Ma essa – da sempre - appartiene agli eletti!
Ai “Poveri di Spirito”.
Qualche volta, ma non sempre, e non per sempre, agli amanti…

mercoledì 6 febbraio 2013

Articoli di psicoanalisi


Come salvarsi la vita... psichica
Sembra incredibile: nell’epoca della più veloce, ampia ed esaustiva informazione possibile, messa a disposizione di chiunque desiderasse averla, sono invece pochissime le persone che potrebbero affermare di conoscere la differenza che intercorre tra gli ambiti operativi della psichiatria, della psicologia, della psicanalisi o della psicoterapia. Pochissimi conoscono le profonde differenze che intercorrono tra molti di questi “strumenti” terapeutici… strumenti che solo l’etimologia della prima componente del nome - Psyké - rende similari. Eppure, se non proprio di tutti gli uomini o di tutte le donne moderne, questo dovrebbe pur essere un interesse specifico se non altro di quanti intendessero usufruire di un “trattamento” psicologico. 
Un attento esame della realtà ci dice, tuttavia, che le cose non stanno affatto così, e che molte persone, pur nella massima buona fede, spesso si affidano ciecamente a terapeuti di cui non conoscono né la formazione né, soprattutto, i presupposti conoscitivi della loro formazione.
Dovrebbero?
Credo di si! L’epoca della fiducia nel “ruolo” è tramontata da un bel pezzo, e così come essere madri o padri naturali non garantisce della capacità di svolgere adeguatamente i propri compiti, così come essere insegnati o professori di ruolo non certifica della capacità di educare dei giovani, così come l’appartenenza stessa ad un genere, maschile o femminile, non rivela un gran che della capacità di essere Uomini o Donne, così, tanto più, essere psicologi o psicoterapeuti - oggi più che mai – non racconta nulla dell’equilibrio psichico raggiunto, dei presupposti conoscitivi appresi nel corso della propria formazione o della “padronanza dell’arte” necessaria per strappare i propri simili dalle difficoltà nelle quali essi versano.
Di qui l’idea di questo piccolissimo breviario che possa servire come “guida di viaggio” agli intrepidi argonauti che vogliano ancora credere e sperare di poter conquistare il “Vello d’oro” (termine arcaico con cui veniva indicata la Realizzazione Interiore e la Salute dell’Anima).
La neurologia è quella branca della medicina che studia le patologie inerenti il SNC/Sistema Nervoso Centrale (cervello, cervelletto, tronco encefalico e midollo spinale); il Sistema Periferico Somatico (radici e gangli spinali, plessi e tronchi nervosi) ed il SNA/Sistema Nervoso Periferico Autonomo (gangli simpatici e parasimpatici, plessi extraviscerali ed intraviscerali). Fino agli anni settanta in Italia la trattazione delle malattie del Sistema Nervoso includeva in un unico "corpus" sia le patologie della mente che le patologie "organiche", per cui la disciplina allora professata era definita "neuropsichiatria". Anche grazie alla riforma ispirata da Franco Basaglia, i due ambiti vennero articolati, scientificamente, clinicamente e didatticamente, in neurologia e psichiatria. Il vero e proprio ambito della neurologia sarebbe perciò rappresentato dalle patologie organiche del sistema nervoso centrale e periferico, come ad esempio il morbo di Parkinson, la sclerosi a placche, la cefalea, il coma o la SLA.
La psichiatria è la branca specialistica della medicina che si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei Disturbi Mentali di origine Organica , dal punto di vista teorico e pratico. Essa è definibile come una "disciplina di sintesi" poiché il mantenimento e il perseguimento della salute mentale, che è lo scopo fondamentale della psichiatria, viene ottenuto prendendo in considerazione diversi ambiti: medico-farmacologici, psicologici, sociologici, politici, giuridici. La psichiatria è una pratica medica focalizzata prevalentemente sull'uso dei farmaci ma con l'utilizzo accessorio di metodologie altrimenti tipiche della psicologia, che invece è la disciplina che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali. La psichiatria si distingue inoltre dalla psicologia anche per il diverso corso di studi. E, infatti, volendo essere rigorosi, uno psichiatra che volesse usare le tecniche psicanalitiche, dovrebbe prima superare uno specifico training analitico, e non “improvvisare” come invece, purtroppo, spesso accade nel nostro bel paese. Come che sia, il campo di specifica competenza della psichiatria dovrebbe rimanere circoscritto alle Psicosi (schizofrenie, depressioni endogene, distimie monopolari e bipolari, disturbi borderline), alle sindromi dissociative e derealizzanti, ai disturbi della personalità (depersonalizzazione, personalità multiple, psicopatie ecc…) e ai disturbi da stress post-traumatico.
La psicologia è la scienza che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali. Tale studio riguarda in maniera solo approssimativa le dinamiche interne dell'individuo (che sono invece di spettanza della psicanalisi), e in maniera approfondita i rapporti che intercorrono tra l’individuo e l'ambiente, il comportamento umano e i processi mentali che intercorrono tra gli stimoli sensoriali e le relative risposte (percezione, rappresentazione, motivazione, ecc….) Attualmente la psicologia è una disciplina composita, i cui metodi di ricerca vanno da quelli strettamente sperimentali (di laboratorio o sul campo) a quelli più etnograficamente orientati (ad esempio: alcuni approcci della psicologia culturale); da una dimensione strettamente individuale (ad esempio: studi di psicofisica, psicoterapia individuale, etc.), a metodi con una maggiore attenzione all'aspetto sociale e di gruppo (ad esempio: lo studio delle dinamiche psicologiche nelle organizzazioni, la psicologia del lavoro che impiega i cosiddetti "gruppi focali", etc.). Queste diversità di approcci ha prodotto un'articolazione di sottodiscipline psicologiche, con differenti matrici epistemologico - culturali di riferimento.
La psicoanalisi (da psiche, anima, più comunemente "mente", e -analisi: analisi della mente) è la teoria dell'inconscio su cui si fondano una prassi e una disciplina psicoterapeutiche, e che ha preso l'avvio dal lavoro di Sigmund Freud. Innanzitutto essa è una teoria dell'inconscio. Nell'indagine dell'attività mentale umana essa si rivolge soprattutto a quei fenomeni psichici che risiedono al di fuori della coscienza. Viene perciò implementato il concetto di inconscio, introdotto nella riflessione teoretica già da Cartesio, Locke e Leibniz, e che Freud rielaborò da un punto di vista descrittivo e topico sulla base delle sue esperienze con Jean-Martin Charcot. Si basa sullo studio dei meccanismi inconsci di difesa, sulle dinamiche evolutive della psiche e sull’interazione delle istanze che concorrono alla creazione dell’equilibrio della personalità. In secondo luogo la psicoanalisi è una prassi terapeutica. Avrebbero perciò il diritto di appellarsi “psicanalitici” solo ed esclusivamente quei trattamenti fondati sulle dinamiche inconsce e sull’analisi del Transfert come ad esempio è per la Psicanalisi classica di Freud, la Psicologia del Profondo di Jung, la Bioenergetica di Reich o quella di Lowen, la Logoterapia di Frankl e tante altre ancora. L’ambito di competenza specifico dovrebbe essere quello riguardante alcuni disturbi sessuali (disfunzione erettile, eiaculazione precoce, anorgasmia, perversioni, esibizionismo, voyerismo), nevrosi ansiose (attacchi di panico, disturbi fobici, disturbi ossessivo-compulsivi, ipocondria, depressioni reattive), disturbi alimentari (anoressia, bulimia), dipendenze (affettive, da sostanze, dal gioco, dai nuovi mezzi tecnologici), immaturità e fragilità psicologica.
La psicoterapia è molto più recente e, spesso, di origini trans-oceaniche (Stati Uniti d’America). Si occupa della cura di disturbi psicopatologici di diversa gravità che vanno dal modesto disadattamento all'alienazione profonda e possono manifestarsi in sintomi nevrotici tali da nuocere al benessere di una persona fino ad ostacolarne lo sviluppo causando fattiva disabilità; a tal fine si avvale di tecniche applicative della psicologia dalle quali prende specificazione: psicoterapia cognitivo-comportamentale, psicoterapia della gelstat, psicoterapia transazionale, psicoterapia strategica breve,  ecc. Volendo essere rigorosi, tutte queste tecniche affrontano in maniera diretta il sintomo senza chiedersi quale sia il senso o il significato dello stesso e, in fondo, senza saperlo fare. In Italia, con l’istituzione dell’Albo degli Psicoterapeuti, la psicanalisi è stata fatta rientrare un po’ forzatamente nelle psicoterapie con il termine di psicoterapia psicanalitica. Professionalmente, sempre in Italia, la psicoterapia è una specializzazione sanitaria riservata a Medici e Psicologi iscritti ai rispettivi Ordini professionali e si consegue mediante un percorso formativo presso scuole di specializzazione universitarie ovvero in scuole di specializzazione private. Etimologicamente la parola psicoterapia - "cura dell'anima" - riconduce alle terapie della psiche realizzate con strumenti psicologici quali la parola, l'ascolto, il pensiero, la relazione, nella finalità del cambiamento consapevole dei processi psicologici dai quali dipende il malessere o lo stile di vita inadeguato e connotati spesso da sintomi come ansia, depressione, fobie, etc. 
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Sperando con tutto il cuore di essere stato fin qui sintetico e, soprattutto, comprensibile, mi permetterò ora di complicare ulteriormente le cose riportando non solo le differenze di fondo che separano le terapie psicanalitiche da tutte le altre, bensì anche quelle più significative che separano una prassi psicanalitica dall’altra.
Tanto per cominciare credo che sia fondamentale sapere che mentre le terapie psicanalitiche partono dal presupposto che il disturbo – quale che esso sia – affonda le sue origini nello sviluppo evolutivo della nostra psiche, e che perciò abbia un senso e un significato che bisogna comprendere se si vuole davvero liberarsene, non è necessariamente così per la maggior parte delle psicoterapie che si sforzano invece di affrontare il sintomo prescindendo dalle sue origini e, dunque, necessariamente, da qualunque suo possibile significato.
Non è questo il luogo per alimentare sterili polemiche, ma è fondamentale sapere che mentre nessun psicanalista “aggredirebbe” un sintomo (per quanto doloroso) finché continua ad esercitare la sua funzione all’interno dell’equilibrio psichico del paziente, non è così per la psicoterapia che tenta di liberare il paziente dal sintomo partendo dal presupposto che esso sia un “accidente” più o meno occasionale intervenuto a disturbare la vita psichica di quest’ultimo. Per dovere di correttezza bisogna ammettere che “guarigioni” di questa natura di fatto avvengono (con un risparmio più che considerevole di tempo e denaro sul percorso psicanalitico)… resta solo da vedere – e lo resterà sempre – se il risultato ottenuto sia, in effetti, il migliore possibile per la vita (organica, psichica e morale) delle persone così curate. Ma su questo ognuno è libero di pensarla come meglio crede.
Entriamo ora nel vivo delle psicoterapie psicanalitiche e proviamo ad immaginare che, lungi dall’esaurirsi nel maggiore o minore risvolto dato alla sessualità o alla volontà di potenza, oppure ancora nella diversissima impostazione del setting terapeutico, le varie scuole di psicanalisi si distinguono soprattutto per i polari ed opposti presupposti antropologici da cui prendono l’avvio. Cosa che, se avete capito bene a cosa alludo, non si può certo considerare marginale.
Così – tanto per fare alcuni esempi – se per la Psicanalisi Classica (S.Freud) l’uomo è un animale evoluto che ha trovato conveniente sacrificare la propria istintualità (gratificante ma pericolosa) alla organizzazione sociale (poco gratificante ma molto più sicura), per la Logoterapia (V.Frankl) o la Psicosintesi (R.Assagioli) invece, l’uomo è una creatura spirituale che attraverso le vicissitudini della vita cerca di ricongiungersi al proprio Creatore. Tra queste due estreme ed opposte visioni se ne trovano ovviamente molte intermedie, come la Psicologia del Profondo (C.G.Jung) che vede nell’uomo un essere misterioso nella cui anima è depositata la possibilità di decifrare il segreto della propria esistenza, o la stessa Bioenergetica (A.Lowen) che vede trasparire nella funzionalità corporea una dimensione spirituale rispetto alla cui natura, tuttavia, non prende alcuna  posizione.
Potrei continuare - spero sia ovvio - ma preferisco fermarmi qui, sperando che questi pochi, estremi esempi siano sufficienti a far comprendere quanto possano essere essenziali i presupposi filosofici o, se preferiamo, la visione del mondo, da cui ogni terapeuta prende l’avvio per aiutare i propri pazienti. A prescindere dai risultati ottenuti essa risulterà determinante… Sempre! Anche nel deprecabile caso in cui un terapeuta si considerasse emancipato da qualunque presupposto filosofico, perché ciò vorrebbe solo dire che in lui tali presupposti esistono comunque ma sono inconsci. E anche se oggi è l’epoca della inconsapevolezza diffusa, non augurerei a nessuno di confrontarsi con un terapeuta che ignori i presupposti conoscitivi da cui muove il proprio pensiero.
Per completare il quadro si tenga in considerazione un’ultima cosa: oggi gli psicoterapeuti più onesti e spregiudicati sono concordi nel ritenere che l’elemento decisivo ai fini di una cura sia la Qualità della relazione terapeuta-paziente. In altre parole ciò sembrerebbe sconfessare tutto ciò che fin qui mi sono sforzato di illustrare, rimandando la “guarigione” non tanto alla teoria di riferimento o alla tecnica usata dal terapeuta, quanto piuttosto alla “bontà” dell’Incontro tra persona e persona.
In effetti, è così (o, almeno, questo è anche il mio convincimento). Ciò tuttavia non toglie valore alle specificazioni sopra riportate, bensì le rinforza, mostrando come, in realtà, la terapia psichica possa funzionare solo nei limiti in cui si trovino a coincidere le scelte di vita profonde (teoriche e pratiche) sia degli uni che degli altri. In altre parole ciò significa che ognuno “incontra” l’Altro che è davvero predisposto ad “incontrare”, pena la squalifica del proprio operato.
Terminerei perciò questo breviario con un esplicito invito: qualora dovesse servire, scegliete con cura il terapeuta nella cui anima riversare le difficoltà irrisolte. Sceglietelo con avvedutezza e, qualora dovessero mancare elementi evidenti su cui basarsi, fate parlare il vostro istinto: vi dirà se restare o invece fuggire a gambe levate.

martedì 27 marzo 2012

Disturbi...Complessi

                                         Anorgasmia femminile - di Piero Priorini 



Dopo la seconda guerra mondiale, quando anche in Italia la psicanalisi si andò affermando come la cura più appropriata per i disturbi dell’anima e alzò il sipario sull’intimità del mondo femminile, portò alla luce il fatto che il 20%, forse anche il 30% delle donne in età adulta era affetto da ciò che allora era etichettato come frigidità (cioè a dire: assenza di interesse e di piacere sessuale). Non dovremmo stupirci più di tanto: l’Italia della prima metà del ‘900 era patriarcale e maschilista, era pesantemente condizionata dalla sessuofobia della religione cattolica ed esprimeva una cultura rigida, borghese e provinciale. In un clima siffatto la donna era ben poco aiutata a scoprirsi come individualità autonoma, fondata su se stessa e avente bisogni e diritti come minimo pari a quelli degli uomini. La fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, segnò l’inizio della decadenza del patriarcato che, precipitando da più antichi fasti, oramai non poteva che rovinare su se stesso trascinando con sé valori, usanze, culture, credenze, principi e norme di ogni tipo.Anorgasmia femminile 1
Giunsero infine gli anni della contestazione: e anche se tra mille errori, esasperazioni gratuite, reattività compensatorie ed equivoci grossolani, le tensioni accumulate in precedenza alla fine esplosero e mutarono il panorama interiore ed esteriore di uomini e donne. Per un brevissimo lasso di tempo sembrò che la rivoluzione sessuale preconizzata da W. Reich – pur con tutte le sue profondissime contraddizioni – stesse per realizzarsi, ispirando i giovanissimi ad esplorare territori e potenzialità inimmaginabili per la precedente generazione. Ci parla di quegli anni il delizioso racconto: “Porci con le ali”, di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, a testimonianza di un anelito interiore verso la libertà così ingenuo nella sua irruenza da non poter evitare di farsi lo sgambetto da solo. Furono anni di eccessi e autoinganni… comunque commoventi, se interpretati alla luce della radicale trasformazione che caratterizzò un’intera epoca.
Il femminismo esplose, e anche se oggi è possibile addossargli la responsabilità di non aver centrato il proprio obiettivo e, paradossalmente, di aver allontanato la donna occidentale dalla propria più profonda natura, se non altro ampliò il suo orizzonte mentale rendendola più spregiudicata, più disinvolta, più coraggiosa. La donna si arrogò il diritto della propria educazione sentimentale e legittimò ai propri occhi, e a quelli del mondo, la necessità di attraversare tutta una serie di esperienze sessuali prima di arrivare a conoscere davvero se stessa e così poter scegliere l’uomo insieme al quale progettare il proprio futuro.
La donna scoprì così che la propria sessualità era sì meno spontanea di quella maschile ma, comunque, molto più raffinata, complessa, articolata, fine ed elegante. Il motivo andava ricercato negli abissi della Natura che, per la riproduzione della specie, esigeva l’eiaculazione maschile ma non l’orgasmo femminile. Quest’ultimo – sempre dal punto di vista della riproduzione della specie – sembrava dunque più un optional che una necessità biologica. In altre parole, una risposta da apprendere gradualmente, un accessorio psico-fisiologico volto semmai a motivare la donna all’amplesso e ad affascinare l’uomo che, di quel piacere, si sarebbe sentito l’artefice. Di fatto, osservata al livello biologico, la sessualità maschile è sempre apparsa semplice, elementare e, a volte, nella sua spontaneità, rozza e grossolana. Quella della donna, invece, molto più articolata e ricca di elementi empatici, spesso semisconosciuti e incomprensibili alla rozza psiche maschile. Ciò nonostante la donna scoprì che, se adeguatamente educata e sviluppata, la propria sessualità poteva arrivare ad esprimere una intensità molto superiore a quella millantata dal più focoso dei suoi corteggiatori uomini. D’altronde i nostri antenati conoscevano questo stato delle cose se è vero, come è vero, che nella visione misteriosofica (esoterica) induista, così come in quella greca pre-socratica o in quella delle civiltà pre-colombiane in America Latina, il compito del “guerriero spirituale” era quello, appunto, di riuscire a contenere e a placare l’immane e caotica energia libidica del femminile.
Come se non bastasse, sempre in quegli anni, la donna rigettò la marginalità del proprio piacere che, se anche inutile da un punto di vista generativo, contribuiva invece al mantenimento del suo equilibrio interiore. Ben vissuta e compiutamente espressa, l’assidua pratica sessuale donava alla donna stabilità, tolleranza, misura nelle cose, moderazione energetica e piena felicità.
Dal canto suo la psicanalisi corresse il tiro della medicina tradizionale abolendo il termine di frigidità dalla propria nosografia (che restò valido solo in rarissimi casi) e sostituendolo con il più appropriato: “Anorgasmia”. Non era una differenza da poco, considerando che, mentre il primo termine descriveva una condizione di vero e proprio disinteresse per l’attività sessuale in quanto tale e una mancanza di partecipazione e di piacere nella donna costretta a compierla, il termine di anorgasmia descriveva, invece, una condizione di sofferenza dovuta al fatto di desiderare intensamente l’atto sessuale e di poterlo perciò partecipare con pieno e totale coinvolgimento (fisico e mentale), senza però riuscire a risolverlo attraverso una scarica orgasmica finale. In questa nuova prospettiva, se è vero che una donna che non riesce a raggiungere l’orgasmo può scoraggiarsi fino al punto da ritirarsi in se stessa, con ciò perdendo il desiderio e qualunque piacere (frigidità), è anche vero che molte donne anorgasmiche possono mantenere un forte desiderio per il proprio partner e provare un intenso piacere nel rapporto. Su questa linea di pensiero, Alexander Lowen, padre della moderna bioenergetica, nel suo celeberrimo libro: “Amore e orgasmo” arrivò a ipotizzare che molte donne anorgasmiche, anziché accumulare la tensione del piacere fino ad arrivare ad un punto di saturazione oltre il quale inevitabilmente sentirlo “crollare” (o “esplodere”) liberando il corpo in pochi intensi istanti dall’energia fino a quel momento risparmiata, piuttosto la “dissipassero” in continuazione, per così dire in piccole dosi, impedendole di giungere a quel punto di saturazione massima oltre la quale solo l’orgasmo avrebbe potuto liberarla. Tutto questo, ovviamente, agito in maniera inconscia e a discapito dei buoni propositi della donna stessa.
In ogni caso resta il fatto che, mentre la donna frigida spesso deve la sua condizione ad una ostinata e persistente anorgasmia non risolta, la donna anorgasmica non necessariamente è frigida. Essa può continuare a provare piacere a prescindere dalla frustrazione e dalla sofferenza causatale dalla mancata scarica finale.
Gli studi e le ricerche sul fenomeno comunque si moltiplicarono: e avendo osservato che molto spesso (anche se non sempre) la frigidità discendeva dall’anorgasmia, fu abbastanza ovvio che entrambe furono fatte discendere da un panorama più o meno identico di paure, repressioni, insicurezze, chiusure e frustrazioni che – a loro volta - potevano essere di natura fisica, psicologica o comportamentale. Oggi si ritiene che le più diffuse siano:
- un’educazione che ha represso qualunque manifestazione di sessualità e di erotismo
- un disturbo del modello femminile (spesso imputabile alla madre)
- un disturbo del modello maschile (spesso imputabile al padre)
- episodi traumatici durante l’età evolutiva (abusi sessuali o violenze, subite o osservate)
- una mancanza di autostima e/o una percezione distorta del proprio corpo
- la goffaggine o la brutalità del primo partner e di quelli successivi
- routine sessuale
- dubbi riguardo al significato, al valore e alla libertà espressi nel realizzare ogni rapporto
- paura di lasciarsi andare e abbandonarsi al piacere
Oltre a ciò, vennero distinti due tipi di anorgasmia:
- quella primaria, che descrive l’esperienza sessuale di una donna che non è mai arrivata all’orgasmo, né con la penetrazione né attraverso la stimolazione del clitoride
- quella secondaria, invece, che si riferisce alla donna ha già avuto almeno un orgasmo nel corso della propria vita sessuale
Si parla inoltre di anorgasmia totale se la donna non ha mai avuto orgasmi vaginali né tanto meno clitoridei, e di anorgasmia parziale se la donna raggiunge almeno uno dei due orgasmi (in genere solo quello clitorideo). Ancora una volta la differenza non è accademica, perché mentre l’orgasmo clitorideo, per quanto molto appagante, è comunque superficiale – interessando le terminazioni nervose epidermiche che si diramano appunto sul clitoride – quello vaginale, al contrario, è molto più intenso e liberatorio – interessando le terminazioni nervose che affondano in profondità nei muscoli pelvici i quali possono così dissipare una grande energia nei movimenti involontari che conseguono all’orgasmo.
Come che sia: dopo aver rivisitato e corretto la rappresentazione clinica del piacere e dell’orgasmo femminile, in un clima di libertà di costumi e di pensiero come quello attuale, ci si sarebbe aspettati da uomini e donne comprensione e aiuti reciproci volti a raggiungere un rapido superamento di tutti questi problemi. O, se non altro, un netto miglioramento della loro incidenza statistica. Neanche a parlarne: secondo l'ultimo sondaggio effettuato dall'istituto Asper ancora oggi ben il 12,2 per cento delle donne non ha mai provato l’orgasmo, il 33,6 per cento non riesce a raggiungerlo durante il coito (il mitico orgasmo vaginale) e il 47,2 per cento lo finge regolarmente. Insomma, sembra che l'orgasmo sia più un problema che un piacere, e mentre la coscienza collettiva delle donne partorisce grandi aspettative nei confronti del "Viagra al femminile" (senza rendersi conto, purtroppo, che il Viagra non fa “venire” nessun uomo, ma rende solo ottimale il funzionamento dell’erezione in presenza del desiderio) l'ansia da prestazione cresce anche in loro, che vanno così a far il paio con i loro stressatissimi compagni.
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Se a questa pur breve e manchevole sintesi adesso aggiungiamo il fatto che la funzione sessuale umana - almeno secondo i ricercatori specializzati nella materia – è determinata soltanto nel 7% da fattori organici e/o biologici, mentre il restante 93% è determinato da fattori psicologici e sociali, si potrà ben comprendere perché la psicoterapia sia l’unica prassi in grado di risolvere questo peculiare problema della donna alla radice. E ciò, a prescindere dall’indirizzo specifico della terapia prescelta (psicologia del profondo, psicanalisi, sessuologia, bioenergetica) purché non si inciampi in indirizzi o scuole superficiali e in terapeuti incompetenti.
La psicologia del profondo può dunque risultare un’ottima scelta, anche se non per questo si deve immaginare che la scuola junghiana conosca in anticipo tutte le specifiche dinamiche che in ogni singolo caso hanno contribuito alla fissazione del sintomo. Non a caso ogni analisi è un “viaggio in solitaria” che la paziente deve compiere (accompagnata dal terapeuta-guida) al fine di realizzare la propria individuazione. La stessa regola vale per quelle che, di volta in volta, saranno le strategie migliori per risolvere il blocco sessuale patito: ogni paziente deve rintracciare le proprie, a seconda del coraggio e delle potenzialità che avrà a disposizione o delle opportunità che le capiterà di incontrare.
Pur tuttavia c’è un atteggiamento psichico o, meglio, una condizione interiore che molti terapeuti si sentono quasi sempre in dovere di consigliare alle donne, come se fosse una strategia indispensabile al superamento del loro problema. E, per farlo, usano un’espressione linguistica che, a causa dei limiti oggettivi della lingua parlata e delle rappresentazioni che la stessa comunica, si presta a continui inganni. Faccio riferimento ai termini – e alle rappresentazioni concettuali ad essi collegate – di “distensione”, “rilassamento” e “abbandono”. Si vada a controllare su qualunque manuale pratico di sessuologia, su testi di psicologia o su siti Internet specializzati: dopo una spiegazione più o meno dettagliata del problema, delle cause che possono averlo generato e delle terapie atte a curarlo, sempre, immancabilmente, si troveranno indicazioni spicciole sulla necessità che la donna oppressa da questo sintomo possa creare dentro di sé una condizione psichica di tranquillità, di fiducia e di abbandono.
Ora, a parte la banalità di tali considerazioni in bocca (o comunque nella mente) di professionisti che dovrebbero ben conoscere la paradossalità dell’invito – non si può chiedere a nessuno di essere naturale, o spontaneo o rilassato senza per ciò stesso impedirne l’esperienza – a parte questo, dicevo, i termini usati si prestano a terribili equivoci perché veicolano rappresentazioni condizionate dalle matrici culturali della lingua parlata. Cercherò di spiegarmi meglio.
Come ho già più volte sostenuto in altri miei articoli, la psicologia del profondo interpreta la Libido come una sorta di “Energia Vitale” che, partendo da una condizione di ripiegamento su se stessa (dal concepimento ai nove mesi di gestazione), dopo la nascita va gradualmente aprendosi per poi dispiegarsi nel mondo. La maturazione degli organi riproduttivi e la definitiva scelta dell’oggetto sessuale segnano l’inizio dello scorrere del Desiderio verso l’Altro e verso il mondo, innescando una tensione mai totalmente appagabile e che andrà estinguendosi solo verso la fine della vita. In un contesto simile, la forza del Desiderio è ciò che indirizza uomini e donne l’uno verso l’altro, anche se con modalità e forme diverse per gli uni e per le altre. Ma – e qui bisogna prestare la massima attenzione – se diverse sono le modalità, identico è l’impulso che le anima. Identica è la natura ultima della Libido che in quelle diverse forme si estrinseca. Identico il Desiderio di appropriazione, divoramento, incorporazione, impossessamento dell’Altro in quanto “oggetto” immaginifico del proprio irrefrenabile desiderio.
È a questo punto, però, che intervengono quelle sottili diversificazioni dell’esperienza maschile e femminile che – condizionate da elementi culturali – finiscono spesso per creare equivoci micidiali.
È un fatto che uomini e donne realizzino nel mondo un’esperienza ontologica profondamente diversa: una diversità che non solo è inscritta nell’anatomia del corpo bensì anche in tutte le modalità delle funzioni psichiche. La psicologia del profondo, aiutandosi con l’analogia simbolica, ha descritto più volte, usando molteplici espressioni, gli elementi che caratterizzano questa profonda diversità qualitativa:
Maschile | FemminileLineare | Circolare
Attivo | Recettivo
Distruttivo | Creativo
Dissipatore | Conservatore
Difensore | Curatore
Presente-Futuro | Passato-Presente
Razionalità | Emozionalità
Sole | Luna
Logos (forza che separa) | Eros (forza che unisce)
E così via… Ma nonostante il fatto che Jung per primo avesse messo in guardia i suoi discepoli contro il rischio di una interpretazione grossolana che - nelle lingue occidentali - contrapponesse l’atteggiamento maschile “Attivo” a quello femminile “Passivo”, e che appunto per questo motivo avesse sostituito il termine “Passivo” con quello “Recettivo”, pochi dei suoi lettori occasionali sembrano averne colto le fondamentali implicazioni. Il motivo per cui Jung corresse l’ordinaria “contrapposizione dei contrari” è che egli aveva intuito come, per tuta una serie di motivi storici e culturali, la passività fosse correlata ad una sorta di Inerzia. A una Inattività apatica e abulica che, nelle lingue occidentali, si contrappone appunto come polo opposto a quello dell’Attività. Jung intuì come tutto ciò fosse profondamente errato e risentisse dei pregiudizi della cultura patriarcale che aveva dominato l’Occidente negli ultimi duemila anni. Per questo si rivolse all’Oriente, scoprendo che nelle lingue di derivazione sanscrita l’atteggiamento polare, opposto e contrario all’Attività era appunto quello della Ricettività. Ancora una volta, la distinzione non è pura accademia: il termine “Ricettivo” implica infatti un’agire, implica l’azione di una forza o di un movimento dinamico che solo nelle modalità formali ed esteriori si diversifica dall’Attività comunemente intesa. Così interpretati “Attivo” e “Recettivo” caratterizzano due Soggetti entrambi agenti, operativi, occupati in un “fare”. Due soggetti entrambi protagonisti dell’esperienza che stanno esprimendo. La lingua italiana non aiuta, ma si potrebbe immaginare la contrapposizione di queste due qualità operative con i termini:
Maschile | Femminile
Intrusivo | Aspirante
Invadente| Accogliente
Esplosivo | Implosivo
Dispersivo | Contenente
Spingente | Attraente
Fondamentale - lo ripeto ancora una volta - sarebbe perciò riuscire ad immaginare queste Qualità che diversificano l’atteggiamento dei due generi, maschile e femminile, come modalità diverse dell’agire di entrambi. Come se esprimessero le “forme” diverse del loro operare nel mondo e del loro muoversi verso l’Altro. In una visione si fatta sarebbe perciò impossibile distinguere, nell’incontro di un uomo e di una donna, chi sia stato a muovere il primo passo, o dove sia cominciata l’azione dell’uno e sia poi finita invece quella dell’altra, né più né meno come sarebbe impossibile fare le stesse distinzioni tra le due forze del polo positivo e quello negativo di due magneti: esse si attirano a vicenda!
Perciò, nell’attrazione tra un uomo e una donna – sia essa di natura semplicemente sessuale o invece erotica o addirittura sentimentale passionale – nessun soggetto dovrebbe mai percepirsi come inerte, del tutto estraneo all’accadimento, passivo, sottomesso o succube se non nei limiti in cui non vuole o non riesce a prendere coscienza del proprio agire-negativo che fa da contro immagine all’agire-positivo dell’altro. Ogni uomo, perciò, dovrebbe sentirsi Soggetto protagonista del Desiderio che ha la propria donna come Oggetto, né più né meno di quanto ogni donna dovrebbe sentirsi Soggetto protagonista del Desiderio che come Oggetto, invece, ha il proprio uomo.
È in questo preciso punto della questione che si può incontrare l’inganno informativo alla cui correzione questo mio articolo vorrebbe poter contribuire. Perché, come ho già accennato, su qualunque testo di sessuologia, su quelli di psicologia e sui siti Internet specializzati, immancabilmente alla donna affetta da anorgasmia è suggerito il rilassamento, la calma e l’abbandono di sé. In un certo senso, il contrario esatto di ciò che le potrebbe permettere il superamento del problema. Mi spiegherò meglio: è ovvio che una tranquillità psichica di fondo sia necessaria per poter sperimentare l’atto sessuale privo di sensi di colpa, privo di inibizioni, senza freni o tabù di sorta. Ma qui si vuole fare riferimento ad una condizione interiore profondissima, indispensabile a uomini e donne per potersi riconoscere come soggetti liberi e autonomi, legittimati a sperimentare il piacere dell’eros in tutte le sue forme. E’ a questo livello profondissimo che dovrebbe poter intervenire la psicoterapia al fine di rimuovere i condizionamenti, gli eventuali traumi e le paure fantasmatiche che, di fatto, inibiscono il flusso della Libido. Ma una volta che questi siano stati rimossi è frequente notare che le donne vengano poi sollecitate a correggere il loro comportamento attraverso modalità ancora una volta errate.
- Ieri sera ho fatto l’amore con il mio ragazzo… ho finalmente compreso che è sacrosanto che io mi conceda questa esperienza, perciò ho cercato di rilassarmi, di lasciarmi andare, di abbandonarmi tra le sue braccia… mi piaceva fare l’amore ma… non è successo quello che speravo.
In trentasette anni di attività sono stato depositario di numerosi racconti simili. Quando ero ancora molto giovane ricordo che in genere mi destabilizzavo e, anche se cercavo di non darlo a vedere, di preciso non sapevo cosa rispondere alla paziente che avevo di fronte. Sospettavo che il condizionamento inibitorio, contrariamente a quanto affermato dalla paziente stessa, non fosse stato del tutto superato e mi auguravo che con il tempo le cose sarebbero migliorate…
Oggi invece so, con una certezza assoluta, che l’orgasmo di una donna non arriverà mai se, una volta superati i propri tabù o le proprie inibizioni, essa non diventerà capace di Agire la propria sessualità. Di agire il proprio desiderio. Di porsi come Soggetto Protagonista assoluto del proprio desiderio. Altro che rilassarsi o abbandonarsi. Bisogna piuttosto che Voglia il suo uomo (almeno quanto lui vuole lei), che Desideri il suo corpo (almeno quanto lui desidera il suo), che Brami accogliere il suo fallo (almeno quanto lui brama offrirglielo)… Che senta la voglia di afferrare il proprio amante e smembrarlo, divorarlo, ingurgitarlo, incorporarlo, trattenerlo, assimilarlo, trasformarlo… anche se, nel gioco apparente delle parti, potrà sembrare (ma sembrare soltanto) che invece si “offra”, che si “conceda”, che si “lasci prendere”, che “si faccia penetrare”. La verità, “dietro le quinte”, è che i due amanti devono essere entrambi dinamici, operosi ed attivi, né più né meno di come accade ad esempio nel ballo del tango o nel “pattinaggio artistico di coppia” su ghiaccio: solo agli inesperti o agli ingenui “può sembrare” che l’uomo conduca la danza o che lanci la propria compagna nelle più azzardate figurazioni. La verità è che la donna deve esercitare una “presenza” incredibile di sé per lasciarsi guidare dal compagno e deve possedere un’energia inverosimile per realizzare le figurazioni nelle quali “si lascia” lanciare. La verità, dietro le apparenze, è che solo la perfetta sincronia delle due volontà permette ai due protagonisti di sperimentare ed esprimere il sublime.
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Alla fine di questo breve articolo non poteva mancare una riflessione su che cosa sia, in definitiva, l’orgasmo femminile. Gli organicisti lo sanno (o, almeno, credono di saperlo): un graduale aumento della secrezione di dopamina, testosterone (anche nelle donne) e ossitocina che, alla lunga, determineranno una vasocongestione e una riduzione del lume vaginale; quindi un aumento progressivo della eccitabilità delle fibre nervose fino al raggiungimento di un plateau che scatenerà delle contrazioni muscolari intense ma involontarie. Più superficiali nell’orgasmo clitorideo, più profonde e significative nell’orgasmo vaginale per l’interessamento delle fibre nervose perivaginali che sono più grossolane e meno discriminanti di quelle diffuse sul clitoride.
Quelli come me, invece, non lo sanno ma amano immaginarlo come il fluire di una corrente paradossale di Vita che, più fluisce, più aumenta di portata e intensità fino a produrre una condizione di insostenibilità. Se l’Io è sufficientemente forte e sicuro di sé, a questo punto cede, si arrende o, per così dire, “molla la presa” sulla realtà ordinaria. Il piacere dell'orgasmo, allora, diventa unico. Può arrivare a un'esperienza di godimento così totale da far perdere coscienza… almeno per qualche attimo. Non a caso l’esperienza è chiamata: Piccola Morte.
Dopo si rinasce… e la vita sembra allora più bella, più giusta e, soprattutto, più sacra di quanto sarebbe se quell’esperienza non si fosse realizzata.

domenica 5 febbraio 2012

Psicologia di Città

ISTAMBUL: LA PRINCIPESSA D'ORIENTE






Quante donne davvero belle esisteranno al mondo? Di sicuro molte più di quanto osiamo immaginare. Innumerevoli, in verità, sono “le belle” che circolano per le contrade di questo nostro mondo. Ciò nonostante quante di loro potrebbero vantare quel fascino arcano e magico che da sempre – da che mondo è mondo - ha stregato tutti coloro che vi si sono accostati? Pochissime!
Potrà sembrare un paradosso, ma la bellezza in sé e per sé credo non abbia nulla a che spartire con quella grazia indefinibile, quello charme irresistibile o quell’aura di seduzione che per alcune donne sembra essere un dono di natura.  Un incanto magico di cui loro stesse non necessariamente sono consapevoli e che può far impazzire chiunque s’illuda di definirlo e descriverlo poi nelle sue componenti. Chiunque, tranne i poeti.
Istambul è così! Una Principessa d’Oriente con un fascino incomparabile, una grazia irresistibile, un incanto che - pur fondato sull’esotica bellezza delle sue moschee, dei suoi antichi palazzi, dei mercati, dei giardini e delle mura - con quella bellezza non s’identifica. Come una Principessa leggiadra e irraggiungibile essa appare al viaggiatore sensibile e, appunto, con il suo solo apparire, anche senza volerlo, di fatto, lo strega, lo affascina, lo seduce… lo costringe mendicante d’amore ai suoi piedi.
“Ho visto le rovine di Atene – racconta Lord Byron al ritorno da alcuni suoi viaggi – Efeso e Delfi. Ho percorso una gran parte della Turchia, molte parti dell’Europa e anche alcune dell’Asia, ma nessuna opera della natura o dell’arte mi ha impressionato così tento come la vista dei due lati del castello delle Sette Torri fino alla fine del Corno d’Oro”.
Per molti scrittori, infatti, Istambul - insieme a Venezia e Roma - resta una delle più belle città d’Europa e, sicuramente, una delle più splendide dell’Asia.
Forse sarà la luce cristallina che la avvolge, l’aria profumata del Bosforo – impregnata di mare - i colori audaci e nello stesso tempo riservati dei fiori, il suono sommesso delle mille voci che salgono dai mercati o dal ponte di Galata e sul quale si adagiano lievi – provenienti dall’alto - i richiami dei muazin… saranno le cupole delle moschee con i loro slanciati minareti, gli odori dolciastri e piccanti delle spezie, la gentilezza ospitale dei suoi abitanti che nessun occidentale in genere immagina, sarà l’atmosfera rilassata, noncurante, fiduciosa nel proprio Dio: Allah… sarà tutto questo e, insieme a questo, saranno mille altre componenti più difficili da cogliere e identificare… ma resta il fatto che non ho conosciuto turista o viaggiatore che sia tornato da Istambul mostrandosi insensibile al suo fascino.
Ricordo la mia prima volta: proveniente dall’aeroporto, arrivai quasi per caso sulla grande piazza dove – tra giardini fioriti e fontane zampillanti - amichevolmente si fronteggiavano Sultan Ahmet Camii (la Moschea Blu), Ayasofia (Santa Sofia) e il Palazzo di Ibrahim Pashà. Rimasi incantato.  Più tardi entrai nella Moschea Blu – la mia prima moschea, nonostante i tanti anni passati nel Nord Africa – e l’incanto si fece intimo, discreto, riservato. Vinse le mille riserve che da sempre, come studioso imparziale, oppongo all’Islam e dilagò nel mio animo creando i presupposti per una più fiduciosa disponibilità.
Poi, ancora, l’armonia delle forme di Santa Sofia (oggi trasformata in museo), il fascino oscuro e sciabordante di Yerebatan Sarayi (la cisterna dalle 336 colonne e le due teste di Medusa), una visita veloce al Palazzo di Ibrahim Pasha… ed ero ai suoi piedi. Sedotto. Abbagliato. Innamorato.

Sono tornato più volte a Istambul e, ancora oggi, io e la mia compagna la riteniamo una delle più affascinanti città tra tutte quelle da noi visitate. E ne abbiamo visitate molte.
Ma, come ho scritto all'inizio, il suo fascino deriva forse dalla bellezza degli elementi che la compon- gono? Non credo!
Senza voler nulla togliere alle Mura Teodosiane, al Topkapi Sery con i suoi innumerevoli padiglioni, al Ponte di Galata (lo sapevate che il primo a pensare un ponte del genere fu Leonardo da Vinci su incarico dell'allora sultano), a Yeni Valide Camii e a Rustem Pasha Camii, al brulicante Gran Bazar e

Istambul è una città magica, dalla personalità sognante, dal ritmo lento e nostalgico, quasi fosse rimasta incantata nel ricordo del proprio singolare splendore risalente al grandioso impero ottomano.  La tristezza sconsolata (huzun) di Istambul è la sua bellezza – sembra sostenere il suo più celebre cantore, Orhan Pamuk – “una condizione della mente che la città ha assimilato con orgoglio” e che nasce dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, dalle antiche rovine che le case hanno inglobato senza cancellare; dal legno delle vecchie costruzioni che



 si annerisce per l’umidità e il freddo. È questo temperamento melanconico, questa rinuncia sognante che fa di Istambul una delle città più belle tra le belle. Quasi fosse stata, un tempo, un’odalisca senza rivali, la preferita tra mille altre concubine. E ora riposasse distesa sul Corno d’Oro, la memoria rivolta al passato, mentre le sirene dei battelli urlano nella nebbia, i gabbiani la sorvolano ad ali spiegate, e i venditori di pesce e di frittelle adescano i propri clienti stonando improbabili ritornelli di moda.
Istambul: come tutte le donne più belle di un tempo, misteriosa, orgogliosa e superba a tratti, ma pur sempre accogliente, dolce, romantica, languida, voluttuosa.
Istambul: che una volta era considerata la “porta magica” tra Oriente e Occidente. Oggi, città incantata, che invecchia rimanendo pur sempre se stessa. Chi può dire quanto ancora questo incanto leggiadro potrà durare?



al piccolissimo, delizioso Mercato Egiziano. 
Senza nulla togliere alla poderosa moschea di Solimano il magnifico (Suleymanie Camii) – tozza e maschia all’esterno, accogliente e voluttuosa all’interno - alla Torre di Galata e al popolare quartiere di Beyoglu; senza voler nulla togliere a tutto questo e ai mille scorci del canale del Bosforo che sempre compare tra una vecchia casa di legno e un’altra, rimango convinto che lo splendore e il fascino di questa città poggi sul mistero arcano della “sua individualità”.

domenica 3 ottobre 2010

Psicologia di Città


Le città hanno un’anima?
E se sì, potrebbe uno psicologo descriverne i tratti salienti, le forze dinamiche operanti, il carattere, le doti, le potenzialità o le inconsapevoli nevrosi?
Molti grandi scrittori hanno descritto poeticamente questa o quella città, riversando in tali descrizioni tutta la loro arte; ma il primo che l’abbia fatto con un atteggiamento scientifico – applicandovi la propria teoria della “Metafisica della Qualità” – è stato Robert Pirsig nel suo secondo, straordinario libro: “Lila”.
Passando per altre esperienze e altri percorsi conoscitivi, io ero già pervenuto in maniera autonoma a convincimenti filosofici molto simili a quelli di Pirsig per cui, dopo aver letto Laila, trovai elegante usare la  sua Metafisica della Qualità come teoria di riferimento.
Rimandando volentieri il lettore interessato alla lettura del suo libro, mi basterà qui solo accennare come, secondo tale concezione, l’intero universo si dispiegherebbe in un’alternarsi continuo di Valori - ora statici, ora dinamici - tendenti verso la Qualità Assoluta. E come, in una metafisica così concepita, molti aspetti della realtà potrebbero essere riconosciuti Enti a tutti gli effetti, individualità metafisiche vere e proprie aventi un progetto esistenziale più o meno riconoscibile.
Perciò, secondo questa concezione scientifico-filosofica, le città del mondo possederebbero uno spirito del tutto originale, indipendente e autonomo dagli uomini che le hanno fondate e da tutti quelli che ancora le vivono. Le città potrebbero essere “immaginate” come Esseri, Organismi di Valore a se stanti, che una sensibilità acuta potrebbe sforzarsi di cogliere nella loro più profonda essenza.
Nell’esercizio quotidiano del mio lavoro di psicanalista mi sono sempre ritenuto attento, sensibile e intuitivo.  Perciò è su queste doti che cercherò di fondarmi nel dare vita a questa rubrica nella quale, prendendo spunto dai miei numerosi viaggi, cercherò di “dipingere” l’anima delle città che hanno maggiormente colpito la mia fantasia.
Per omaggio a R. Pirsig (al quale mi sono ispirato) inizierò questa rubrica con New York.
New York: il Gigante
Eccola qui, davanti ai nostri occhi, distesa tra la riva sinistra e la riva destra dell’Hudson River: New York! The Big Apple. L’Ombelico del Mondo. Il cuore pulsante della civiltà moderna contemporanea, come un tempo oramai lontanissimo lo furono Babilonia, Tebe, Atene, Roma e poi poche altre, in un susseguirsi di mutamenti epocali che hanno scandito la storia umana.
New York. La più prestigiosa ed influente città degli Stati Uniti d’America, la quale però – come amici e nemici si sono preoccupati di sottolineare – non è propriamente americana. Non rappresenta l’America. New York è solo New York. Una città unica al mondo, la cui anima è il risultato dell’inimmaginabile coesistenza e sovrapposizione delle più diverse etnie. Qui convivono, infatti, non senza mai combinarsi e intrecciarsi tra loro, cinesi e africani, messicani e italiani, portoricani e irlandesi, ucraini, inglesi, polacchi e quanti altri, tutti insieme partecipi della creazione di quella singolarissima umanità di cui questa città è dimora.
Oggi è il nostro penultimo giorno di permanenza, e siamo qui seduti su una delle famose panchine dalle quali si può ammirare l’altrettanto famoso skyline della città. L’impressione è forte, intensa, come se sull’immagine paesaggistico-architettonica – già di per sé suggestiva quanto basta – cumulassero tutte le sensazioni e le emozioni vissute in questi nove giorni di permanenza. Stati d’animo così intensi che, pur volendo parteciparli, rendono difficile una scelta cronologica di merito. Dove cominciare? Quale impressione scegliere per prima tra le tante sperimentate? Difficile prediligerne una a discapito di un’altra. Volendo tuttavia costringermi, allora direi quella dell’impatto surreale del primo giorno quando, provenendo dal Columbus Circle, dopo aver attraversato una foresta di grattacieli della più eterogenea fattura - tra le cui radici occhieggiavano inattese facciate di piccole chiese gotiche – l’autobus turistico scoperto ci precipitò nel delirio inenarrabile di Times Square.
Indescrivibile a parole – almeno per le mie capacità – perché dovrei essere in grado di rendere non solo l’impressionante gioco di equilibri delle linee architettoniche verticali ed orizzontali ma, con- temporaneamente, anche quello derivante dalle decine e decine di immagini pubblicitarie in movimento, coloratissime, che si susseguivano e si sovrapponevano sulle facciate dei grattacieli trasformate in giganteschi video al plasma. E, parallelamente, dovrei saper rendere il fluire lentissimo dei taxi gialli tra l’immensa folla vociante di turisti e residenti, e l’ululato singhiozzante delle sirene dei vigili del fuoco o delle ambulanze che, noncuranti delle difficoltà, fendevano quel mare di umanità e mezzi meccanici con perizia e convinzione.
Come si potrà ben immaginare, fummo travolti in pochi secondi: sorpresi, increduli, affascinati, stupiti. Inconsapevolmente partecipi del quadro vivente che stavamo contemplando.
Tuttavia New York non è solo grattacieli. Deliziosi sono anche tutti quei quartieri le cui abitazioni  risalgono ai primi del ‘900 o, comunque, riecheggiano l’architettura liberty, con il portone d’ingresso posto alla sommità di quelle mini-gradinate con balaustre a cui il cinema americano ci ha da tempo abituato, e le facciate “a cortina” solcate dalle scalette metalliche anti-incendio che qui sembrano essere un obbligo edilizio. E poi ancora chiese su chiese, quasi tutte in stile gotico o romanico, ovviamente “false” ma immerse in piccoli, deliziosi, ombreggiati parchi il cui verde brillante sembra tenere a debita distanza tutti gli altri palazzi. Avenue ampie, dritte e lunghissime. Street più contenute nelle proporzioni, di solito ombreggiate e meno trafficate. Tombini da cui esce perennemente del fumo, sempre come nella migliore tradizione cinematografica. Piazze ampie, solari. Monumenti sconcertanti che vanno dallo stile vittoriano classico al più bizzarro iper-modernismo. E poi le banche più prestigiose, i negozi con i marchi più esclusivi e quelli invece più economici e a buon mercato, migliaia di piccoli e grandi ristoranti per tutte le cucine possibili del mondo, Grand’Hotel di lusso e hotel più popolari, teatri più o meno famosi, bar alla moda, immensi garage sotterranei, piccolissimi parchi pubblici e - dulcis in fundo - il vero e proprio polmone verde della città: Central Park, inimmaginabile senza i newyorkesi che vanno in bicicletta, corrono a piedi, pattinano, giocano a base-ball, o passeggiano con il cane tenuto al guinzaglio. Dalla terrazza sommitale dell’Empire State Building, oltre alla vista sullo strepitoso panorama di guglie e terrazze, si può  ascoltare il “suono” o “la voce” della città: un palpitare sommesso, pulsante ma continuativo, quasi un respiro… il respiro del Gigante.
È stato Robert Pirsig a chiamare New York  “il Gigante”, nel secondo degli unici due libri da lui scritti in una intera vita di riflessioni. In questo secondo romanzo-filosofico - intitolato “Lila”, e che se fosse per me salverei per primo da una ipotetica catastrofe mondiale se dovessi scegliere solo cinque libri tra tutti quelli mai scritti – in questo secondo romanzo, dicevo, nel capitolo 17 si può trovare una delle descrizioni più belle dello spirito proprio di questa città:
“Ma certo! Bastava guardarla! Dio, la forza che aveva! Straordinaria! Quale opera d’arte individuale avrebbe mai potuto eguagliarla? Oh, si: è sporca. Rumorosa, scostante, violenta, costosa. Lo è sempre stata e sempre lo sarà. L’anticamera dell’inferno, se cerchi la stabilità e la pace  ma se cerchi queste cose, non venire a New York, vai in un cimitero! Questo è il posto più dinamico al mondo! […] La velocità, l’altezza, le folle e la loro tensione […] Un pugno nello stomaco. Vedi di continuo cose che niente ti ha preparato a vedere. Prendi il contrasto tra ricchezza e povertà […] Il diavolo si porta via gli ultimi della fila, sotto i tuoi occhi, e poco più in là, ad un passo dai pezzenti, ecco i primi della fila, con chauffeur e limousine. Che sballo! Mai fermarsi, mai perdere il ritmo!” "La metafisica sostanzialistica impedisce di scorgere il Gigante. Perché ti abitua a pensare che una città come New York sia opera dell'uomo. Ma quale uomo, o quale gruppo di uomini, l'ha inventata? Chi si è messo a tavolino a sistemare tutti i pezzi? Immaginiamoci due globuli rossi seduti uno accanto all'altro che si chiedono: "Si arriverà mai a una forma di evoluzione superiore alla nostra?" e che, guardandosi attorno e non vedendo niente, concludono che no, loro sono il massimo; ecco non è forse altrettanto grottesca l'idea di due esseri umani che, passeggiando per Manhattan, si chiedono se esisterà mai una forma di evoluzione superiore all'uomo, intendendo l'uomo biologico? L'uomo biologico non inventa le città e le società, così come maiali e polli non inventano il contadino che dà loro da mangiare. La forza creativa dell'evoluzione non è contenuta nella sostanza. La sostanza è solo una delle configurazioni statiche lasciate come residuo dalla forza creativa". "Anche New York è una configurazione statica che la forza dell'evoluzione si è lasciata indietro. E' fatta di sostanza, ma non è stata fatta dalla sostanza. E nemmeno dall'organismo biologico che chiamiamo uomo". "Questa città era un insieme di sistemi estremamente complicato... La forza che teneva insieme tutti quei sistemi: ecco cos'era il Gigante".
 E i cittadini newyorkesi, chi più chi meno, sembrano tutti consapevoli della straordinarietà da loro stessi rappresentata. Basta fermarsi ad osservarli – come ho potuto fare io, in tutta comodità, seduto su uno dei tanti idranti o su qualche muretto, mentre le “mie donne” impazzivano all’interno dei magazzini M’aesis o di Victoria’s Secret – per farsi una idea più che approssimativa della loro singolarità. Ogni sosta era una sorpresa. Come quando mi vidi passare a fianco il vecchietto centenario, depositato su una sedia a rotelle guidata da una nera rubiconda: in testa, l’omino aveva un berretto da base-ball giallo canarino; addosso un giubbetto dello stesso colore. Sulle gambe un plaid giallo; e ai piedi delle scarpe da ginnastica giallo shocking. Chi poteva averlo conciato in una maniera così assurda e graziosa nello stesso tempo? E a quale scopo? Difficile immaginarlo. Ma indubbiamente, lì, sui marciapiedi di New York, era un vero spettacolo! Passa qualche secondo, ed ecco un signore dall’aria distintissima, vestito con giacca e cravatta, scivolare tra la folla con… i pattini a rotelle ai piedi, mentre parla compassato nel proprio iPhon. E poi ecco le due donne indiane, accuratamente avvolte nei loro tradizionali shari di seta, con tanto di “terzo occhio” in rosso dipinto sulla fronte, sedute da M’c Donald’s di fronte ad una montagna di hamburger e patatine fritte affogate nella maionese. Per non parlare poi dell’attempato signore scozzese che, in pieno pomeriggio, passeggiava come se nulla fosse in kilt, calzettoni bianchi e berrettino tipico. O del giovane gay, bellissimo – bisogna riconoscerlo – che su un paio di bermuda bianchi portava un golf azzurro cielo tutto strappato e pieno di vistosi buchi, che gli conferiva una sorta di eleganza sui generis difficilmente contestabile.
Una fiumana di gente in movimento! Uomini e donne di tutte le razze e di tutte le religioni, apparentemente molto indaffarati, in tutti i quartieri della città, a qualunque ora, perché – come ci confidò il barman di un bar lillipuziano dove si poteva gustare dell’autentico “caffè all’italiana” – New York non dorme mai. Semmai rallenta appena un poco il ritmo frenetico della vita che qui pulsa e sussulta come da nessun’altra parte al mondo. Non sono mai stato a Tokio, o nella moderna Pechino, o in nessuna delle tante nuove città dell’oriente iper-teconologico che stanno bussando alle porte della storia, ma non credo che potranno mai contendere con questa città. Non fosse altro che per una questione di stile. Nella sua bizzarria, infatti, New York ha una classe che le altre non potranno mai avere! Perché se anche è vero che questa città non ha alle spalle una “Storia” o una tradizione culturale come quella che caratterizza la stragrande maggioranza delle città europee, è però anche vero che qui hanno vissuto, lavorato ed espresso il proprio genio i più grandi artisti e intellettuali dell’ultimo secolo: urbanisti, architetti, pittori, scultori, musicisti, scrittori, attori, registi, ballerini e fotografi. Tutti impegnati e partecipi a fare di questa città qualcosa di unico al mondo. Credo che qui si nasconda il suo fascino: in questa atmosfera ricercata e trascurata nello stesso tempo, superficiale e snob, leggera ed intensa, moderna, frivola, sconveniente e nello stesso tempo vecchia,  austera e un po’ beghina. Una città dove tutto sembra possibile ma niente è mai davvero difforme, dove il contrasto, l’atipico, l’asimmetrico e l’imprevedibile non sono fuori norma, bensì la norma rigida cui tutto si adegua. Rendendo ogni cosa mutevole, discontinua, sfacciata, bizzarra e, tuttavia, stranamente equilibrata.
Pregevole testimonianza di quanto affermo la presenza in città di alcuni dei musei più interessanti al mondo: il Metropolitan, il Moma, il Museo delle scienze naturali, il Gougheneim e il Museo della scienza e della tecnica con il suo fantastico planetario. Scusate se è poco…
Nove giorni sono pochi per penetrare l’anima di una città. Ma intuitivamente direi che è l’ambivalenza il suo tratto più caratteristico: come se fosse affetta da un bipolarismo cronico. Da una sorta di distimia umorale anomala all'interno della quale le fasi alterne non si succedono nel tempo, bensì coesistono. Uno strato sotto l’altro. Forse per questo, a New York, si ha come l’impressione che il caos sia ordinato, che il frenetico sia tranquillo, che la violenza non esista, che la povertà sia relativa e che l’assurdo sia ordinario. Insomma: come se lo squilibrio avesse un suo misterioso equilibrio interiore.
Una mia amica, grande viaggiatrice in solitaria che ha visitato quasi tutto il mondo conosciuto, è tornata da pochi giorni dal Giappone: quando l’ho incontrata sembrava appena uscita da un trip di coca. Le pupille dilatate, lo sguardo perso nel nulla, l’incredulità nella propria memoria:
- Un viaggio nel viaggio – mi ha confidato – un’esperienza unica ai confini della realtà. Una moltitudine di esseri anonimi che potrebbero calpestarti senza nemmeno registrare la tua presenza. Città futuristiche e altrettanto anonime, dove si aprono improvvise sacche di rigurgiti medioevali. Un incubo! Un mondo fuori dal mondo. Qualcosa davvero diverso da tutto ciò che altrove sarebbe possibile sperimentare. Un’esperienza da vivere prima o poi.
Non posso sapere se le cose stiano davvero così, o se la mia amica invece è impazzita… ma certo è che New York non prenderà mai quella direzione e, se ciò che rappresenta oggi l’Oriente moderno e tecnologico è l’accenno di un prossimo futuro, forse allora New York rappresenterà in quel futuro ciò che oggi, per lei, rappresentano Roma, Parigi, Londra o Berlino. Città abitate da uomini che lottano per mantenere viva e integra la propria umanità.

venerdì 1 ottobre 2010

Rubrica di storie cliniche


I segreti della bellezza


Ero un giovane terapeuta con 7 o 8 anni di attività alle spalle. Avevo ancora moltissimo da imparare. La psicologia del profondo catalizzava tutti i miei entusiasmi. Studiavo ancora con fervore e seguivo tutti i seminari che mi sembravano interessanti, ma ciò che davvero mi arricchiva e mi plasmava erano le storie che ogni giorno mi occorreva di ascoltare.
Quando aprii la porta alla nuova paziente che solo due giorni prima mi aveva chiamato al telefono rimasi folgorato: Maria Rossi era una giovane donna di 29 anni di una bellezza inusitata. Come se non bastasse era il mese di maggio. Uno di quei mesi nei quali a Roma si poteva già morire dal caldo… e Maria indossava perciò uno straccetto corto e leggero che esaltava le forme del suo corpo lasciando generosamente scoperte le gambe. Sembrava una modella appena uscita dalle pagine patinate di una rivista di moda.
Mentre si accomodava ricordo di aver pensato:
- Dio mio, quant’è bella! Cosa mai potrà volere da me?
Provate perciò ad immaginare il mio stupore quando Maria esordì dicendo:
- Sono disperata, dottore. Mi sento una sbandata… non ho alcuna stima o fiducia in me stessa. Non so cosa voglio. E poi non mi piaccio… non piaccio a nessuno. Nessuno mi trova interessante. Stavo anche pensando alla chirurgia estetica. Forse… se avessi il naso più piccolo… o il seno più abbondante… i capelli neri… o se fossi più alta.
Me lo diceva così. Con semplicità ma anche con disperazione, mentre mi guardava con quei suoi occhi azzurri che le lacrime rendevano scintillanti come preziose acquemarine. L’ovale perfetto del viso, il naso piccolino, le labbra piene e carnose, i capelli castano-chiari che le scendevano a onde sulle spalle. E un corpo da urlo…
Non so come feci a rimanere impassibile e, anziché contraddirla (sarebbe stato un errore madornale da parte di un terapeuta), avallare la sua angoscia proponendole però, nel contempo, di raccontarmi la propria storia. La quale, bisogna riconoscerlo, in fondo era da manuale psicologico. Figlia unica di una donna totalmente succube del proprio marito, Maria era cresciuta in un ambiente povero di affettività e di attenzioni. La madre costantemente impegnata a soddisfare  le capricciose aspettative del marito, ovviamente senza mai potervi riuscire. Il padre per lo più assente o distratto. E, comunque, con una manifesta predilezione per tutte le altre donne del mondo, che non mancava mai di elogiare ed apprezzare enfaticamente anche di fronte alla figlia.
I tradimenti – ricordava Maria – erano all’ordine del giorno. E, di conseguenza, i pianti disperati della madre. E i litigi, le parole pesanti, le urla. Sovente anche schiaffi ed insulti. Poi le fughe più o meno durature del padre e, in concomitanza di quelle, gli stati depressivi della madre.
Maria era cresciuta così, senza alcuna considerazione da parte del mondo degli adulti significativi intorno a lei e, volendo usare una delle più belle metafore eziopatologiche coniata dal nostro psichiatra Luigi Cancrini, gli “specchi” nei quali Maria, da bambina, aveva cercato di mettere a fuoco la propria immagine erano risultati sporchi, opachi, privi di luce. Inadeguati a farle prendere coscienza di sé. Come conseguenza di ciò la bambina si era ripiegata su se stessa, schiacciata da una umiliazione profonda che né la scuola prima, né il mondo del lavoro dopo, erano riusciti a scalzare. Nel momento in cui la conobbi, Maria, dopo aver interrotto anzitempo gli studi universitari, lavorava come magazziniera in un supermercato e le sue massime prospettive erano quelle di poter divenire un giorno cassiera in quella stessa struttura commerciale.
Come ho accennato all’inizio, il caso di Maria potrebbe essere considerato banale ed esemplare nello stesso tempo: da una parte per l’apparente, schiacciante obbligatorietà delle dinamiche psichiche di base; dall’altro per la loro stessa relatività che – nel caso specifico – neanche una risorsa così evidente (la bellezza di Maria) era riuscita a debellare.
Proverò a spiegarmi meglio. Ogni volta che ascolto una storia, cerco di difendermi in tutti i modi dalla tentazione di cadere in una concezione deterministica (o causale) del destino umano. Questo perché solo una psicologia di basso profilo può illudersi che, date certe condizioni, inevitabilmente si manifesteranno specifici risultati. In realtà le cose non sono mai così semplici: solo nel mondo dell’inorganico applicando una determinata forza ad un oggetto, quello si sposterà con una velocità e in una direzione prevedibili e misurabili. Nel regno del vivente, al contrario, e soprattutto nel mondo umano, a dispetto di tutti i tentativi di riduttivismo psicologico, i risultati non sono mai scontati né tanto meno prevedibili. Una madre ansiosa e possessiva – tanto per fare un esempio - può condizionare la vita di un figlio e renderlo passivo e dipendente. Così come, per reazione, lo stesso figlio potrebbe risultare spericolato e ribelle. E tra questi due estremi si potrebbero avere tutte le gradazioni possibili immaginabili. Questo perché, a differenza del mondo inorganico, in quello umano entrano in gioco una tale quantità di variabili indipendenti (caratteri fisici e psicologici ereditari, talenti, facoltà, occasioni, fortuna e sfortuna) che in pratica, date certe condizioni, è comunque sempre impossibile prevedere cosa da queste si determinerà. Perciò, quando da un punto di vista psicologico viene ricostruita una anamnesi e vengono rintracciati i motivi che in un uomo o una donna hanno prodotto certi risultati, ci si dovrebbe sempre ricordare che in questo modo è stato descritto il “come” i sintomi si sono sviluppati e non il loro “perché”. Vengono descritte le relazioni che, in quello specifico caso, hanno giocato a favore di uno sviluppo negativo, non già le “leggi” inderogabili che hanno governato quello stesso destino.
Non a caso, nel mio lavoro, ho sempre incontrato tante persone che in condizioni tremende di vita, tutto sommato, se la sono cavata abbastanza bene, quante ne ho incontrate che, invece, hanno ceduto del tutto, sviluppando sintomi aberranti. Così come ho incontrato persone che da frustrazioni minime e offese risibili, hanno sviluppato invece sintomi devastanti.
Per questo il caso di Maria era stupefacente: da una parte erano evidenti gli eventi e le circostanze che avevano danneggiato il suo sviluppo psicologico ed umiliato la sua immagine di giovane donna. Dall’altro, era altrettanto evidente come neanche un dono così prezioso come la bellezza fosse riuscito a risarcire Maria delle attenzioni e dell’amore mancati. Quella giovane, splendida donna se ne andava in giro per il mondo circonfusa da un alone di melanconia e di tristezza così cupo, spesso e denso da tenere chiunque a debita distanza.
Di fatto Maria, anche da adulta, non aveva avuto grandi storie di amore… pochissimi ragazzi avevano mostrato un autentico interesse per lei (al di là di scontati capricci sessuali) e, in quegli ultimi anni, si trascinava all’interno di una squallida storia triangolare con un uomo sposato che se la portava a letto quattro o cinque volte al mese senza prometterle più di tanto.
Ascoltarla, in quelle prime ore del nostro rapporto terapeutico, fu per me sconvolgente: toccavo con mano e osservavo con gli occhi come nessun potenziale, nessuna ricchezza, se non sostenuta dall’interno, avesse il potere di rendere felice e soddisfatto l’essere umano. So bene che questa è una verità scomoda: così come la maggior parte delle persone è convinta che le basterebbe avere a disposizione una grossa somma di denaro per essere davvero appagata, allo stesso modo la maggior parte delle donne potrebbe essere tentata di credere che le basterebbe avere anche soltanto la metà della bellezza di Maria per sentirsi soddisfatta. Senza comprendere che in mancanza di una sana centralità dell’Io, né la bellezza per le donne, né la ricchezza per tutti gli altri, potrebbero mai essere garanzie di pienezza e felicità.
In quegli stessi mesi veniva da me, in terapia, un’altra giovane donna, coetanea di Maria. Una donna verso la quale madre natura non era stata troppo generosa ma, anzi… decisamente avara. Bene! Quella donna era la simpatia in persona: intelligente, colta, brillante, estroversa, traboccante di gioia e di vita. Contrariamente a qualunque facile aspettativa dipendente dal proprio aspetto fisico, in pratica, con gli uomini, “non sapeva a chi dare i resti”. Se era venuta da me, era appunto per comprendere meglio i propri sentimenti e, stanca di cumulare sempre nuove esperienze e liberi incontri, avere la certezza di scegliere con autenticità tra quanti le dichiaravano il proprio incondizionato amore. Perché, contrariamente a ciò che accadeva a Maria, nessuno si accontentava di avere con lei rapporti sporadici e in molti avrebbero voluto sposarla.
Fu necessario un lunghissimo rapporto terapeutico per rinforzare, almeno in parte, l’Io  profondo di Maria. Un rapporto nel quale il sostegno affettivo nel transfert giocò un ruolo determinante. Da parte mia ebbi l’occasione di fare un’esperienza che mi cambiò radicalmente: da allora, infatti, non mi sognai neanche più di dubitare del fatto che nulla, assolutamente nulla, né denaro, né potere, né salute, né bellezza, potrà mai sostituire la centralità dell’Io o, se vogliamo usare un altro termine, l’autentica coscienza di sé. Questa componente fondamentale dello spirito dell’uomo in massima parte dipende dai “modelli” che, nascendo e poi sviluppando, egli ha potuto avere sotto gli occhi. Secondo, da una sana educazione affettiva, capace di “rispecchiarlo” nei suoi valori spirituali assoluti e non dipendenti da “beni” aleatori. Terzo, infine, da impulsi di centroversione innati (E. Neumann) che sfruttando doti, capacità, talenti e inclinazioni naturali sono in grado, a volte, di sopperire alle carenze educazionali di cui sopra.
Rimane comunque il fatto che, senza un solida immagine del proprio valore esistenziale, nessun uomo e nessuna donna può vivere soddisfacentemente. Semmai può sopravvivere, quali che siano i surrogati ai quali tenterà di ancorare la propria individualità.