martedì 27 marzo 2012

Disturbi...Complessi

                                         Anorgasmia femminile - di Piero Priorini 



Dopo la seconda guerra mondiale, quando anche in Italia la psicanalisi si andò affermando come la cura più appropriata per i disturbi dell’anima e alzò il sipario sull’intimità del mondo femminile, portò alla luce il fatto che il 20%, forse anche il 30% delle donne in età adulta era affetto da ciò che allora era etichettato come frigidità (cioè a dire: assenza di interesse e di piacere sessuale). Non dovremmo stupirci più di tanto: l’Italia della prima metà del ‘900 era patriarcale e maschilista, era pesantemente condizionata dalla sessuofobia della religione cattolica ed esprimeva una cultura rigida, borghese e provinciale. In un clima siffatto la donna era ben poco aiutata a scoprirsi come individualità autonoma, fondata su se stessa e avente bisogni e diritti come minimo pari a quelli degli uomini. La fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, segnò l’inizio della decadenza del patriarcato che, precipitando da più antichi fasti, oramai non poteva che rovinare su se stesso trascinando con sé valori, usanze, culture, credenze, principi e norme di ogni tipo.Anorgasmia femminile 1
Giunsero infine gli anni della contestazione: e anche se tra mille errori, esasperazioni gratuite, reattività compensatorie ed equivoci grossolani, le tensioni accumulate in precedenza alla fine esplosero e mutarono il panorama interiore ed esteriore di uomini e donne. Per un brevissimo lasso di tempo sembrò che la rivoluzione sessuale preconizzata da W. Reich – pur con tutte le sue profondissime contraddizioni – stesse per realizzarsi, ispirando i giovanissimi ad esplorare territori e potenzialità inimmaginabili per la precedente generazione. Ci parla di quegli anni il delizioso racconto: “Porci con le ali”, di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, a testimonianza di un anelito interiore verso la libertà così ingenuo nella sua irruenza da non poter evitare di farsi lo sgambetto da solo. Furono anni di eccessi e autoinganni… comunque commoventi, se interpretati alla luce della radicale trasformazione che caratterizzò un’intera epoca.
Il femminismo esplose, e anche se oggi è possibile addossargli la responsabilità di non aver centrato il proprio obiettivo e, paradossalmente, di aver allontanato la donna occidentale dalla propria più profonda natura, se non altro ampliò il suo orizzonte mentale rendendola più spregiudicata, più disinvolta, più coraggiosa. La donna si arrogò il diritto della propria educazione sentimentale e legittimò ai propri occhi, e a quelli del mondo, la necessità di attraversare tutta una serie di esperienze sessuali prima di arrivare a conoscere davvero se stessa e così poter scegliere l’uomo insieme al quale progettare il proprio futuro.
La donna scoprì così che la propria sessualità era sì meno spontanea di quella maschile ma, comunque, molto più raffinata, complessa, articolata, fine ed elegante. Il motivo andava ricercato negli abissi della Natura che, per la riproduzione della specie, esigeva l’eiaculazione maschile ma non l’orgasmo femminile. Quest’ultimo – sempre dal punto di vista della riproduzione della specie – sembrava dunque più un optional che una necessità biologica. In altre parole, una risposta da apprendere gradualmente, un accessorio psico-fisiologico volto semmai a motivare la donna all’amplesso e ad affascinare l’uomo che, di quel piacere, si sarebbe sentito l’artefice. Di fatto, osservata al livello biologico, la sessualità maschile è sempre apparsa semplice, elementare e, a volte, nella sua spontaneità, rozza e grossolana. Quella della donna, invece, molto più articolata e ricca di elementi empatici, spesso semisconosciuti e incomprensibili alla rozza psiche maschile. Ciò nonostante la donna scoprì che, se adeguatamente educata e sviluppata, la propria sessualità poteva arrivare ad esprimere una intensità molto superiore a quella millantata dal più focoso dei suoi corteggiatori uomini. D’altronde i nostri antenati conoscevano questo stato delle cose se è vero, come è vero, che nella visione misteriosofica (esoterica) induista, così come in quella greca pre-socratica o in quella delle civiltà pre-colombiane in America Latina, il compito del “guerriero spirituale” era quello, appunto, di riuscire a contenere e a placare l’immane e caotica energia libidica del femminile.
Come se non bastasse, sempre in quegli anni, la donna rigettò la marginalità del proprio piacere che, se anche inutile da un punto di vista generativo, contribuiva invece al mantenimento del suo equilibrio interiore. Ben vissuta e compiutamente espressa, l’assidua pratica sessuale donava alla donna stabilità, tolleranza, misura nelle cose, moderazione energetica e piena felicità.
Dal canto suo la psicanalisi corresse il tiro della medicina tradizionale abolendo il termine di frigidità dalla propria nosografia (che restò valido solo in rarissimi casi) e sostituendolo con il più appropriato: “Anorgasmia”. Non era una differenza da poco, considerando che, mentre il primo termine descriveva una condizione di vero e proprio disinteresse per l’attività sessuale in quanto tale e una mancanza di partecipazione e di piacere nella donna costretta a compierla, il termine di anorgasmia descriveva, invece, una condizione di sofferenza dovuta al fatto di desiderare intensamente l’atto sessuale e di poterlo perciò partecipare con pieno e totale coinvolgimento (fisico e mentale), senza però riuscire a risolverlo attraverso una scarica orgasmica finale. In questa nuova prospettiva, se è vero che una donna che non riesce a raggiungere l’orgasmo può scoraggiarsi fino al punto da ritirarsi in se stessa, con ciò perdendo il desiderio e qualunque piacere (frigidità), è anche vero che molte donne anorgasmiche possono mantenere un forte desiderio per il proprio partner e provare un intenso piacere nel rapporto. Su questa linea di pensiero, Alexander Lowen, padre della moderna bioenergetica, nel suo celeberrimo libro: “Amore e orgasmo” arrivò a ipotizzare che molte donne anorgasmiche, anziché accumulare la tensione del piacere fino ad arrivare ad un punto di saturazione oltre il quale inevitabilmente sentirlo “crollare” (o “esplodere”) liberando il corpo in pochi intensi istanti dall’energia fino a quel momento risparmiata, piuttosto la “dissipassero” in continuazione, per così dire in piccole dosi, impedendole di giungere a quel punto di saturazione massima oltre la quale solo l’orgasmo avrebbe potuto liberarla. Tutto questo, ovviamente, agito in maniera inconscia e a discapito dei buoni propositi della donna stessa.
In ogni caso resta il fatto che, mentre la donna frigida spesso deve la sua condizione ad una ostinata e persistente anorgasmia non risolta, la donna anorgasmica non necessariamente è frigida. Essa può continuare a provare piacere a prescindere dalla frustrazione e dalla sofferenza causatale dalla mancata scarica finale.
Gli studi e le ricerche sul fenomeno comunque si moltiplicarono: e avendo osservato che molto spesso (anche se non sempre) la frigidità discendeva dall’anorgasmia, fu abbastanza ovvio che entrambe furono fatte discendere da un panorama più o meno identico di paure, repressioni, insicurezze, chiusure e frustrazioni che – a loro volta - potevano essere di natura fisica, psicologica o comportamentale. Oggi si ritiene che le più diffuse siano:
- un’educazione che ha represso qualunque manifestazione di sessualità e di erotismo
- un disturbo del modello femminile (spesso imputabile alla madre)
- un disturbo del modello maschile (spesso imputabile al padre)
- episodi traumatici durante l’età evolutiva (abusi sessuali o violenze, subite o osservate)
- una mancanza di autostima e/o una percezione distorta del proprio corpo
- la goffaggine o la brutalità del primo partner e di quelli successivi
- routine sessuale
- dubbi riguardo al significato, al valore e alla libertà espressi nel realizzare ogni rapporto
- paura di lasciarsi andare e abbandonarsi al piacere
Oltre a ciò, vennero distinti due tipi di anorgasmia:
- quella primaria, che descrive l’esperienza sessuale di una donna che non è mai arrivata all’orgasmo, né con la penetrazione né attraverso la stimolazione del clitoride
- quella secondaria, invece, che si riferisce alla donna ha già avuto almeno un orgasmo nel corso della propria vita sessuale
Si parla inoltre di anorgasmia totale se la donna non ha mai avuto orgasmi vaginali né tanto meno clitoridei, e di anorgasmia parziale se la donna raggiunge almeno uno dei due orgasmi (in genere solo quello clitorideo). Ancora una volta la differenza non è accademica, perché mentre l’orgasmo clitorideo, per quanto molto appagante, è comunque superficiale – interessando le terminazioni nervose epidermiche che si diramano appunto sul clitoride – quello vaginale, al contrario, è molto più intenso e liberatorio – interessando le terminazioni nervose che affondano in profondità nei muscoli pelvici i quali possono così dissipare una grande energia nei movimenti involontari che conseguono all’orgasmo.
Come che sia: dopo aver rivisitato e corretto la rappresentazione clinica del piacere e dell’orgasmo femminile, in un clima di libertà di costumi e di pensiero come quello attuale, ci si sarebbe aspettati da uomini e donne comprensione e aiuti reciproci volti a raggiungere un rapido superamento di tutti questi problemi. O, se non altro, un netto miglioramento della loro incidenza statistica. Neanche a parlarne: secondo l'ultimo sondaggio effettuato dall'istituto Asper ancora oggi ben il 12,2 per cento delle donne non ha mai provato l’orgasmo, il 33,6 per cento non riesce a raggiungerlo durante il coito (il mitico orgasmo vaginale) e il 47,2 per cento lo finge regolarmente. Insomma, sembra che l'orgasmo sia più un problema che un piacere, e mentre la coscienza collettiva delle donne partorisce grandi aspettative nei confronti del "Viagra al femminile" (senza rendersi conto, purtroppo, che il Viagra non fa “venire” nessun uomo, ma rende solo ottimale il funzionamento dell’erezione in presenza del desiderio) l'ansia da prestazione cresce anche in loro, che vanno così a far il paio con i loro stressatissimi compagni.
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Se a questa pur breve e manchevole sintesi adesso aggiungiamo il fatto che la funzione sessuale umana - almeno secondo i ricercatori specializzati nella materia – è determinata soltanto nel 7% da fattori organici e/o biologici, mentre il restante 93% è determinato da fattori psicologici e sociali, si potrà ben comprendere perché la psicoterapia sia l’unica prassi in grado di risolvere questo peculiare problema della donna alla radice. E ciò, a prescindere dall’indirizzo specifico della terapia prescelta (psicologia del profondo, psicanalisi, sessuologia, bioenergetica) purché non si inciampi in indirizzi o scuole superficiali e in terapeuti incompetenti.
La psicologia del profondo può dunque risultare un’ottima scelta, anche se non per questo si deve immaginare che la scuola junghiana conosca in anticipo tutte le specifiche dinamiche che in ogni singolo caso hanno contribuito alla fissazione del sintomo. Non a caso ogni analisi è un “viaggio in solitaria” che la paziente deve compiere (accompagnata dal terapeuta-guida) al fine di realizzare la propria individuazione. La stessa regola vale per quelle che, di volta in volta, saranno le strategie migliori per risolvere il blocco sessuale patito: ogni paziente deve rintracciare le proprie, a seconda del coraggio e delle potenzialità che avrà a disposizione o delle opportunità che le capiterà di incontrare.
Pur tuttavia c’è un atteggiamento psichico o, meglio, una condizione interiore che molti terapeuti si sentono quasi sempre in dovere di consigliare alle donne, come se fosse una strategia indispensabile al superamento del loro problema. E, per farlo, usano un’espressione linguistica che, a causa dei limiti oggettivi della lingua parlata e delle rappresentazioni che la stessa comunica, si presta a continui inganni. Faccio riferimento ai termini – e alle rappresentazioni concettuali ad essi collegate – di “distensione”, “rilassamento” e “abbandono”. Si vada a controllare su qualunque manuale pratico di sessuologia, su testi di psicologia o su siti Internet specializzati: dopo una spiegazione più o meno dettagliata del problema, delle cause che possono averlo generato e delle terapie atte a curarlo, sempre, immancabilmente, si troveranno indicazioni spicciole sulla necessità che la donna oppressa da questo sintomo possa creare dentro di sé una condizione psichica di tranquillità, di fiducia e di abbandono.
Ora, a parte la banalità di tali considerazioni in bocca (o comunque nella mente) di professionisti che dovrebbero ben conoscere la paradossalità dell’invito – non si può chiedere a nessuno di essere naturale, o spontaneo o rilassato senza per ciò stesso impedirne l’esperienza – a parte questo, dicevo, i termini usati si prestano a terribili equivoci perché veicolano rappresentazioni condizionate dalle matrici culturali della lingua parlata. Cercherò di spiegarmi meglio.
Come ho già più volte sostenuto in altri miei articoli, la psicologia del profondo interpreta la Libido come una sorta di “Energia Vitale” che, partendo da una condizione di ripiegamento su se stessa (dal concepimento ai nove mesi di gestazione), dopo la nascita va gradualmente aprendosi per poi dispiegarsi nel mondo. La maturazione degli organi riproduttivi e la definitiva scelta dell’oggetto sessuale segnano l’inizio dello scorrere del Desiderio verso l’Altro e verso il mondo, innescando una tensione mai totalmente appagabile e che andrà estinguendosi solo verso la fine della vita. In un contesto simile, la forza del Desiderio è ciò che indirizza uomini e donne l’uno verso l’altro, anche se con modalità e forme diverse per gli uni e per le altre. Ma – e qui bisogna prestare la massima attenzione – se diverse sono le modalità, identico è l’impulso che le anima. Identica è la natura ultima della Libido che in quelle diverse forme si estrinseca. Identico il Desiderio di appropriazione, divoramento, incorporazione, impossessamento dell’Altro in quanto “oggetto” immaginifico del proprio irrefrenabile desiderio.
È a questo punto, però, che intervengono quelle sottili diversificazioni dell’esperienza maschile e femminile che – condizionate da elementi culturali – finiscono spesso per creare equivoci micidiali.
È un fatto che uomini e donne realizzino nel mondo un’esperienza ontologica profondamente diversa: una diversità che non solo è inscritta nell’anatomia del corpo bensì anche in tutte le modalità delle funzioni psichiche. La psicologia del profondo, aiutandosi con l’analogia simbolica, ha descritto più volte, usando molteplici espressioni, gli elementi che caratterizzano questa profonda diversità qualitativa:
Maschile | FemminileLineare | Circolare
Attivo | Recettivo
Distruttivo | Creativo
Dissipatore | Conservatore
Difensore | Curatore
Presente-Futuro | Passato-Presente
Razionalità | Emozionalità
Sole | Luna
Logos (forza che separa) | Eros (forza che unisce)
E così via… Ma nonostante il fatto che Jung per primo avesse messo in guardia i suoi discepoli contro il rischio di una interpretazione grossolana che - nelle lingue occidentali - contrapponesse l’atteggiamento maschile “Attivo” a quello femminile “Passivo”, e che appunto per questo motivo avesse sostituito il termine “Passivo” con quello “Recettivo”, pochi dei suoi lettori occasionali sembrano averne colto le fondamentali implicazioni. Il motivo per cui Jung corresse l’ordinaria “contrapposizione dei contrari” è che egli aveva intuito come, per tuta una serie di motivi storici e culturali, la passività fosse correlata ad una sorta di Inerzia. A una Inattività apatica e abulica che, nelle lingue occidentali, si contrappone appunto come polo opposto a quello dell’Attività. Jung intuì come tutto ciò fosse profondamente errato e risentisse dei pregiudizi della cultura patriarcale che aveva dominato l’Occidente negli ultimi duemila anni. Per questo si rivolse all’Oriente, scoprendo che nelle lingue di derivazione sanscrita l’atteggiamento polare, opposto e contrario all’Attività era appunto quello della Ricettività. Ancora una volta, la distinzione non è pura accademia: il termine “Ricettivo” implica infatti un’agire, implica l’azione di una forza o di un movimento dinamico che solo nelle modalità formali ed esteriori si diversifica dall’Attività comunemente intesa. Così interpretati “Attivo” e “Recettivo” caratterizzano due Soggetti entrambi agenti, operativi, occupati in un “fare”. Due soggetti entrambi protagonisti dell’esperienza che stanno esprimendo. La lingua italiana non aiuta, ma si potrebbe immaginare la contrapposizione di queste due qualità operative con i termini:
Maschile | Femminile
Intrusivo | Aspirante
Invadente| Accogliente
Esplosivo | Implosivo
Dispersivo | Contenente
Spingente | Attraente
Fondamentale - lo ripeto ancora una volta - sarebbe perciò riuscire ad immaginare queste Qualità che diversificano l’atteggiamento dei due generi, maschile e femminile, come modalità diverse dell’agire di entrambi. Come se esprimessero le “forme” diverse del loro operare nel mondo e del loro muoversi verso l’Altro. In una visione si fatta sarebbe perciò impossibile distinguere, nell’incontro di un uomo e di una donna, chi sia stato a muovere il primo passo, o dove sia cominciata l’azione dell’uno e sia poi finita invece quella dell’altra, né più né meno come sarebbe impossibile fare le stesse distinzioni tra le due forze del polo positivo e quello negativo di due magneti: esse si attirano a vicenda!
Perciò, nell’attrazione tra un uomo e una donna – sia essa di natura semplicemente sessuale o invece erotica o addirittura sentimentale passionale – nessun soggetto dovrebbe mai percepirsi come inerte, del tutto estraneo all’accadimento, passivo, sottomesso o succube se non nei limiti in cui non vuole o non riesce a prendere coscienza del proprio agire-negativo che fa da contro immagine all’agire-positivo dell’altro. Ogni uomo, perciò, dovrebbe sentirsi Soggetto protagonista del Desiderio che ha la propria donna come Oggetto, né più né meno di quanto ogni donna dovrebbe sentirsi Soggetto protagonista del Desiderio che come Oggetto, invece, ha il proprio uomo.
È in questo preciso punto della questione che si può incontrare l’inganno informativo alla cui correzione questo mio articolo vorrebbe poter contribuire. Perché, come ho già accennato, su qualunque testo di sessuologia, su quelli di psicologia e sui siti Internet specializzati, immancabilmente alla donna affetta da anorgasmia è suggerito il rilassamento, la calma e l’abbandono di sé. In un certo senso, il contrario esatto di ciò che le potrebbe permettere il superamento del problema. Mi spiegherò meglio: è ovvio che una tranquillità psichica di fondo sia necessaria per poter sperimentare l’atto sessuale privo di sensi di colpa, privo di inibizioni, senza freni o tabù di sorta. Ma qui si vuole fare riferimento ad una condizione interiore profondissima, indispensabile a uomini e donne per potersi riconoscere come soggetti liberi e autonomi, legittimati a sperimentare il piacere dell’eros in tutte le sue forme. E’ a questo livello profondissimo che dovrebbe poter intervenire la psicoterapia al fine di rimuovere i condizionamenti, gli eventuali traumi e le paure fantasmatiche che, di fatto, inibiscono il flusso della Libido. Ma una volta che questi siano stati rimossi è frequente notare che le donne vengano poi sollecitate a correggere il loro comportamento attraverso modalità ancora una volta errate.
- Ieri sera ho fatto l’amore con il mio ragazzo… ho finalmente compreso che è sacrosanto che io mi conceda questa esperienza, perciò ho cercato di rilassarmi, di lasciarmi andare, di abbandonarmi tra le sue braccia… mi piaceva fare l’amore ma… non è successo quello che speravo.
In trentasette anni di attività sono stato depositario di numerosi racconti simili. Quando ero ancora molto giovane ricordo che in genere mi destabilizzavo e, anche se cercavo di non darlo a vedere, di preciso non sapevo cosa rispondere alla paziente che avevo di fronte. Sospettavo che il condizionamento inibitorio, contrariamente a quanto affermato dalla paziente stessa, non fosse stato del tutto superato e mi auguravo che con il tempo le cose sarebbero migliorate…
Oggi invece so, con una certezza assoluta, che l’orgasmo di una donna non arriverà mai se, una volta superati i propri tabù o le proprie inibizioni, essa non diventerà capace di Agire la propria sessualità. Di agire il proprio desiderio. Di porsi come Soggetto Protagonista assoluto del proprio desiderio. Altro che rilassarsi o abbandonarsi. Bisogna piuttosto che Voglia il suo uomo (almeno quanto lui vuole lei), che Desideri il suo corpo (almeno quanto lui desidera il suo), che Brami accogliere il suo fallo (almeno quanto lui brama offrirglielo)… Che senta la voglia di afferrare il proprio amante e smembrarlo, divorarlo, ingurgitarlo, incorporarlo, trattenerlo, assimilarlo, trasformarlo… anche se, nel gioco apparente delle parti, potrà sembrare (ma sembrare soltanto) che invece si “offra”, che si “conceda”, che si “lasci prendere”, che “si faccia penetrare”. La verità, “dietro le quinte”, è che i due amanti devono essere entrambi dinamici, operosi ed attivi, né più né meno di come accade ad esempio nel ballo del tango o nel “pattinaggio artistico di coppia” su ghiaccio: solo agli inesperti o agli ingenui “può sembrare” che l’uomo conduca la danza o che lanci la propria compagna nelle più azzardate figurazioni. La verità è che la donna deve esercitare una “presenza” incredibile di sé per lasciarsi guidare dal compagno e deve possedere un’energia inverosimile per realizzare le figurazioni nelle quali “si lascia” lanciare. La verità, dietro le apparenze, è che solo la perfetta sincronia delle due volontà permette ai due protagonisti di sperimentare ed esprimere il sublime.
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Alla fine di questo breve articolo non poteva mancare una riflessione su che cosa sia, in definitiva, l’orgasmo femminile. Gli organicisti lo sanno (o, almeno, credono di saperlo): un graduale aumento della secrezione di dopamina, testosterone (anche nelle donne) e ossitocina che, alla lunga, determineranno una vasocongestione e una riduzione del lume vaginale; quindi un aumento progressivo della eccitabilità delle fibre nervose fino al raggiungimento di un plateau che scatenerà delle contrazioni muscolari intense ma involontarie. Più superficiali nell’orgasmo clitorideo, più profonde e significative nell’orgasmo vaginale per l’interessamento delle fibre nervose perivaginali che sono più grossolane e meno discriminanti di quelle diffuse sul clitoride.
Quelli come me, invece, non lo sanno ma amano immaginarlo come il fluire di una corrente paradossale di Vita che, più fluisce, più aumenta di portata e intensità fino a produrre una condizione di insostenibilità. Se l’Io è sufficientemente forte e sicuro di sé, a questo punto cede, si arrende o, per così dire, “molla la presa” sulla realtà ordinaria. Il piacere dell'orgasmo, allora, diventa unico. Può arrivare a un'esperienza di godimento così totale da far perdere coscienza… almeno per qualche attimo. Non a caso l’esperienza è chiamata: Piccola Morte.
Dopo si rinasce… e la vita sembra allora più bella, più giusta e, soprattutto, più sacra di quanto sarebbe se quell’esperienza non si fosse realizzata.

domenica 5 febbraio 2012

Psicologia di Città

ISTAMBUL: LA PRINCIPESSA D'ORIENTE






Quante donne davvero belle esisteranno al mondo? Di sicuro molte più di quanto osiamo immaginare. Innumerevoli, in verità, sono “le belle” che circolano per le contrade di questo nostro mondo. Ciò nonostante quante di loro potrebbero vantare quel fascino arcano e magico che da sempre – da che mondo è mondo - ha stregato tutti coloro che vi si sono accostati? Pochissime!
Potrà sembrare un paradosso, ma la bellezza in sé e per sé credo non abbia nulla a che spartire con quella grazia indefinibile, quello charme irresistibile o quell’aura di seduzione che per alcune donne sembra essere un dono di natura.  Un incanto magico di cui loro stesse non necessariamente sono consapevoli e che può far impazzire chiunque s’illuda di definirlo e descriverlo poi nelle sue componenti. Chiunque, tranne i poeti.
Istambul è così! Una Principessa d’Oriente con un fascino incomparabile, una grazia irresistibile, un incanto che - pur fondato sull’esotica bellezza delle sue moschee, dei suoi antichi palazzi, dei mercati, dei giardini e delle mura - con quella bellezza non s’identifica. Come una Principessa leggiadra e irraggiungibile essa appare al viaggiatore sensibile e, appunto, con il suo solo apparire, anche senza volerlo, di fatto, lo strega, lo affascina, lo seduce… lo costringe mendicante d’amore ai suoi piedi.
“Ho visto le rovine di Atene – racconta Lord Byron al ritorno da alcuni suoi viaggi – Efeso e Delfi. Ho percorso una gran parte della Turchia, molte parti dell’Europa e anche alcune dell’Asia, ma nessuna opera della natura o dell’arte mi ha impressionato così tento come la vista dei due lati del castello delle Sette Torri fino alla fine del Corno d’Oro”.
Per molti scrittori, infatti, Istambul - insieme a Venezia e Roma - resta una delle più belle città d’Europa e, sicuramente, una delle più splendide dell’Asia.
Forse sarà la luce cristallina che la avvolge, l’aria profumata del Bosforo – impregnata di mare - i colori audaci e nello stesso tempo riservati dei fiori, il suono sommesso delle mille voci che salgono dai mercati o dal ponte di Galata e sul quale si adagiano lievi – provenienti dall’alto - i richiami dei muazin… saranno le cupole delle moschee con i loro slanciati minareti, gli odori dolciastri e piccanti delle spezie, la gentilezza ospitale dei suoi abitanti che nessun occidentale in genere immagina, sarà l’atmosfera rilassata, noncurante, fiduciosa nel proprio Dio: Allah… sarà tutto questo e, insieme a questo, saranno mille altre componenti più difficili da cogliere e identificare… ma resta il fatto che non ho conosciuto turista o viaggiatore che sia tornato da Istambul mostrandosi insensibile al suo fascino.
Ricordo la mia prima volta: proveniente dall’aeroporto, arrivai quasi per caso sulla grande piazza dove – tra giardini fioriti e fontane zampillanti - amichevolmente si fronteggiavano Sultan Ahmet Camii (la Moschea Blu), Ayasofia (Santa Sofia) e il Palazzo di Ibrahim Pashà. Rimasi incantato.  Più tardi entrai nella Moschea Blu – la mia prima moschea, nonostante i tanti anni passati nel Nord Africa – e l’incanto si fece intimo, discreto, riservato. Vinse le mille riserve che da sempre, come studioso imparziale, oppongo all’Islam e dilagò nel mio animo creando i presupposti per una più fiduciosa disponibilità.
Poi, ancora, l’armonia delle forme di Santa Sofia (oggi trasformata in museo), il fascino oscuro e sciabordante di Yerebatan Sarayi (la cisterna dalle 336 colonne e le due teste di Medusa), una visita veloce al Palazzo di Ibrahim Pasha… ed ero ai suoi piedi. Sedotto. Abbagliato. Innamorato.

Sono tornato più volte a Istambul e, ancora oggi, io e la mia compagna la riteniamo una delle più affascinanti città tra tutte quelle da noi visitate. E ne abbiamo visitate molte.
Ma, come ho scritto all'inizio, il suo fascino deriva forse dalla bellezza degli elementi che la compon- gono? Non credo!
Senza voler nulla togliere alle Mura Teodosiane, al Topkapi Sery con i suoi innumerevoli padiglioni, al Ponte di Galata (lo sapevate che il primo a pensare un ponte del genere fu Leonardo da Vinci su incarico dell'allora sultano), a Yeni Valide Camii e a Rustem Pasha Camii, al brulicante Gran Bazar e

Istambul è una città magica, dalla personalità sognante, dal ritmo lento e nostalgico, quasi fosse rimasta incantata nel ricordo del proprio singolare splendore risalente al grandioso impero ottomano.  La tristezza sconsolata (huzun) di Istambul è la sua bellezza – sembra sostenere il suo più celebre cantore, Orhan Pamuk – “una condizione della mente che la città ha assimilato con orgoglio” e che nasce dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, dalle antiche rovine che le case hanno inglobato senza cancellare; dal legno delle vecchie costruzioni che



 si annerisce per l’umidità e il freddo. È questo temperamento melanconico, questa rinuncia sognante che fa di Istambul una delle città più belle tra le belle. Quasi fosse stata, un tempo, un’odalisca senza rivali, la preferita tra mille altre concubine. E ora riposasse distesa sul Corno d’Oro, la memoria rivolta al passato, mentre le sirene dei battelli urlano nella nebbia, i gabbiani la sorvolano ad ali spiegate, e i venditori di pesce e di frittelle adescano i propri clienti stonando improbabili ritornelli di moda.
Istambul: come tutte le donne più belle di un tempo, misteriosa, orgogliosa e superba a tratti, ma pur sempre accogliente, dolce, romantica, languida, voluttuosa.
Istambul: che una volta era considerata la “porta magica” tra Oriente e Occidente. Oggi, città incantata, che invecchia rimanendo pur sempre se stessa. Chi può dire quanto ancora questo incanto leggiadro potrà durare?



al piccolissimo, delizioso Mercato Egiziano. 
Senza nulla togliere alla poderosa moschea di Solimano il magnifico (Suleymanie Camii) – tozza e maschia all’esterno, accogliente e voluttuosa all’interno - alla Torre di Galata e al popolare quartiere di Beyoglu; senza voler nulla togliere a tutto questo e ai mille scorci del canale del Bosforo che sempre compare tra una vecchia casa di legno e un’altra, rimango convinto che lo splendore e il fascino di questa città poggi sul mistero arcano della “sua individualità”.

domenica 3 ottobre 2010

Psicologia di Città


Le città hanno un’anima?
E se sì, potrebbe uno psicologo descriverne i tratti salienti, le forze dinamiche operanti, il carattere, le doti, le potenzialità o le inconsapevoli nevrosi?
Molti grandi scrittori hanno descritto poeticamente questa o quella città, riversando in tali descrizioni tutta la loro arte; ma il primo che l’abbia fatto con un atteggiamento scientifico – applicandovi la propria teoria della “Metafisica della Qualità” – è stato Robert Pirsig nel suo secondo, straordinario libro: “Lila”.
Passando per altre esperienze e altri percorsi conoscitivi, io ero già pervenuto in maniera autonoma a convincimenti filosofici molto simili a quelli di Pirsig per cui, dopo aver letto Laila, trovai elegante usare la  sua Metafisica della Qualità come teoria di riferimento.
Rimandando volentieri il lettore interessato alla lettura del suo libro, mi basterà qui solo accennare come, secondo tale concezione, l’intero universo si dispiegherebbe in un’alternarsi continuo di Valori - ora statici, ora dinamici - tendenti verso la Qualità Assoluta. E come, in una metafisica così concepita, molti aspetti della realtà potrebbero essere riconosciuti Enti a tutti gli effetti, individualità metafisiche vere e proprie aventi un progetto esistenziale più o meno riconoscibile.
Perciò, secondo questa concezione scientifico-filosofica, le città del mondo possederebbero uno spirito del tutto originale, indipendente e autonomo dagli uomini che le hanno fondate e da tutti quelli che ancora le vivono. Le città potrebbero essere “immaginate” come Esseri, Organismi di Valore a se stanti, che una sensibilità acuta potrebbe sforzarsi di cogliere nella loro più profonda essenza.
Nell’esercizio quotidiano del mio lavoro di psicanalista mi sono sempre ritenuto attento, sensibile e intuitivo.  Perciò è su queste doti che cercherò di fondarmi nel dare vita a questa rubrica nella quale, prendendo spunto dai miei numerosi viaggi, cercherò di “dipingere” l’anima delle città che hanno maggiormente colpito la mia fantasia.
Per omaggio a R. Pirsig (al quale mi sono ispirato) inizierò questa rubrica con New York.
New York: il Gigante
Eccola qui, davanti ai nostri occhi, distesa tra la riva sinistra e la riva destra dell’Hudson River: New York! The Big Apple. L’Ombelico del Mondo. Il cuore pulsante della civiltà moderna contemporanea, come un tempo oramai lontanissimo lo furono Babilonia, Tebe, Atene, Roma e poi poche altre, in un susseguirsi di mutamenti epocali che hanno scandito la storia umana.
New York. La più prestigiosa ed influente città degli Stati Uniti d’America, la quale però – come amici e nemici si sono preoccupati di sottolineare – non è propriamente americana. Non rappresenta l’America. New York è solo New York. Una città unica al mondo, la cui anima è il risultato dell’inimmaginabile coesistenza e sovrapposizione delle più diverse etnie. Qui convivono, infatti, non senza mai combinarsi e intrecciarsi tra loro, cinesi e africani, messicani e italiani, portoricani e irlandesi, ucraini, inglesi, polacchi e quanti altri, tutti insieme partecipi della creazione di quella singolarissima umanità di cui questa città è dimora.
Oggi è il nostro penultimo giorno di permanenza, e siamo qui seduti su una delle famose panchine dalle quali si può ammirare l’altrettanto famoso skyline della città. L’impressione è forte, intensa, come se sull’immagine paesaggistico-architettonica – già di per sé suggestiva quanto basta – cumulassero tutte le sensazioni e le emozioni vissute in questi nove giorni di permanenza. Stati d’animo così intensi che, pur volendo parteciparli, rendono difficile una scelta cronologica di merito. Dove cominciare? Quale impressione scegliere per prima tra le tante sperimentate? Difficile prediligerne una a discapito di un’altra. Volendo tuttavia costringermi, allora direi quella dell’impatto surreale del primo giorno quando, provenendo dal Columbus Circle, dopo aver attraversato una foresta di grattacieli della più eterogenea fattura - tra le cui radici occhieggiavano inattese facciate di piccole chiese gotiche – l’autobus turistico scoperto ci precipitò nel delirio inenarrabile di Times Square.
Indescrivibile a parole – almeno per le mie capacità – perché dovrei essere in grado di rendere non solo l’impressionante gioco di equilibri delle linee architettoniche verticali ed orizzontali ma, con- temporaneamente, anche quello derivante dalle decine e decine di immagini pubblicitarie in movimento, coloratissime, che si susseguivano e si sovrapponevano sulle facciate dei grattacieli trasformate in giganteschi video al plasma. E, parallelamente, dovrei saper rendere il fluire lentissimo dei taxi gialli tra l’immensa folla vociante di turisti e residenti, e l’ululato singhiozzante delle sirene dei vigili del fuoco o delle ambulanze che, noncuranti delle difficoltà, fendevano quel mare di umanità e mezzi meccanici con perizia e convinzione.
Come si potrà ben immaginare, fummo travolti in pochi secondi: sorpresi, increduli, affascinati, stupiti. Inconsapevolmente partecipi del quadro vivente che stavamo contemplando.
Tuttavia New York non è solo grattacieli. Deliziosi sono anche tutti quei quartieri le cui abitazioni  risalgono ai primi del ‘900 o, comunque, riecheggiano l’architettura liberty, con il portone d’ingresso posto alla sommità di quelle mini-gradinate con balaustre a cui il cinema americano ci ha da tempo abituato, e le facciate “a cortina” solcate dalle scalette metalliche anti-incendio che qui sembrano essere un obbligo edilizio. E poi ancora chiese su chiese, quasi tutte in stile gotico o romanico, ovviamente “false” ma immerse in piccoli, deliziosi, ombreggiati parchi il cui verde brillante sembra tenere a debita distanza tutti gli altri palazzi. Avenue ampie, dritte e lunghissime. Street più contenute nelle proporzioni, di solito ombreggiate e meno trafficate. Tombini da cui esce perennemente del fumo, sempre come nella migliore tradizione cinematografica. Piazze ampie, solari. Monumenti sconcertanti che vanno dallo stile vittoriano classico al più bizzarro iper-modernismo. E poi le banche più prestigiose, i negozi con i marchi più esclusivi e quelli invece più economici e a buon mercato, migliaia di piccoli e grandi ristoranti per tutte le cucine possibili del mondo, Grand’Hotel di lusso e hotel più popolari, teatri più o meno famosi, bar alla moda, immensi garage sotterranei, piccolissimi parchi pubblici e - dulcis in fundo - il vero e proprio polmone verde della città: Central Park, inimmaginabile senza i newyorkesi che vanno in bicicletta, corrono a piedi, pattinano, giocano a base-ball, o passeggiano con il cane tenuto al guinzaglio. Dalla terrazza sommitale dell’Empire State Building, oltre alla vista sullo strepitoso panorama di guglie e terrazze, si può  ascoltare il “suono” o “la voce” della città: un palpitare sommesso, pulsante ma continuativo, quasi un respiro… il respiro del Gigante.
È stato Robert Pirsig a chiamare New York  “il Gigante”, nel secondo degli unici due libri da lui scritti in una intera vita di riflessioni. In questo secondo romanzo-filosofico - intitolato “Lila”, e che se fosse per me salverei per primo da una ipotetica catastrofe mondiale se dovessi scegliere solo cinque libri tra tutti quelli mai scritti – in questo secondo romanzo, dicevo, nel capitolo 17 si può trovare una delle descrizioni più belle dello spirito proprio di questa città:
“Ma certo! Bastava guardarla! Dio, la forza che aveva! Straordinaria! Quale opera d’arte individuale avrebbe mai potuto eguagliarla? Oh, si: è sporca. Rumorosa, scostante, violenta, costosa. Lo è sempre stata e sempre lo sarà. L’anticamera dell’inferno, se cerchi la stabilità e la pace  ma se cerchi queste cose, non venire a New York, vai in un cimitero! Questo è il posto più dinamico al mondo! […] La velocità, l’altezza, le folle e la loro tensione […] Un pugno nello stomaco. Vedi di continuo cose che niente ti ha preparato a vedere. Prendi il contrasto tra ricchezza e povertà […] Il diavolo si porta via gli ultimi della fila, sotto i tuoi occhi, e poco più in là, ad un passo dai pezzenti, ecco i primi della fila, con chauffeur e limousine. Che sballo! Mai fermarsi, mai perdere il ritmo!” "La metafisica sostanzialistica impedisce di scorgere il Gigante. Perché ti abitua a pensare che una città come New York sia opera dell'uomo. Ma quale uomo, o quale gruppo di uomini, l'ha inventata? Chi si è messo a tavolino a sistemare tutti i pezzi? Immaginiamoci due globuli rossi seduti uno accanto all'altro che si chiedono: "Si arriverà mai a una forma di evoluzione superiore alla nostra?" e che, guardandosi attorno e non vedendo niente, concludono che no, loro sono il massimo; ecco non è forse altrettanto grottesca l'idea di due esseri umani che, passeggiando per Manhattan, si chiedono se esisterà mai una forma di evoluzione superiore all'uomo, intendendo l'uomo biologico? L'uomo biologico non inventa le città e le società, così come maiali e polli non inventano il contadino che dà loro da mangiare. La forza creativa dell'evoluzione non è contenuta nella sostanza. La sostanza è solo una delle configurazioni statiche lasciate come residuo dalla forza creativa". "Anche New York è una configurazione statica che la forza dell'evoluzione si è lasciata indietro. E' fatta di sostanza, ma non è stata fatta dalla sostanza. E nemmeno dall'organismo biologico che chiamiamo uomo". "Questa città era un insieme di sistemi estremamente complicato... La forza che teneva insieme tutti quei sistemi: ecco cos'era il Gigante".
 E i cittadini newyorkesi, chi più chi meno, sembrano tutti consapevoli della straordinarietà da loro stessi rappresentata. Basta fermarsi ad osservarli – come ho potuto fare io, in tutta comodità, seduto su uno dei tanti idranti o su qualche muretto, mentre le “mie donne” impazzivano all’interno dei magazzini M’aesis o di Victoria’s Secret – per farsi una idea più che approssimativa della loro singolarità. Ogni sosta era una sorpresa. Come quando mi vidi passare a fianco il vecchietto centenario, depositato su una sedia a rotelle guidata da una nera rubiconda: in testa, l’omino aveva un berretto da base-ball giallo canarino; addosso un giubbetto dello stesso colore. Sulle gambe un plaid giallo; e ai piedi delle scarpe da ginnastica giallo shocking. Chi poteva averlo conciato in una maniera così assurda e graziosa nello stesso tempo? E a quale scopo? Difficile immaginarlo. Ma indubbiamente, lì, sui marciapiedi di New York, era un vero spettacolo! Passa qualche secondo, ed ecco un signore dall’aria distintissima, vestito con giacca e cravatta, scivolare tra la folla con… i pattini a rotelle ai piedi, mentre parla compassato nel proprio iPhon. E poi ecco le due donne indiane, accuratamente avvolte nei loro tradizionali shari di seta, con tanto di “terzo occhio” in rosso dipinto sulla fronte, sedute da M’c Donald’s di fronte ad una montagna di hamburger e patatine fritte affogate nella maionese. Per non parlare poi dell’attempato signore scozzese che, in pieno pomeriggio, passeggiava come se nulla fosse in kilt, calzettoni bianchi e berrettino tipico. O del giovane gay, bellissimo – bisogna riconoscerlo – che su un paio di bermuda bianchi portava un golf azzurro cielo tutto strappato e pieno di vistosi buchi, che gli conferiva una sorta di eleganza sui generis difficilmente contestabile.
Una fiumana di gente in movimento! Uomini e donne di tutte le razze e di tutte le religioni, apparentemente molto indaffarati, in tutti i quartieri della città, a qualunque ora, perché – come ci confidò il barman di un bar lillipuziano dove si poteva gustare dell’autentico “caffè all’italiana” – New York non dorme mai. Semmai rallenta appena un poco il ritmo frenetico della vita che qui pulsa e sussulta come da nessun’altra parte al mondo. Non sono mai stato a Tokio, o nella moderna Pechino, o in nessuna delle tante nuove città dell’oriente iper-teconologico che stanno bussando alle porte della storia, ma non credo che potranno mai contendere con questa città. Non fosse altro che per una questione di stile. Nella sua bizzarria, infatti, New York ha una classe che le altre non potranno mai avere! Perché se anche è vero che questa città non ha alle spalle una “Storia” o una tradizione culturale come quella che caratterizza la stragrande maggioranza delle città europee, è però anche vero che qui hanno vissuto, lavorato ed espresso il proprio genio i più grandi artisti e intellettuali dell’ultimo secolo: urbanisti, architetti, pittori, scultori, musicisti, scrittori, attori, registi, ballerini e fotografi. Tutti impegnati e partecipi a fare di questa città qualcosa di unico al mondo. Credo che qui si nasconda il suo fascino: in questa atmosfera ricercata e trascurata nello stesso tempo, superficiale e snob, leggera ed intensa, moderna, frivola, sconveniente e nello stesso tempo vecchia,  austera e un po’ beghina. Una città dove tutto sembra possibile ma niente è mai davvero difforme, dove il contrasto, l’atipico, l’asimmetrico e l’imprevedibile non sono fuori norma, bensì la norma rigida cui tutto si adegua. Rendendo ogni cosa mutevole, discontinua, sfacciata, bizzarra e, tuttavia, stranamente equilibrata.
Pregevole testimonianza di quanto affermo la presenza in città di alcuni dei musei più interessanti al mondo: il Metropolitan, il Moma, il Museo delle scienze naturali, il Gougheneim e il Museo della scienza e della tecnica con il suo fantastico planetario. Scusate se è poco…
Nove giorni sono pochi per penetrare l’anima di una città. Ma intuitivamente direi che è l’ambivalenza il suo tratto più caratteristico: come se fosse affetta da un bipolarismo cronico. Da una sorta di distimia umorale anomala all'interno della quale le fasi alterne non si succedono nel tempo, bensì coesistono. Uno strato sotto l’altro. Forse per questo, a New York, si ha come l’impressione che il caos sia ordinato, che il frenetico sia tranquillo, che la violenza non esista, che la povertà sia relativa e che l’assurdo sia ordinario. Insomma: come se lo squilibrio avesse un suo misterioso equilibrio interiore.
Una mia amica, grande viaggiatrice in solitaria che ha visitato quasi tutto il mondo conosciuto, è tornata da pochi giorni dal Giappone: quando l’ho incontrata sembrava appena uscita da un trip di coca. Le pupille dilatate, lo sguardo perso nel nulla, l’incredulità nella propria memoria:
- Un viaggio nel viaggio – mi ha confidato – un’esperienza unica ai confini della realtà. Una moltitudine di esseri anonimi che potrebbero calpestarti senza nemmeno registrare la tua presenza. Città futuristiche e altrettanto anonime, dove si aprono improvvise sacche di rigurgiti medioevali. Un incubo! Un mondo fuori dal mondo. Qualcosa davvero diverso da tutto ciò che altrove sarebbe possibile sperimentare. Un’esperienza da vivere prima o poi.
Non posso sapere se le cose stiano davvero così, o se la mia amica invece è impazzita… ma certo è che New York non prenderà mai quella direzione e, se ciò che rappresenta oggi l’Oriente moderno e tecnologico è l’accenno di un prossimo futuro, forse allora New York rappresenterà in quel futuro ciò che oggi, per lei, rappresentano Roma, Parigi, Londra o Berlino. Città abitate da uomini che lottano per mantenere viva e integra la propria umanità.

venerdì 1 ottobre 2010

Rubrica di storie cliniche


I segreti della bellezza


Ero un giovane terapeuta con 7 o 8 anni di attività alle spalle. Avevo ancora moltissimo da imparare. La psicologia del profondo catalizzava tutti i miei entusiasmi. Studiavo ancora con fervore e seguivo tutti i seminari che mi sembravano interessanti, ma ciò che davvero mi arricchiva e mi plasmava erano le storie che ogni giorno mi occorreva di ascoltare.
Quando aprii la porta alla nuova paziente che solo due giorni prima mi aveva chiamato al telefono rimasi folgorato: Maria Rossi era una giovane donna di 29 anni di una bellezza inusitata. Come se non bastasse era il mese di maggio. Uno di quei mesi nei quali a Roma si poteva già morire dal caldo… e Maria indossava perciò uno straccetto corto e leggero che esaltava le forme del suo corpo lasciando generosamente scoperte le gambe. Sembrava una modella appena uscita dalle pagine patinate di una rivista di moda.
Mentre si accomodava ricordo di aver pensato:
- Dio mio, quant’è bella! Cosa mai potrà volere da me?
Provate perciò ad immaginare il mio stupore quando Maria esordì dicendo:
- Sono disperata, dottore. Mi sento una sbandata… non ho alcuna stima o fiducia in me stessa. Non so cosa voglio. E poi non mi piaccio… non piaccio a nessuno. Nessuno mi trova interessante. Stavo anche pensando alla chirurgia estetica. Forse… se avessi il naso più piccolo… o il seno più abbondante… i capelli neri… o se fossi più alta.
Me lo diceva così. Con semplicità ma anche con disperazione, mentre mi guardava con quei suoi occhi azzurri che le lacrime rendevano scintillanti come preziose acquemarine. L’ovale perfetto del viso, il naso piccolino, le labbra piene e carnose, i capelli castano-chiari che le scendevano a onde sulle spalle. E un corpo da urlo…
Non so come feci a rimanere impassibile e, anziché contraddirla (sarebbe stato un errore madornale da parte di un terapeuta), avallare la sua angoscia proponendole però, nel contempo, di raccontarmi la propria storia. La quale, bisogna riconoscerlo, in fondo era da manuale psicologico. Figlia unica di una donna totalmente succube del proprio marito, Maria era cresciuta in un ambiente povero di affettività e di attenzioni. La madre costantemente impegnata a soddisfare  le capricciose aspettative del marito, ovviamente senza mai potervi riuscire. Il padre per lo più assente o distratto. E, comunque, con una manifesta predilezione per tutte le altre donne del mondo, che non mancava mai di elogiare ed apprezzare enfaticamente anche di fronte alla figlia.
I tradimenti – ricordava Maria – erano all’ordine del giorno. E, di conseguenza, i pianti disperati della madre. E i litigi, le parole pesanti, le urla. Sovente anche schiaffi ed insulti. Poi le fughe più o meno durature del padre e, in concomitanza di quelle, gli stati depressivi della madre.
Maria era cresciuta così, senza alcuna considerazione da parte del mondo degli adulti significativi intorno a lei e, volendo usare una delle più belle metafore eziopatologiche coniata dal nostro psichiatra Luigi Cancrini, gli “specchi” nei quali Maria, da bambina, aveva cercato di mettere a fuoco la propria immagine erano risultati sporchi, opachi, privi di luce. Inadeguati a farle prendere coscienza di sé. Come conseguenza di ciò la bambina si era ripiegata su se stessa, schiacciata da una umiliazione profonda che né la scuola prima, né il mondo del lavoro dopo, erano riusciti a scalzare. Nel momento in cui la conobbi, Maria, dopo aver interrotto anzitempo gli studi universitari, lavorava come magazziniera in un supermercato e le sue massime prospettive erano quelle di poter divenire un giorno cassiera in quella stessa struttura commerciale.
Come ho accennato all’inizio, il caso di Maria potrebbe essere considerato banale ed esemplare nello stesso tempo: da una parte per l’apparente, schiacciante obbligatorietà delle dinamiche psichiche di base; dall’altro per la loro stessa relatività che – nel caso specifico – neanche una risorsa così evidente (la bellezza di Maria) era riuscita a debellare.
Proverò a spiegarmi meglio. Ogni volta che ascolto una storia, cerco di difendermi in tutti i modi dalla tentazione di cadere in una concezione deterministica (o causale) del destino umano. Questo perché solo una psicologia di basso profilo può illudersi che, date certe condizioni, inevitabilmente si manifesteranno specifici risultati. In realtà le cose non sono mai così semplici: solo nel mondo dell’inorganico applicando una determinata forza ad un oggetto, quello si sposterà con una velocità e in una direzione prevedibili e misurabili. Nel regno del vivente, al contrario, e soprattutto nel mondo umano, a dispetto di tutti i tentativi di riduttivismo psicologico, i risultati non sono mai scontati né tanto meno prevedibili. Una madre ansiosa e possessiva – tanto per fare un esempio - può condizionare la vita di un figlio e renderlo passivo e dipendente. Così come, per reazione, lo stesso figlio potrebbe risultare spericolato e ribelle. E tra questi due estremi si potrebbero avere tutte le gradazioni possibili immaginabili. Questo perché, a differenza del mondo inorganico, in quello umano entrano in gioco una tale quantità di variabili indipendenti (caratteri fisici e psicologici ereditari, talenti, facoltà, occasioni, fortuna e sfortuna) che in pratica, date certe condizioni, è comunque sempre impossibile prevedere cosa da queste si determinerà. Perciò, quando da un punto di vista psicologico viene ricostruita una anamnesi e vengono rintracciati i motivi che in un uomo o una donna hanno prodotto certi risultati, ci si dovrebbe sempre ricordare che in questo modo è stato descritto il “come” i sintomi si sono sviluppati e non il loro “perché”. Vengono descritte le relazioni che, in quello specifico caso, hanno giocato a favore di uno sviluppo negativo, non già le “leggi” inderogabili che hanno governato quello stesso destino.
Non a caso, nel mio lavoro, ho sempre incontrato tante persone che in condizioni tremende di vita, tutto sommato, se la sono cavata abbastanza bene, quante ne ho incontrate che, invece, hanno ceduto del tutto, sviluppando sintomi aberranti. Così come ho incontrato persone che da frustrazioni minime e offese risibili, hanno sviluppato invece sintomi devastanti.
Per questo il caso di Maria era stupefacente: da una parte erano evidenti gli eventi e le circostanze che avevano danneggiato il suo sviluppo psicologico ed umiliato la sua immagine di giovane donna. Dall’altro, era altrettanto evidente come neanche un dono così prezioso come la bellezza fosse riuscito a risarcire Maria delle attenzioni e dell’amore mancati. Quella giovane, splendida donna se ne andava in giro per il mondo circonfusa da un alone di melanconia e di tristezza così cupo, spesso e denso da tenere chiunque a debita distanza.
Di fatto Maria, anche da adulta, non aveva avuto grandi storie di amore… pochissimi ragazzi avevano mostrato un autentico interesse per lei (al di là di scontati capricci sessuali) e, in quegli ultimi anni, si trascinava all’interno di una squallida storia triangolare con un uomo sposato che se la portava a letto quattro o cinque volte al mese senza prometterle più di tanto.
Ascoltarla, in quelle prime ore del nostro rapporto terapeutico, fu per me sconvolgente: toccavo con mano e osservavo con gli occhi come nessun potenziale, nessuna ricchezza, se non sostenuta dall’interno, avesse il potere di rendere felice e soddisfatto l’essere umano. So bene che questa è una verità scomoda: così come la maggior parte delle persone è convinta che le basterebbe avere a disposizione una grossa somma di denaro per essere davvero appagata, allo stesso modo la maggior parte delle donne potrebbe essere tentata di credere che le basterebbe avere anche soltanto la metà della bellezza di Maria per sentirsi soddisfatta. Senza comprendere che in mancanza di una sana centralità dell’Io, né la bellezza per le donne, né la ricchezza per tutti gli altri, potrebbero mai essere garanzie di pienezza e felicità.
In quegli stessi mesi veniva da me, in terapia, un’altra giovane donna, coetanea di Maria. Una donna verso la quale madre natura non era stata troppo generosa ma, anzi… decisamente avara. Bene! Quella donna era la simpatia in persona: intelligente, colta, brillante, estroversa, traboccante di gioia e di vita. Contrariamente a qualunque facile aspettativa dipendente dal proprio aspetto fisico, in pratica, con gli uomini, “non sapeva a chi dare i resti”. Se era venuta da me, era appunto per comprendere meglio i propri sentimenti e, stanca di cumulare sempre nuove esperienze e liberi incontri, avere la certezza di scegliere con autenticità tra quanti le dichiaravano il proprio incondizionato amore. Perché, contrariamente a ciò che accadeva a Maria, nessuno si accontentava di avere con lei rapporti sporadici e in molti avrebbero voluto sposarla.
Fu necessario un lunghissimo rapporto terapeutico per rinforzare, almeno in parte, l’Io  profondo di Maria. Un rapporto nel quale il sostegno affettivo nel transfert giocò un ruolo determinante. Da parte mia ebbi l’occasione di fare un’esperienza che mi cambiò radicalmente: da allora, infatti, non mi sognai neanche più di dubitare del fatto che nulla, assolutamente nulla, né denaro, né potere, né salute, né bellezza, potrà mai sostituire la centralità dell’Io o, se vogliamo usare un altro termine, l’autentica coscienza di sé. Questa componente fondamentale dello spirito dell’uomo in massima parte dipende dai “modelli” che, nascendo e poi sviluppando, egli ha potuto avere sotto gli occhi. Secondo, da una sana educazione affettiva, capace di “rispecchiarlo” nei suoi valori spirituali assoluti e non dipendenti da “beni” aleatori. Terzo, infine, da impulsi di centroversione innati (E. Neumann) che sfruttando doti, capacità, talenti e inclinazioni naturali sono in grado, a volte, di sopperire alle carenze educazionali di cui sopra.
Rimane comunque il fatto che, senza un solida immagine del proprio valore esistenziale, nessun uomo e nessuna donna può vivere soddisfacentemente. Semmai può sopravvivere, quali che siano i surrogati ai quali tenterà di ancorare la propria individualità.


domenica 19 settembre 2010

L'Uomo è un essere invisibile

Garantisco il lettore che questo non è un articolo di fantascienza né tantomeno di New Age, bensì un articolo di psicologia del profondo il cui autore non è affetto da psicosi delirante, è sobrio e vanta una formazione scientifica di tutto rispetto. Solo che, per quanto pazzesca, assurda o azzardata quest’affermazione possa sembrare, la verità è che tutti noi, uomini e donne che abitiamo questo pianeta, essenzialmente siamo gli uni invisibili agli altri. Questa però non è una metafora, un’allegoria o un’immagine retorica, bensì un fatto. Un dato incontestabile, anche se pochissimo evidente – bisogna ammetterlo – della natura ultima delle realtà.
Ma procediamo con ordine, e verifichiamo l’attendibilità di questa mia affermazione.


                                             (per leggere l’articolo nella sua interezza andare al sito
                                                         http://www.pieropriorini.it/   e cercare tra gli Articoli)

venerdì 17 settembre 2010

Rubrica di storie cliniche


Perché raccontare storie di dolore e sofferenza? Perché divulgare segreti intimi e dinamiche perverse che tutti ci sforziamo di occultare, molto spesso addirittura a noi stessi? Perché esporre ferite, tradimenti, mancanze d’amore, egoismi, violenze subite o perpetrate? Perché svelare “l’umano, troppo umano” e rendere visibile l’invisibile?
La risposta generica che esiste una vera e propria tradizione in tal senso e che molti psicanalisti – spinti da impulsi accademici o letterari – hanno spesso divulgato le “storie” che sono loro sembrate più significative, non mi aveva mai accontento. Perciò, prima di creare questa rubrica, mi sono posto di nuovo la domanda e la risposta che mi sono dato, alla fine, è stata duplice: di sicuro c’era il mio piacere di scrivere e raccontare. E, forse, anche una malcelata frustrazione del desiderio di potermi dedicare a tempo pieno a questo piacere… Ma, soprattutto, c’era la voglia di condividere con tutte le persone sensibili lo stupore, la meraviglia o la commozione dalle quali spesso vengo afferrato nell’esercizio della mia professione. Quando divenni terapeuta, infatti, e mi affacciai per le prime volte sul mondo dell’anima umana, scoprii paesaggi inusitati, sconcertanti, affascinanti e terribili nello stesso tempo. Ne rimasi stregato. Fu allora che promisi a me stesso che avrei smesso di esercitare non appena avessi finito di meravigliarmi. Sono passati 35 anni ma la meraviglia non ha ancora smesso di travolgermi, quasi ogni giorno: tutte le volte che un uomo o una donna mi giudicano degno di essere testimone della loro storia più intima. Perché ogni volta, nonostante i lunghi anni di attività, nonostante la ripetitività sempre uguale delle dinamiche psichiche, ogni volta vengo sorpreso dalla imprevedibilità e dalla originalità con cui questi motivi si dispiegano nel vissuto privato di ogni singola individualità. E poi: quanto dolore! Quanti sforzi titanici! Quanto coraggio! Quanto amore profuso e quanto amore sprecato…
Io non guardo la televisione e leggo poco i giornali. Il motivo per cui mi disinteresso di tutto ciò, al di là dei tanti facili luoghi comuni, il motivo vero è che sono oramai assuefatto ad una visione così profonda della realtà umana che tutto il resto, in confronto, mi sembra superficiale, ingenuo e decisamente sciocco. Povera cosa se paragonato all’intensità e alla violenza delle forze da cui dipendono i destini individuali e la cui estrosità, ancora oggi, mi stupisce e mi commuove.
Per tutto ciò vogliate leggere questa rubrica come un dono generoso che uomini e donne sconosciuti, attraverso di me, hanno voluto lasciarvi. I loro dati personali – genere, età, nomi e cognomi, professioni – sono stati da me tutti alterati per proteggere le loro identità, ma le storie sono assolutamente vere. Semmai, certi meccanismi psicodinamici potranno sembrare meno straordinari ed incredibili di come in realtà si sono manifestati. Ma posso assicurare che la responsabilità è dovuta, in parte, all’artefazione dei dati biografici e alla necessità dell’estrema sintesi in cui ogni volta ho dovuto costringere gli eventi di una intera vita; e in parte invece alla mia imperizia. Ne chiedo scusa. Ma è doveroso a questo punto riconoscere che per quanto uno scrittore dilettante come me si possa sforzare, difficilmente potrebbe competere con la saggezza, l’originalità e l’accuratezza con cui la Vita ricama il destino di ogni essere umano sull’ordito del mondo. Mi resta tuttavia la speranza che quanto mi sforzerò di riportare, in un qualche modo, possa comunque riuscire ad incuriosire e a stimolare. Perché leggere queste storie, per molte persone, potrebbe essere un’occasione unica per comprendere che le proprie personali vicende non sono poi così anomale, vergognose o perverse come magari hanno sempre creduto, ma solo leggermente diverse da quelle di tanti altri. E che se molti di questi “altri” sono riusciti a superare le proprie difficoltà, non è detto che un giorno, anche loro, non potranno superare le proprie.






La domanda nascosta


Tutti coloro che superando le proprie resistente decidono di rivolgersi ad un terapeuta, in genere arrivano alla prima ora con una precisa domanda. Tuttavia, la domanda con la quale di solito si presentano difficilmente è quella autentica. La domanda profonda, quella vera, la domanda straziante che grida la propria urgenza e chiede di essere ascoltata e risolta, quasi sempre è nascosta nei meandri del loro inconscio e occorre molta pazienza da parte di un terapeuta per riuscire a farla emergere.
Quando il dottor Mario Rossi, 49 anni, medico ortopedico in uno dei tanti ospedali di Roma, si presentò al mio studio, erano già due anni che viveva separato dalla propria moglie. Una donna che, dopo averlo tradito ripetutamente durante i 22 anni di matrimonio, lo aveva infine lasciato per andare a convivere con un uomo molto più anziano di lei, volgare e violento. Un uomo – raccontava lei stessa all’ex-marito con lunghe telefonate e patetiche mail – del quale non si sentiva certo innamorata ma, piuttosto, irresistibilmente attratta. Un uomo meschino e crudele che, tuttavia, sembrava trattenerla in una sorta di incantesimo dal quale lei non riusciva a liberarsi.
Perciò, quando il dottor Rossi si sedette sulla poltrona del mio studio ed ebbe esposto in maniera sommaria questa loro problematica situazione, la sua prima domanda fu:
- Cosa posso fare per aiutare mia moglie? Io la amo tantissimo… Al punto che, se fossi sicuro che ora è davvero felice, mi tirerei volentieri da parte. Ma non credo affatto che lei sia felice. Cosa posso fare? Come posso farle comprendere che, oltre ad aver rovinato il nostro matrimonio, Maria sta soprattutto rovinando la propria vita futura?
In effetti il dottor Mario Rossi, seduto davanti a me, almeno in quella prima ora, non manifestava rancore, gelosia o desiderio alcuno di vendetta… solo un immenso, infinito dolore. Davvero voleva essere aiutato ad aiutare la propria moglie? Davvero voleva solo la felicità di quella donna e sarebbe stato pronto a sacrificarle i propri sentimenti? Mi sembrava poco probabile.
Ci accordammo comunque per iniziare un percorso psicoterapico. Durante le prime quattro o cinque sedute successive ebbi modo di conoscere la sua storia pregressa e scoprire così la domanda segreta che si agitava nella sua anima e che lo aveva condotto nel mio studio.
Mario era stato il primo figlio di una coppia romana benestante la quale però, dopo averlo avuto, non sembrava troppo desiderosa di ulteriori esperienze genitoriali. Dunque, fu solo per un “incidente” amoroso che, all’improvviso, quando Mario aveva oramai già sette anni, gli fu annunciato l’arrivo di una sorellina. Il bambino, tuttavia, fu preparato con cura all’evento e invitato ad essere amorevole e responsabile nei confronti di colei che presto sarebbe arrivata.
Il parto, stando ai ricordi del mio paziente, fu del tutto normale; la sorellina si presentò al mondo sana, vispa e bella; e i genitori di Mario, tutto sommato, sembrarono felici di rimboccarsi le maniche e ricominciare tutto da capo, con i ciucci, le ninne-nanne, i biberon e i pannolini sporchi.
La bambina, però, fin dai primissimi tempi, manifestò una notevole difficoltà di adattamento: dormiva poco, piangeva spesso e accusava malesseri di tutti i tipi. In casa non si era mai tranquilli. Gli anni passavano, la piccola cresceva ma le cose non cambiavano: una sorta di malsana sensibilità sembrava perseguitarla, impedendole di interpretare la vita con quella leggerezza che sempre dovrebbe caratterizzare l’infanzia.
La vita familiare, comunque, procedeva.
Quando Mario aveva da poco compiuto i 15 anni e frequentava il primo ginnasio, un grave lutto si abbatté sulla famiglia: nel giro di pochi mesi la madre morì di leucemia. E la sorellina, che ne aveva solo 8 e – come abbiamo visto - manifestava un carattere già molto instabile, a seguito dell’evento peggiorò visibilmente. Mario, pur frequentando la scuola e risultando sempre tra i primi della classe, si faceva in quattro per la sorella senza tuttavia riuscire a tranquillizzarla più di tanto. Dopo alcuni anni il padre, incapace o, forse, impossibilitato a prendersene cura nei modi e nei tempi che a lei sarebbero serviti, pensò bene di metterla in un collegio. Fu in questo ambiente che maturò il destino già tormentato e inquieto della sorella di Mario; fughe rocambolesche, punizioni disciplinari. Atti provocatori e ribelli, altre drastiche punizioni. Ancora fughe… punizioni sempre più severe, in una escalation che non sembrava poter mai più terminare. Mario, pur continuando a studiare, si disperava per il destino della sorella e tentava perciò con frequentissime telefonate e visite continue di farle sentire la propria vicinanza.
Passarono altri anni. Mario si iscrisse e frequentò la facoltà di medicina. La sorella uscì dal collegio, cominciò a frequentare il liceo artistico e – ancor giovanissima – si gettò in una vita dissoluta di precoci rapporti sessuali e droghe di ogni tipo. Il rapporto tra i due fratelli, tuttavia, era fortissimo.
Mario aveva da poco compiuto i 26 anni quando riuscì a specializzarsi in ortopedia.
“Ora, finalmente, avrò più tempo da dedicare a mia sorella – pensò Mario in quella occasione – Le cose si sistemeranno e anche lei troverà la sua strada”
Si potrebbe dire che non fece in tempo neppure a pensarlo: la giovane, dopo la partecipazione ad un rave scatenato, morì improvvisamente per overdose da eroina. Lo shock, per Mario, fu terribile. Forse peggiore di quello vissuto per la morte della propria madre.
La vita però deve sempre continuare. Comunque. In un modo o nell’altro… Dopo un paio di anni il promettente e giovane medico incontrò una giornalista freelance… intraprendente, anticonformista e… molto bella. Fu subito amore. Dopo pochissimo si sposarono. Per un po’ di tempo vissero felici e contenti. La giovane giornalista si ricavò un posticino nel mondo dello sport e, per lavoro, cominciò a viaggiare per tutta l’Italia. A volte si assentava per due o tre giorni… ma presto Mario cominciò a sospettare che quelle assenze non fossero così innocenti. O, almeno, non solo. Nel giro di qualche anno i sospetti divennero certezze: la moglie lo tradiva. Ripetutamente. Con uomini sempre diversi. Cominciò così il nuovo calvario di Mario: quello di riportare la moglie sulla retta via. Mettendo da parte il proprio orgoglio ferito, la propria gelosia, la propria rabbia… provando in tutti i modi ad aiutare la giovane moglie a trovare una dimensione di autenticità e di possibile felicità. Vissero così per più di dieci anni, fino al giorno in cui la donna trovò un uomo il cui atteggiamento, in un qualche misterioso modo, si incastrò con la di lei nevrosi, inducendola ad abbandonare il marito e a seguirlo per un diverso destino.
Quando il dottor Rossi arrivò a questo punto del suo racconto, mi guardò in silenzio per alcuni minuti… Poi, con gli occhi umidi di lacrime mal trattenute, mi chiese:
- Lei crede che io mi senta in colpa per la morte di mia sorella, vero? E che attraverso la storia con mia moglie, la cui nevrosi, per certi versi, ricorda quella di mia sorella, io stia percorrendo una medesima esperienza di salvazione… forse cercando un riscatto impossibile?
Il suo viso era una maschera di dolore. Dolore allo stato puro.
- Si – risposi commosso – questo è esattamente quello che sospetto.
- Mi crede dottore? Fino a pochi istanti fa non avrei neppure immaginato una cosa del genere.
- Ne sono convinto, non si preoccupi. Altrimenti oggi lei non sarebbe qui.
Fu in questo modo che il dottor Rossi vide emergere del tutto spontaneamente la sua vera domanda dagli abissi dell’anima: sono forse colpevole della morte di mia sorella? Avrei potuto aiutarla più di quanto abbia fatto? E se non lo sono, è giusto che io abbandoni la mia ex-moglie al suo destino dopo tutto quello che ho sopportato e fatto per lei senza mai ricevere riconoscimento alcuno?
Giunti a questo punto, la sua analisi prometteva davvero bene: la parte più difficile (il distacco reale dalla moglie e la possibilità di cominciare una nuova vita) era ancora tutta da sviluppare. Ma l’ostacolo più grosso, quello rappresentato dalla presa di coscienza dei motivi inconsci che fino a quel momento lo avevano profondamente condizionato, era stato superato.
C’era di che sperare!

Vademecum per salvarsi la Vita… Psichica


Sembra incredibile: nell’epoca della più veloce, ampia ed esaustiva informazione possibile, messa a disposizione di chiunque desiderasse averla, sono invece pochissime le persone che potrebbero affermare di conoscere la differenza che intercorre tra gli ambiti operativi della psichiatria, della psicologia, della psicanalisi o della psicoterapia. Oppure le profonde differenze che intercorrono tra molti di questi “strumenti” terapeutici che solo l’etimologia della prima componente del nome (Psyké) rende similari. Eppure, se non proprio di tutti gli uomini o di tutte le donne moderne, questo dovrebbe pur essere un interesse specifico se non altro di quanti intendessero usufruire di un “trattamento” psicologico. Ma un attento esame della realtà ci dice che le cose non stanno affatto così, e che molte persone, pur nella massima buona fede, spesso si affidano ciecamente a terapeuti di cui non conoscono né la formazione né, soprattutto, i presupposti conoscitivi della loro formazione.
Dovrebbero?
Credo di si! L’epoca della fiducia nel “ruolo” è tramontata da un bel pezzo, e così come essere madri o padri naturali non garantisce della capacità di svolgere adeguatamente i propri compiti, così come essere insegnati o professori di ruolo non certifica della capacità di educare dei giovani, così come l’appartenenza stessa ad un genere, maschile o femminile, non rivela un gran che della capacità di essere uomini o donne, così, tanto più, essere psicologi o psicoterapeuti - oggi più che mai – non racconta nulla dell’equilibrio psichico raggiunto, dei presupposti conoscitivi appresi nel corso della propria formazione o della “padronanza dell’arte” necessaria per strappare i propri simili dalle difficoltà nelle quali essi versano.
Di qui l’idea di questo piccolissimo breviario che possa servire come “guida di viaggio” agli intrepidi argonauti che vogliano ancora credere e sperare di poter conquistare il “Vello d’oro” (termine arcaico con cui veniva indicata la Realizzazione Interiore e la Salute dell’Anima).
La neurologia è quella branca della medicina che studia le patologie inerenti il SNC/Sistema Nervoso Centrale (cervello, cervelletto, tronco encefalico e midollo spinale); il Sistema Periferico Somatico (radici e gangli spinali, plessi e tronchi nervosi) ed il SNA/Sistema Nervoso Periferico Autonomo (gangli simpatici e parasimpatici, plessi extraviscerali ed intraviscerali). Fino agli anni settanta in Italia la trattazione delle malattie del Sistema Nervoso includeva in un unico "corpus" sia le patologie della mente che le patologie "organiche", per cui la disciplina allora professata era definita "neuropsichiatria". Anche grazie alla riforma ispirata da Franco Basaglia, i due ambiti vennero articolati, scientificamente, clinicamente e didatticamente, in neurologia e psichiatria. Il vero e proprio ambito della neurologia sarebbe perciò rappresentato dalle patologie organiche del sistema nervoso centrale e periferico, come ad esempio la sclerosi a placche o la SLA.
La psichiatria è la branca specialistica della medicina che si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali, dal punto di vista teorico e pratico. Essa è definibile come una "disciplina di sintesi" in quanto il mantenimento e il perseguimento della salute mentale, che è lo scopo fondamentale della psichiatria, viene ottenuto prendendo in considerazione diversi ambiti: medico-farmacologici, psicologici, sociologici, politici, giuridici. La psichiatria è una pratica medica focalizzata prevalentemente sull'uso dei farmaci, con l'utilizzo accessorio di metodologie altrimenti tipiche della psicologia, che invece è la disciplina che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali. La psichiatria si distingue inoltre dalla psicologia anche per il diverso corso di studi. E infatti, volendo essere rigorosi, uno psichiatra che volesse usare le tecniche psicanalitiche, dovrebbe prima superare uno specifico training analitico, e non “improvvisare” come invece, purtroppo, spesso accade nel nostro bel paese.
La psicologia è la scienza che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali. Tale studio riguarda in maniera solo approssimativa le dinamiche interne dell'individuo (che sono invece di spettanza della psicanalisi), e in maniera approfondita i rapporti che intercorrono tra l’individuo e l'ambiente, il comportamento umano ed i processi mentali che intercorrono tra gli stimoli sensoriali e le relative risposte. Attualmente la psicologia è una disciplina composita, i cui metodi di ricerca vanno da quelli strettamente sperimentali (di laboratorio o sul campo) a quelli più etnograficamente orientati (ad esempio: alcuni approcci della psicologia culturale); da una dimensione strettamente individuale (ad esempio: studi di psicofisica, psicoterapia individuale, etc.), a metodi con una maggiore attenzione all'aspetto sociale e di gruppo (ad esempio: lo studio delle dinamiche psicologiche nelle organizzazioni, la psicologia del lavoro che impiega i cosiddetti "gruppi focali", etc.). Queste diversità di approcci ha prodotto un'articolazione di sottodiscipline psicologiche, con differenti matrici epistemologico - culturali di riferimento.
La psicoanalisi (da psiche, anima, più comunemente "mente", e -analisi: analisi della mente) è la teoria dell'inconscio su cui si fondano una prassi e una disciplina psicoterapeutiche, e che ha preso l'avvio dal lavoro di Sigmund Freud. Innanzitutto essa è una teoria dell'inconscio. Nell'indagine dell'attività mentale umana essa si rivolge soprattutto a quei fenomeni psichici che risiedono al di fuori della coscienza. Viene perciò implementato il concetto di inconscio, introdotto nella riflessione teoretica già da Cartesio, Locke e Leibniz, e che Freud rielaborò da un punto di vista descrittivo e topico sulla base delle sue esperienze con Jean-Martin Charcot. In secondo luogo la psicoanalisi è una prassi terapeutica. Avrebbero perciò il diritto di appellarsi “psicanalitici” solo ed esclusivamente quei trattamenti fondati sulle dinamiche inconsce e sull’analisi del Transfert come ad esempio è per la Psicanalisi classica di Freud, la Psicologia del Profondo di Jung, la Bioenergetica di Reich o quella di Lowen, la Logoterapia di Frankl e tante altre ancora.
La psicoterapia è molto più recente e, spesso, di origini trans-oceaniche (Stati Uniti d’America). Si occupa della cura di disturbi psicopatologici di diversa gravità che vanno dal modesto disadattamento all'alienazione profonda e possono manifestarsi in sintomi nevrotici oppure psicotici tali da nuocere al benessere di una persona fino ad ostacolarne lo sviluppo causando fattiva disabilità; a tal fine si avvale di tecniche applicative della psicologia dalle quali prende specificazione: psicoterapia cognitivo-comportamentale, psicoterapia della gelstat, psicoterapia transazionale, psicoterapia strategica breve,  ecc. In Italia la psicanalisi è stata fatta rientrare un po’ forzatamente nelle psicoterapie con il termine di psicoterapia psicanalitica. Professionalmente, sempre in Italia, la psicoterapia è una specializzazione sanitaria riservata a Medici e Psicologi iscritti ai rispettivi Ordini professionali e si consegue mediante un percorso formativo presso scuole di specializzazione universitarie ovvero in scuole di specializzazione private. Etimologicamente la parola psicoterapia - "cura dell'anima" - riconduce alle terapie della psiche realizzate con strumenti psicologici quali la parola, l'ascolto, il pensiero, la relazione, nella finalità del cambiamento consapevole dei processi psicologici dai quali dipende il malessere o lo stile di vita inadeguato e connotati spesso da sintomi come ansia, depressione, fobie, etc.
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Sperando con tutto il cuore di essere stato fin qui sintetico e, soprattutto, comprensibile, mi permetterò ora di complicare ulteriormente le cose riportando non solo le differenze di fondo che separano le terapie psicanalitiche da tutte le altre, bensì anche quelle più significative che separano una prassi psicanalitica dall’altra.
Tanto per cominciare credo che sia fondamentale sapere che mentre le terapie psicanalitiche partono dal presupposto che il disturbo – quale che esso sia – affonda le sue origini nello sviluppo evolutivo della nostra psiche, e che perciò abbia un senso e un significato che bisogna comprendere se si vuole davvero liberarsene, non è necessariamente così per la maggior parte delle psicoterapie che si sforzano invece di affrontare il sintomo prescindendo dalle sue origini e, dunque, necessariamente, da qualunque suo possibile significato.
Non è questo il luogo per alimentare sterili polemiche, ma è fondamentale sapere che mentre nessun psicanalista “aggredirebbe” un sintomo (per quanto doloroso) finché continua ad esercitare la sua funzione all’interno dell’equilibrio psichico del paziente, non è così per la psicoterapia che tenta di liberare il paziente dal sintomo partendo dal presupposto che esso sia un “accidente” più o meno occasionale intervenuto a disturbare la vita psichica di quest’ultimo. Per dovere di correttezza bisogna ammettere che “guarigioni” di questa natura di fatto avvengono (con un risparmio più che considerevole di tempo e denaro sul percorso psicanalitico)… resta solo da vedere – e lo resterà sempre – se il risultato ottenuto sia in effetti il migliore per la vita ulteriore (organica, psichica e morale) delle persone così curate. Ma su questo ognuno è libero di pensarla come meglio crede.

Entriamo ora nel vivo delle psicoterapie psicanalitiche e proviamo ad immaginare che, lungi dall’esaurirsi nel maggiore o minore risvolto dato alla sessualità o alla volontà di potenza, oppure ancora nella diversissima impostazione del setting terapeutico, le varie scuole di psicanalisi si distinguono soprattutto per i polari ed opposti presupposti antropologici da cui prendono l’avvio. Cosa che, se avete capito bene a cosa alludo, non si può certo considerare marginale.
Così – tanto per fare alcuni esempi – se per la Psicanalisi Classica (S.Freud) l’uomo è un animale evoluto che ha trovato conveniente sacrificare la propria istintualità (gratificante ma pericolosa) alla organizzazione sociale (poco gratificante ma molto più sicura), per la Logoterapia (V.Frankl) o la Psicosintesi (R.Assagioli) invece, l’uomo è una creatura spirituale che attraverso le vicissitudini della vita cerca di ricongiungersi al proprio Creatore. Tra queste due estreme ed opposte visioni se ne trovano ovviamente molte intermedie, come la Psicologia del Profondo (C.G.Jung) che vede nell’uomo un essere misterioso nella cui anima è depositata la possibilità di decifrare il segreto della propria esistenza, o la stessa Bioenergetica (A.Lowen) che vede trasparire nella funzionalità corporea una dimensione spirituale rispetto alla cui natura, tuttavia, non prende alcuna  posizione.
Potrei continuare -  spero sia ovvio - ma preferisco fermarmi qui, sperando che questi pochi, estremi esempi siano sufficienti a far comprendere quanto possano essere essenziali i presupposi filosofici o, se preferiamo, la visione del mondo, da cui ogni terapeuta prende l’avvio per aiutare i propri pazienti. A prescindere dai risultati ottenuti essa risulterà determinante… Sempre! Anche nel deprecabile caso in cui un terapeuta si considerasse emancipato da qualunque presupposto filosofico, perché ciò vorrebbe solo dire che in lui tali presupposti esistono comunque ma sono inconsci. E anche se oggi è l’epoca della inconsapevolezza diffusa, non augurerei a nessuno di confrontarsi con un terapeuta che ignori i presupposti conoscitivi da cui muove il proprio pensiero.

Per completare il quadro si tenga in considerazione un’ultima cosa: oggi i psicoterapeuti più onesti e spregiudicati sono concordi nel ritenere che l’elemento determinante ai fini di una cura è la qualità della relazione terapeuta-paziente. In altre parole ciò sembrerebbe sconfessare tutto ciò che fin qui mi sono sforzato di illustrare, rimandando la “guarigione” non tanto alla teoria di riferimento o alla tecnica usata dal terapeuta, quanto piuttosto alla “bontà” dell’Incontro tra persona e persona.
In effetti è così (o, almeno, questo è anche il mio convincimento). Ciò tuttavia non toglie valore alle specificazioni sopra riportate, bensì le rinforza, mostrando come, in realtà, la terapia psichica possa funzionare solo nei limiti in cui si trovino a coincidere le scelte di vita profonde (teoriche e pratiche) sia degli uni che degli altri. In altre parole ciò significa che ognuno “incontra” l’Altro che è davvero predisposto ad “incontrare”, pena la squalifica del proprio operato.
Terminerei perciò questo breviario con un esplicito invito: qualora dovesse servire, scegliete con cura il terapeuta nella cui anima riversare le difficoltà irrisolte. Sceglietelo con avvedutezza e, qualora dovessero mancare elementi evidenti su cui basarsi, fate parlare il vostro istinto: vi dirà se restare o invece fuggire a gambe levate.