domenica 5 aprile 2020

Il Complottista










C’era una volta, molti e molti anni or sono, un “Linguaggio umano” pressoché parlato e compreso dalla maggior parte degli uomini. Le Parole di cui era composto – lo si sapeva bene – avevano un’origine sacra: provenivano dal Verbo, o Azione Primordiale, vera e propria Forza Attiva creatrice di mondi che, attraverso il Suono, aveva originato prima le forme, dalle forme gli enti (o le cose) e, riecheggiando poi attraverso la laringe degli esseri umani, si era fatta linguaggio.
Un codice, quello verbale, che attraverso le parole di cui era composto in quei lontani tempi, evocava la Verità. Un idioma al quale bastava abbandonarsi con fiducia per ritrovare, almeno in parte, il senso del proprio esistere nell’esilio terreno. Le parole erano magiche!

Nella clessidra cosmica del Tempo, però, la sabbia disperdeva inesorabile i suoi granelli e ad ogni rotazione di 180° si estingueva un’era e una nuova ne iniziava, ma sempre più dimentica delle proprie origini divine. Così, piano pianino, il linguaggio umano degenerò perdendo l’originale corrispondenza tra il suono e il suo significato.
Esseri Oscuri, che da tempo immemore anelavano a impossessarsi del creato, giudicarono opportuno approfittarne: si fecero pressanti sull’anima degli uomini e, fingendo di esaltarne l’acume cerebrale, restaurarono l’antica Babilonia. Bastò Loro manomettere lo “specchio riflettente” dell’uomo e le parole persero definitivamente la corrispondenza con i suoni dai quali erano state originate, i suoni persero la forma che apparteneva loro fin dagli albori del tempo e, con la forma, si disperse il significato a cui prima rimandavano. Gli Esseri Oscuri esultarono: nessun uomo più comprendeva l’altro… il sospetto e il dubbio erano la regola e nella dissoluzione di ogni concetto o principio di riferimento gli umani persero di vista quel traguardo di fraternità, amicizia, complicità e coesione che erano stati sfidati a raggiungere. La vita sociale degenerò.

Questo lo sfondo della storia che stiamo per raccontare.
Soltanto pochi decenni fa la parola: Paranoia faceva parte della nosografia psichiatrica e con essa si intendeva una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a carattere persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifestava sovente nel contesto di capacità cognitive altrimenti integre. La paranoia non era quindi un disturbo di ansia, bensì appunto una psicosi. Si trattava in sostanza di disturbi del pensiero (giudizio distorto, sbagliato) di cui il paziente non era in grado di prendere coscienza. Alcuni studiosi ritenevano, perciò, forse non a torto, che in questi soggetti avvenisse una destrutturazione della “coerenza” implicita e necessaria nei sillogismi che sono alla base del ragionamento comune (la deduzione aristotelica). Così che, tanto per fare un esempio classico, mentre nella persona di sano intendimento il sillogismo si sviluppa nel seguente modo:

“Socrate è un uomo
Tutti gli uomini sono mortali
Socrate è mortale”

Nel paranoico lo stesso sillogismo avrebbe potuto facilmente distorcersi in

“Socrate è un uomo
Tutti gli uomini sono mortali
Tutti gli uomini sono Socrate”

Come si può osservare, la perdita della “coerenza” tra premessa maggiore affermativa o negativa, e premessa minore (o secondaria), distorcerebbe la conclusione necessaria che da quella coerenza dovrebbe derivare.
E adesso aggiungiamo al disturbo cognitivo così caratterizzato del paranoico:
1) una delirante convinzione di essere perseguitato che, quasi sempre, rappresenta una sorta di degenerazione patologica di tratti caratteriali come pregiudizio, diffidenza e insicurezza (perdita del controllo) di oscura derivazione (forse reattiva, forse endogena)
2) una totale mancanza di modestia (forse compensatoria)
3) una inattaccabile rigidità dei meccanismi di difesa (negazione e proiezione) con i quali il paranoico sempre difende il proprio io… 
Come risulterà evidente a chiunque, il risultato di questa diabolica combinazione sarà che tutti quegli eventi che da una persona normale potrebbero essere considerati fortuiti o casuali per un paranoico saranno quasi sempre intenzionali e criminali.
Prendiamo adesso in considerazione un'altra caratteristica della Paranoia, forse la più importante ai fini del racconto che stiamo narrando: l’estrema difficoltà, anche in sede psichiatrica, di distinguere con chiarezza la soglia dove una legittima paura, un lecito sospetto o un accettabile dubbio di una persona, sconfini di fatto nel delirio. Così, ad esempio, dove si situa il confine tra un reale e scorretto pregiudizio di un insegnante nei confronti di un allievo e la convinzione delirante di quello stesso allievo che l’insegnante lo abbia preso di mira? Ma saliamo di livello: qual è il confine che giustificherebbe la paura o il sospetto di un Presidente o di un Capo di Stato di poter essere allontanato dalla scena politica se non addirittura di essere eliminato, da una condizione, invece, patologica di delirio di persecuzione che sembra far parte, oggi, della struttura caratteriale di molti politici moderni? Come già detto, è davvero difficilissimo distinguere tra delirio e legittimi sospetti, anche e soprattutto perché la moderna realtà nella quale tutti viviamo è estremamente complessa e presenta una quantità tale di sfaccettature (chiare ma anche oscure) che pochissimi osservatori potrebbero presumere a pieno diritto di saperne abbracciare la totalità. E questo è valido anche per gli psichiatri i quali, pur senza rendersene conto, potrebbero aver aderito ad una visione del mondo collettiva sì, ma anche ridotta e, su quella base, condannare alla follia spiriti insigni dallo sguardo spregiudicato.
Attenzione, però. Con le righe di cui sopra non si vuol negare la necessità e la possibilità di riuscire a intravedere la soglia di demarcazione tra delirio e legittimi sospetti… si voleva solo sottolineare l’estrema delicatezza della differenziazione e la necessità, in colui che fosse chiamato a ratificarla, di apertura interiore, elasticità, spregiudicatezza e tanta tanta esperienza.

Oggi, però, tutte queste raccomandazioni risultano superflue. Il termine Paranoia, infatti, è entrato nel gergo comune, ha perso tutte le sue sfumature nosografiche e con la complicità dei giovani che sono sempre alla ricerca di elementi che distinguano la loro generazione da quelle precedenti, in pratica viene affibbiato a destra o a manca: basta soltanto che il pensiero di qualcuno si discosti o metta in dubbio la realtà condivisa dai più… e il giudizio è pronunciato. La coscienza collettiva non tollera divagazioni, dubbi, perplessità o sospetti. Figuriamoci critiche, denunce o scomode accuse.

E adesso facciamo ancora un passo e affrontiamo il termine: Complottista. 
Cominciamo andando ad aprire una vecchia e affidabile enciclopedia di fine anni ’80… e scopriamo che con il termine “complotto” si indicava: “Congiura, intrigo, macchinazione ai danni delle autorità costituite o di privati” e che “complottisti” o “congiurati”: “sono coloro che organizzano un complotto ai danni di… ecc..”
Così le vecchie enciclopedie. Ma da qualche decina di anni, sempre a causa del disfacimento del senso e del valore del linguaggio, si fa strada una nuova definizione e come “complottista” finisce per essere qualificato non più chi trama una congiura, bensì colui che tende a interpretare ogni evento come complotto pur non possedendo alcun fondamento, essendo questo atteggiamento più che altro la risultante di una fissazione o mania.
Questo è quello che si trova oggi su qualunque enciclopedia digitale (compresa la Treccani).
È importante notare qui il salto logico: il complottista non è soltanto un individuo che vede complotti ovunque, ma è “fissato” su questa idea, il complotto è diventato per lui una magnifica ossessione, quasi una “mania”. Nel senso comune, dunque, il complottista ha finito per essere visto come “malato”, un individuo psicologicamente fragile se non addirittura un folle.
Il “complottista patologico” è ben descritto nel film di Richard Donner “Ipotesi di Complotto”, dove il protagonista interpretato da Mel Gibson è così ossessionato da queste teorie da accettarle tutte come attendibili e cercare cervellotici collegamenti per arrivare a descrivere un unico grande complotto mondiale. Salvo poi essere rapito dalla CIA che già in precedenza lo aveva sequestrato per effettuare su di lui alcuni esperimenti… segreti, si intende.
A questo punto il lettore più attento avrà notato una sorta di sovrapposizione: in maniera sottile è come se il concetto di “Paranoico” fosse diventato intercambiabile con il concetto di “Complottista” e in tale gratuita distorsione è passato nel linguaggio comune. Ma dato il fatto che non siamo più nell’ambito di un pensare accorto e misurato, all’interno del quale – come ho scritto più sopra - dovrebbe sempre essere considerata l’estrema difficoltà di individuare la soglia dove un dubbio potrebbe avere una sua legittima ragione di esistere, il linguaggio comune usa ed abusa tale termine come fosse un’accusa infamatoria. Essere complottisti, oggi, significa essere ingenui, sciocchi o nevrotici fissati, in cerca di una qualsiasi originalità.
La psichiatria moderna da una mano alla confusione creatasi e così, con una presa di posizione che lascio giudicare ad altri se stupida, o arrogante, o ingenua, o in malafede, due psichiatri britannici, Daniel Freeman dell’università di Oxford e Richard Bentall dell’università di Liverpool, pubblicano uno studio intitolato “The concomitants of conspiracy concerns” nel quale sembrano voler fare “di tutta un’erba un fascio” e i cui risultati, riportati da un articolo divulgativo sul Guardian possono essere così riassunti:
“… i complottisti sono prevalentemente maschi single provenienti da bassi livelli socio-economici; tendono a soffrire, molto più della popolazione generale, di disturbi d’ansia e di deficit dell’attenzione, di fare abuso di alcol e di droghe. Tutte situazioni che spesso contribuiscono a una bassa autostima”.
Dell’assoluta necessità, oggi più che mai, di complessi distinguo, di cautela, di spregiudicatezza e apertura mentale, neanche a parlarne.
A meno che non si vogliano interpretare le parole dei due professoroni inglesi nel senso che chi non è maschio single, non soffre d’ansia e deficit dell’attenzione, non fa abuso di alcol e di droghe e può contare su un discreto livello di autentica autostima, allora può stare tranquillo: le sue affermazioni, anche se discoste da pensiero comune, non saranno mai tacciate di complottismo.
Insomma… con la destrutturazione e l’evanescenza del linguaggio, la confusione regna sovrana.
D’altronde, si sa… l’uomo della strada non è portato a sospendere il giudizio (la così detta epochè dei greci) né a pensare che le cose possono essere in un modo, ma anche in un altro. Piuttosto, nella popolazione nascono due posizioni estreme e contrapposte, apparentemente inconciliabili:
1) Il complottista, nelle cui fila militano sia individui più o meno disturbati ma, oggi in sovrannumero, soprattutto intellettuali, giornalisti free lands, premi Nobel, affermati ricercatori scientifici, professionisti più che accreditati in medicina, biologia,fisica, ingegneria e artisti di varia fama. È ovvio che tutti questi ultimi di nevrotico non hanno proprio nulla… ma la loro esclusione dal consesso scientifico e pubblico è dovuta solo ed esclusivamente al fatto di camminare nel dubbio e di avanzare critiche al Pensiero Unico.
2)Il giustificazionista che, per quieto vivere, accetta la visione della realtà proposta dalla politica e dai media, respingendo per dogma di fede ogni possibile alternativa. Per i giustificazionisti è intollerabile il dubbio, l’incertezza, o anche solo il sospetto che organi del Potere Economico o Politico possano usare il popolo per interessi personali e/o scopi necrofili. Nessuno di loro è disposto ad accettare il fatto che il concetto di complotto oggi potrebbe essere ribaltato, e che la macchinazione potrebbe non essere più volta a rovesciare il Potere, ma potrebbe essere stata orchestrata dal Potere stesso ai danni della gente comune.

Resta un ultimo paradosso da evidenziare: sempre escludendo gli individui fortemente disturbati nelle fila dei moderni complottisti (perché è ovvio che ce ne siano) quello che si può osservare che sono proprio loro, i complottisti, le persone più tolleranti, più pazienti e comprensive nei confronti dei loro avversari. Perché in fondo sanno che ciò che anima i loro nemici è la paura, la povertà dei loro mezzi di conoscenza, nonché il desiderio di sicurezza e di tranquillità, per realizzare i quali sono disposti a pagare qualunque prezzo. Anche la perdita della propria libertà.
Purtroppo, sono invece questi ultimi, i più intolleranti, i più rigidi, i più inferociti, perché non potendo tollerare alcuna minaccia al proprio fantasioso mondo di giustizia e bontà (sono i succubi del “Mulino Bianco”), sono sempre pronti ad umiliare, ingiuriare se non addirittura denunciare o aggredire chiunque voglia ridimensionarlo ai loro occhi.

Non credo esistano vie semplici per dirimere questa grande frattura prodottasi nel tessuto sociale. Ma una soluzione ci sarebbe: coltivare una nuova coscienza fondata su un pensare non più ancorato al sistema neuro-sensoriale. È quello che la scienza dello spirito ha indicato come Pensiero Vivente, l’unica attività interiore dell’uomo in grado di esaminare il “dato” in quanto semplice “dato” che necessita della contemplazione pensante dell’uomo per manifestare la complessità a cui rimanda.
Perché il “dato è dato al pensiero”, ci raccomandò di ricordare sempre Massimo Scaligero, ma solo un pensare in grado di risalire alla propria fonte di vita può sperare di coglierne la Verità in tutta la sua portata. 

sabato 28 marzo 2020







Con queste parole non ho alcuna intenzione di mancare di rispetto al Mantra dal quale le ho riprese, ma ho voluto solo sottolineare che molto probabilmente, come umanità, ci troviamo davanti a una svolta molto significativa. Più significativa di tante altre che, comunque, in un modo o nell’altro, abbiamo già attraversato. Stiamo vivendo in un momento storico le cui determinanti sono molto complesse e suppongo che occorreranno molti sforzi e molto tempo per riuscire ad osservarle tutte. Perciò questo articoletto vuole offrire soltanto degli spunti che, magari tra i tanti altri, ci porteranno un giorno a comprendere di che cosa siamo testimoni.

Ho esercitato come psicoterapeuta per quarantacinque anni e credo perciò di poter affermare, in piena coscienza, che mai avevo avuto modo di osservare un panorama anche soltanto lontanamente simile a quello che in questi giorni sto osservando.
Mi riferisco, è ovvio, alla pandemia che da mesi sta imperversando ma che sto provando ad osservare da un punto di osservazione tutt’altro che ordinario.
Cercherò di spiegarmi meglio.
Il virus che sta dilagando in Italia e nel resto del mondo, a prescindere dal fatto che esso sia il risultato di una mutazione naturale o di una manipolazione genetica, è una ben precisa realtà… e i suoi effetti per la vita e la salute corporea di tutti noi sono (statisticamente parlando) più o meno gravi. Ho scritto “più o meno” perché i dati che ci vengono forniti non sono attendibili, ed è possibile che il numero dei decessi sia almeno in parte sovrapponibile a quello dichiarato negli altri anni. Ciò nonostante sembra innegabile la sua velocità di propagazione (anche se a prescindere dalle cause che la determinano: 5G? Polveri sottili?) e, soprattutto, la sua aggressività (ma sempre a prescindere da cause non ancora chiare: gravi stati di panico che annichiliscono il sistema immunitario? Vaccinazioni pregresse? Predisposizione per età o altre malattie?).
Certo, invece, è lo stato di emergenza e la non possibilità del Sistema Sanitario Nazionale di fargli fronte, a causa degli sconsiderati tagli economici subiti in quest’ultimo decennio che hanno messo in ginocchio una delle tante eccellenze italiane.
Insomma: ci troviamo in questa situazione che, occasionando una restrizione pressoché totale delle libertà individuali, ci costringe a rimanere reclusi nelle nostre case.
Ma non è di questo che intendo scrivere perché, come avrebbero detto gli scrittori o i giornalisti di una volta: già copiosi fiumi di inchiostro sono stati spesi per raccontare tutto e il contrario di tutto ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Oggi spendiamo bit… ma in fondo è la stessa cosa.
Quello che invece mi sembra interessante è provare a descrivere quello che sta avvenendo nelle anime delle persone ma, ancora una volta, a prescindere dalle dotte dissertazioni già pubblicate sulle dinamiche della paura e dell’ansia, su quelle del bisogno di molti di riuscire a trovare un “Capro Espiatorio” su quale scaricare la propria rabbia inespressa o su quelle, invece, di ubbidienza cieca promessa a una “Qualche Autorità” forte, pur di allontanare da sé qualsiasi pericolo. Anche su tutto ciò mi sembra che sia stato scritto abbastanza.
No! Piuttosto, il panorama che mi sembra di scorgere e di cui vorrei raccontare è rappresentato dal fatto che “l’evento Coronavirus” sembra essere riuscito a slatentizzare un immenso materiale psichico che, prima di questa terribile avventura, giaceva seminascosto sotto il tappeto della sala di rappresentanza dell’anima di tutti noi. In un modo o nell’altro, il rimosso è uscito allo scoperto e si sta affacciando dai balconi. Ma non per cantare “Fratelli d’Italia”, bensì per costringere tutti noi a fissare lo sguardo sul “buco nero” più o meno piccolo che tutti ci portiamo nell’anima.
Vorrei cominciare, pertanto, con un ossimoro non verbale, ma immaginifico: per quanto paradossale possa sembrare, molti di coloro che erano già da tempo in terapia stanno rispondendo meglio alla pandemia che non la maggior parte delle persone così dette “sane”. Certo non tutti. E di certo, per sostenere questo assunto, mi occorrerebbe poter fare una statistica comparativa più ampia di quella che sono in grado di fare. Per cui bisognerà che il lettore si accontenti di una mia valutazione intuitiva, anche se pur sempre basata – come avrebbe voluto Goethe - sul dato dell’osservazione.
D’altra parte, è pur vero che questo elemento paradossale era già stato osservato da molti dei miei colleghi psicoterapeuti in tempi non sospetti, se uno di loro, particolarmente creativo, mesi addietro aveva addirittura fatto girare su FB questa deliziosa storiella:

“Tutti i giorni mi capita di incontrare persone terribili!
Per fortuna poi arrivo a studio
e incontro i miei pazienti.”

Non conosco il collega che l’ha inventata ma, di sicuro, ha ben interpretato una nostra opinione comune. Perché quello che noi riconosciamo a tutti i nostri pazienti, anche a quelli che non riusciranno ad usufruire al meglio dell’avventura psicoterapica, è di aver avuto avuto il coraggio, l’enorme coraggio di mettersi in discussione e di provare a guardare il Drago negli occhi.
Credo perciò che l’apparente paradosso di cui sto parlando sia determinato da questo semplicissimo dato di fatto: le persone in terapia sono già in guerra con i propri fantasmi! Hanno sollevato il tappeto, si sono armati di ramazza e stanno provando a fare pulizia. Alcuni ce la faranno. Altri, forse, non otterranno il risultato voluto… ma ci hanno provato, o ci stanno ancora provando e, questo, è ciò che davvero conta. Per quanto affranti o spaventati dai propri “parassiti animici” hanno trovato il coraggio di guardarli negli occhi. Sono tra le persone più coraggiose che si possa immaginare, perché avere coraggio non significa affatto non avere paura, bensì combattere la propria paura afferrando con l’Io una Volontà di profondità che non si lascia intimidire dall’apparente sproporzione di forza. I “parassiti animici” sono davvero molto possenti, perché in realtà succhiano la loro forza dall’energia vitale dell’anima a cui si sono attaccati. E, bisogna pur ammetterlo, il pensiero cerebrale, astratto e dialettico che di solito gli si oppone non è in grado di fronteggiarli. Occorrerebbe un altro “pensare”… Tuttavia la “comunione di terapeuta e paziente” a volte scompagina le forze in gioco, e il miracolo si realizza.
Ma anche a prescindere da questo, io credo che sia questo il motivo per cui “l’evento Condivirus”, con il suo improprio carico di morte, di paura, di isolamento, d’inimmaginabili conseguenze sul piano economico e politico, non abbia colto molti pazienti psicoterapici impreparati: loro erano già in guerra con sé stessi e, chi più chi meno, avevano già smesso di raccontarsi menzogne.
E così, nel mio piccolo, registro che alcuni pazienti, affetti da una serie di squilibri psichici che si scaricavano sul corpo, creando sintomi invalidanti e persistenti, costretti a fermarsi… stanno meglio! I dolori sono scomparsi o, come minimo, sono attenuati. Una sorta di calma piatta ha preso il sopravvento e ha tranquillizzato la mente e il corpo. Le ristrettezze imposte hanno realizzato ciò che il pensiero ordinario era incapace di realizzare.
E ancora, paradosso tra i paradossi, vengo a conoscenza che addirittura alcuni ipocondriaci si sono placati… come se, di fronte al pericolo reale, i timori assurdi e privi di contenuto si fossero volatizzati. Perché adesso il nemico è lì, pur nella sua invisibilità, perciò bisogna rimboccarsi le maniche e combattere sul serio.
Registro di persone che hanno trovato il tempo di guardare più intensamente e profondamente in sé stesse e, di fronte ad una emergenza la cui violenza non è comparabile alle fisime sciocche ed inutili che prima le occupavano, assaporano un maggior equilibrio. Intravedono una luce là dove prima c’era solo il buio.
Registro persone che, con timidezza, si riaccostano al mondo dello spirito. Non tanto alla religione, quanto piuttosto a intuizioni velate sulla natura spirituale ultima del mondo, sul significato sacro della vita e sul mistero del proprio destino.
Registro una rinnovata voglia di comprendere meglio sé stessi e le persone che ci circondano, il desiderio di conoscere la verità e di smettere di credere alle favole che i Padroni del Mondo si sforzano di promulgare.
Certo… registro pure cedimenti, regressioni apparentemente ingiustificate, recrudescenze dell’ansia e dell’angoscia, stati di agitazione. Ma sono fenomeni che ben si inseriscono in uno squilibrio già riconosciuto, in un malessere che non può sorprendere e in una difficoltà del vivere con la quale, da tempo, si stavano facendo i conti.

Tutt’altra cosa per chi, nell’epoca dell’anima cosciente, non ha mai seriamente pensato di mettersi in discussione. Qui, “l’evento Condivirus” sta facendo stragi. Perché la sua invisibilità (propria dei fantasmi), la sua potenziale violenza, l’isolamento assoluto a cui costringe, almeno per il momento, le fosche previsioni che lascia intravedere sul futuro di tutta l’umanità, hanno colto molte persone impreparate. O meglio, le ha colte mentre erano in piena funzione i consueti meccanismi di difesa che tutti noi terapeuti ben conosciamo – rimozione, repressione, negazione, sublimazione e altri ancora – e li ha scompaginati. I giochi sono saltati, i nodi sono venuti al pettine, le menzogne si sono dissolte come neve al sole e hanno lasciato molte persone nude, vulnerabili e spaventate non solo di fronte al virus in quanto tale, bensì di fronte a tutti i fantasmi che il virus ha slatentizzato.
È in questo quadro, ad esempio, che va interpretata la paura della morte che imperversa oggi tra molte persone: non ci hanno mai davvero pensato (se non in maniera astratta e vacua). La medicina aveva promesso loro cure immaginifiche, i modelli ostentati dalla TV e dalle riviste patinate sono quelle di giovani, sani, belli e vincenti, la guerra non esiste se non quella sporca in paesi più o meno sconosciuti e la miseria non li ha mai riguardati poi troppo da vicino. E invece, adesso, all’improvviso, il sipario si è sollevato e la morte, il male, il pericolo, la guerra, sono tutti lì e li guardano con un sorriso beffardo dipinto sul loro volto di pietra.
“Non era vero niente… la vita non è una piacevole passeggiata come molti ci avevano fatto credere e, forse, nasconde un segreto che non conosciamo. Ma dov’è? Chi lo conosce? Come raccapezzarsi di fronte all’orrore?”
E penso altresì al problema della solitudine. Quella vera, reale e tangibile, che però fino a pochi mesi fa era stata occultata tra lavoro, relazioni occasionali, amici, sport e interessi di vario genere. La osservo e la confronto a quella “negata”, quella di chi pur stando “insieme” è più solo che mai. Come hanno decretato tanti studi di esimi colleghi, è la solitudine peggiore, quella che di più fa soffrire. E quante coppie, quanti nuclei familiari si trovavano in questa situazione? Quanti, aiutati sempre dal lavoro, da amanti occasionali, dagli amici o dallo sport by-passavano allegramente la loro più autentica solitudine interiore? Arriva il Condivirus, obbliga alla segregazione, e l’equilibrio salta, la vita dell’anima va in pezzi perché i dissidi, l’ostilità negata, l’indifferenza e il disamore non sono più occultabili.
E ancora: penso allo sguardo di molti che, inevitabilmente, corre verso il futuro. Cosa ci riserva? Che cosa accadrà? I più ingenui e i più ostinati continuano a sperare che magari tutto tornerà come prima… e hanno paura di confrontarsi con il fatto che, molto probabilmente, nulla più invece sarà come prima. Il mondo sta compiendo un giro di boa, e a prescindere dal fatto che non è ancora possibile intuire la direzione che prenderà, di sicuro nulla sarà mai più come prima. Quando usciremo dal bunker e ci guarderemo negli occhi vedremo qualcosa che non avevamo mai prima osservato: una Realtà Altra, un mondo sconosciuto, un uomo del tutto diverso… forse peggiore, ma forse migliore.
Per ora non è dato saperlo, ma questa consapevolezza inconscia circola nell’animo di tutte le persone, e molti non sono preparati ad affrontarla. Avvertono inquietudine, angoscia, disperazione… e l’attribuiscono al Coronavirus. Ma non è lui il vero problema. Lui ha semplicemente sollevato il tappeto e portato il problema alla luce del sole.

E così eccoci qua, tutti con l’anima allo scoperto. Cosa ce ne faremo?
Difficile dirlo.
Ci sono tutti i presupposti per una discesa verso il sub-umano… così come ci sono tutti i presupposti perché la componente migliore di noi trovi il coraggio di affermarsi. E non importa quale potrà essere lo scenario che i Padroni del Mondo si sforzeranno di imporci: è nelle trincee, nelle prigioni, nei lager, negli ospedali, che l’umanità ha sempre dato il meglio di sé. E la ragione è ovvia: chi ritrova sé stesso sperimenta con il cuore che la nostra natura più autentica e profonda di esseri umani “non è di questo mondo”.
Noi apparteniamo al cielo!

giovedì 19 marzo 2020



Io e la Morte, oggi…


Anche a voler cercare con cura le parole con le quali esprimere il mio pensiero, devo ammettere di percepire una sorta di profondo timore. Ma non tanto per la situazione di pericolo infettivo che tutti stiamo vivendo, bensì per la perdita della più elementare calma o tranquillità interiore con cui esaminare i fatti (o meglio i “Dati”) che si sovrappongono e che, a voler essere corretti, meriterebbero una più attenta riflessione. Quella tranquillità imparziale che ci permetterebbe davvero di dialogare, e non di scagliarci l’uno contro l’altro, ognuno a difesa della propria piccola verità assoluta, quella calma interiore – dicevo - non c’è, non esiste nell’animo della maggior parte delle persone. Al suo posto c’è una aggressività rabbiosa le cui radici affondano in dinamiche fin troppo evidenti per chi sappia contemplare la complessa realtà della vita dell’anima umana.
Perché nonostante nessuno voglia negare l’incombere di una patologia da infezione che sembra interessare la maggior parte dei paesi compresi in una determinata fascia climatica del nostro pianeta, ci sarebbe però da valutare con molta, anzi moltissima, attenzione se i dati che costantemente vengono forniti siano tutti corretti, oppure manipolati, sovrapposti, amplificati se non addirittura distorti.
Siamo di fronte alla più grande pandemia della storia moderna o al più grande inganno che mai mente umana (o diabolica?) potesse partorire?
Questo articoletto non vuole entrare nel merito della questione, perché chi scrive sa bene che anche soltanto aver accennato a questo plausibile sospetto sarà motivo di ire funeste, da una parte o dall’altra. Come più volte ebbe a ricordare Rudolf Steiner, l’uomo moderno sembra incapace di convivere con “le domande”…  se una perplessità o un dubbio gli si manifestano, egli subito esige una risposta. Non importa se essa poi si dimostrerà infondata, l’importante è averla ora! Adesso! Subito! E guai a chi osasse metterla in discussione.
Perciò lascio volentieri la questione alla libera iniziativa di ognuno. Su Internet, o sui giornali, sulla TV o altrove è possibile trovare tutto e il contrario di tutto.
Che ognuno si faccia l’idea che crede.

Ma anche per quello che potrebbe riguardare le cause ultime di questo stato delle cose lascio ad altri la parola, preferendo, semmai, allinearmi con i pensieri espressi dal giornalista e mio buon amico Piero Cammerinesi nel suo più recente articolo su questo stesso tema e di cui allego il link: https://liberopensare.com/io-e-il-coronavirus/?fbclid=IwAR105mVcHDX_i-CFf4nNIBDrkRsSwGJRm9bbd1QY_Fl0dQlfn0ENyReXRXE
Nell’articolo, mi si voglia perdonare l’estrema sintesi, il giornalista riconduce la presupposta pandemia che tutti stiamo subendo a una significativa perdita di autentici valori spirituali, abdicati a favore di una visione materialistica dell’universo e della vita di tutti noi uomini. L’analisi condotta nell’articolo mi sembra esaustiva e mi soddisfa.
Ma allora cos’altro ho da aggiungere? Questo: io sono convinto, e oramai da molto tempo, che la situazione descritta nell’articolo sia stata originata, ma nello stesso tempo continui ad alimentare come in un furioso e infernale feed-back, dalla smisurata, profondissima, cieca e stolta paura della morte che alberga nell’anima della maggior parte delle persone di questa sciagurata civiltà moderna occidentale. Una civiltà che, chiudendo gli occhi su quanto di terribile avveniva in altre realtà limitrofe (basterebbe pensare al Medio Oriente e a tutti i suoi orrori) ha pasciuto sé stessa nell’illusione di aver scongiurato ogni guerra, ogni malattia, ogni dolore e di aver diritto, perciò, a godere pienamente della vita senza doversi mai chiedere quale fosse il senso ultimo della propria avventura su questo piccolo mondo.
Ribadisco che queste mie parole sono antiche, e non scaturite da una qualsivoglia reazione al pericolo che ora tutti stiamo correndo. La mia ricerca interiore, infatti, è iniziata quando avevo solo quindici anni, propiziata da un drammatico evento luttuoso. Poi, però, ho continuato ad incontrare “nostra sorella morte corporale”… e sempre da molto vicino: a trentatré anni in montagna e a quarantanove in volo. E infine, per ultimo, soltanto pochi anni fa, quando ne avevo sessantotto, in motorino, a Roma, fermo ad un semaforo rosso. Mi arrogo perciò il diritto di affermare che conosco l’argomento di cui sto parlando e il titolo che ho voluto dargli non è solo un omaggio all’articolo di Cammerinesi. Era il lontano 2000 quando pubblicai il mio primo libro che, sotto un titolo magari fuorviante (Attività estreme e stati alterati di coscienza) affrontava lo stesso argomento: l’ingiustificata e generalizzante paura della morte presente nell’anima dell’uomo contemporaneo. Una paura inconscia, ma sconfinata, dalla quale gli deriva una quasi assoluta incapacità di valutare e giustificare qualunque azione altrui che sembri (e sottolineo “sembri”) sfidare tale innominabile tabù.
La verità, come ho continuato a ripetere e a scrivere in altri libri e in numerosi articoli (l’ultimo è stato nell’agosto del 2018, e questo è il link: https://medium.com/psicanalisi-antroposofica/ri-pensare-la-morte-2f93ee0399a1 ), la verità – dicevo – è che tutti noi abbiamo rimosso la morte attraverso inconsapevoli processi psichici di relativizzazione e banalizzazione. Per questo molti hanno sempre ritenuta erronea la mia analisi e affermato di essere invece ben consapevoli della morte come limite estremo della vita.
Ma il fatto è che tali affermazioni sono astratte, dialettiche, discorsive… possono servire a far credere a noi stessi, e al pubblico che ci ascolta, di essere ben consapevoli del nostro tragico destino di creature mortali, ma non sono pensieri davvero accolti nella profondità del nostro essere. Vagano nella nostra mente, appaiono e scompaiono come gusci vuoti, parole senza spessore, pur permettendo di fingerci compenetrati dal senso del tragico. Ma non sono pensieri pensati, non sono scesi nel nostro cuore, non hanno compenetrato nervi, muscoli e sangue di tutto il nostro essere e per questo motivo, per questo unico ed essenziale motivo, ci lasciano del tutto impotenti e terrorizzati quando la Pallida Signora ci si presenta davanti.
Quando davvero la Morte ci sfiora, o sfiora i nostri cari, o persone che noi ben conosciamo, allora perdiamo il nostro occidentale aplomb e saremmo pronti a tutto pur di allontanare da noi la terribile minaccia.
Non possediamo l’esperienza dei nostri avi, che hanno convissuto con carestie inenarrabili, conflitti religiosi, guerre sanguinose, eccidi ignominiosi, pestilenze incontenibili o sconvolgimenti tellurici di immani proporzioni. Abbiamo dimenticato le esperienze tragiche dalle quali proveniamo. Noi di fronte a Lei impallidiamo, le membra iniziano a tremare e le viscere ci si contraggono nel tentativo disperato di contenere un’angoscia oscura e minacciosa di fronte alla quale non abbiamo alcun rimedio. Ci sentiamo inermi, perché non abbiamo Principi Viventi che ci ispirano, non abbiamo conoscenze solide che ci sostengano sospesi sull’abisso, non abbiamo più neanche una vera fede (le chiese oggi sono deserte). Con tutta la nostra intelligenza, regrediamo alla condizione di bambini spauriti e ci aspettiamo che uno Stato Forte ci prenda per mano e ci rassicuri… in cambio di ubbidienza cieca e rinuncia a qualsiasi velleità o pensiero individuale.

Quanto vado scrivendo, spero mi si voglia credere, ha poco a che fare con la situazione di emergenza che tutti stiamo vivendo né, tantomeno, è un invito all’anarchia o alla mancanza di solidarietà con tutte le altre persone che ci circondano. Sono pensieri che coltivo da decenni, che si trovano sparsi in tutti i miei libri e che sono nati dalla constatazione di quanto poco tutti noi siamo davvero preparati a guardare la morte negli occhi e a considerarla davvero, e fino in fondo, un aspetto inscindibile della vita. Eppure, ne sono convinto tanto quanto coloro che lo hanno affermato prima di me: “Chi non sa morire, non sa neanche vivere!”
E la nostra civiltà imbellettata non sa vivere! Si aggrappa all’apparenza di vita che vive senza chiedersi nulla del suo significato più profondo con ciò producendo, senza rendersene davvero conto, due ovvie reattività: o stili di vita distaccati, indifferenti, smodati se non addirittura offensivi nello spregio del suo sacro valore. Oppure, al contrario, stili pusillanimi, trattenuti, vigliacchi, sempre pronti a difendere con le unghie e con i denti quel poco di vita di cui si accontentano, non osando neanche immaginare di poterla mettere in pericolo. 
Di fatto, la nostra società – pur essendo estremamente violenta e pericolosa – ci ha addestrati a credere di poter allontanare da noi il pericolo, qualunque pericolo, e di poter sempre avere qualcuno a disposizione a cui delegare la nostra sicurezza. Ne deriva che se siamo accorti, bravi e oculati, in linea di massima possiamo vivere tranquilli e sicuri. Sappiamo che c’è sempre qualcuno che pensa a noi (la Sanità Pubblica, la Polizia, la Protezione Civile, l’Assicurazione, lo Stato) e se poi, nonostante tutto, le cose dovessero andare proprio male, allora si cercherà un responsabile da crocifiggere o, molto meglio, qualcuno da cui farsi rimborsare.
Di fatto in questi ultimi decenni la vita media degli uomini si è decisamente allungata; la medicina ha realizzato miracoli e ulteriori ne promette, noncurante delle aberrazioni e degli stravolgimenti cui necessariamente sta andando incontro; le assicurazioni e i sistemi di previdenza si sforzano di garantirci il futuro e preservarci dall’incertezza; le agenzie turistiche offrono viaggi sicuri e avventure senza rischi (sic!); la comunicazione di massa ci propina, enfatizzandoli, modelli umani sempre più sani, belli, ricchi, vincenti, spensierati e, soprattutto, eterni. Di conseguenza sempre più uomini vivono inseguendo il proprio benessere personale come se la morte fosse un evento che non li riguardasse affatto, con il risultato inevitabile di non comprendere più il valore delle cose che li circondano, il significato delle proprie esperienze e, in definitiva, della loro stessa vita. Nessuno sembra davvero felice, ma nessuno sembra disposto a fare il più piccolo sforzo per cambiare questo stato di cose. La paura è troppo forte e non ci sono valori né insegnamenti che permettano di contenerla. Forse senza neanche accorgersene i più si sono rifugiati nell’anestesia, anche se, negata la morte, la vita resterà per loro un mistero incomprensibile.
La verità è che la morte vive con noi: nasce nel momento in cui noi nasciamo e solo se integrata nella nostra quotidianità, anziché assumere l’aspetto dell’orrore, potrebbe svelare quello della saggia consigliera. La verità è che solo accettandola come nostra inseparabile compagna di viaggio sapremmo affrontare la vita con il giusto atteggiamento e il misurato coraggio.

E la realtà che tutti noi stiamo vivendo in questo storico momento esigerebbe un tale coraggio! Perché come scrissero uomini ben più saggi di me: “Se non si ha un Principio per il quale morire, allora non si ha alcun motivo per il quale vivere”.

domenica 15 marzo 2020

Presentazione del mio nuovo libro






  
Prefazione anno 2020



Sarebbe mai possibile riassumere e sintetizzare in poche centinaia di pagine i testi di Rudolf Steiner: “Le opere scientifiche di Goethe”, “Saggi filosofici” e “Filosofia della libertà”, nonché quelli di Massimo Scaligero: “La logica contro l’uomo”, “Il trattato del pensiero vivente” e “Il pensiero come antimateria” ?
La risposta a questa domanda è un categorico no! Un no assoluto, perché tutti quei testi sono stati scritti seguendo una concatenazione logica rigorosa ed essenziale di pensieri molto più simile allo sviluppo di una equazione matematica che non a uno svolgimento filosofico. Così rigorosa ed essenziale da risultare risibile il fatto di riportarne alcune parti sottraendole al contesto generale in cui sono state inserite o, addirittura, alterandone l’ordine di successione. In più, tutti quei testi sono così esaustivi in sé stessi da far risultare ridicolo e dilettantesco qualunque tentativo di accorpamento sintetico.

E tuttavia…
Era il 1978 quando io, giovane terapeuta junghiano formatomi in uno dei pochi istituti privati operanti all’epoca, operativo già da sette anni ma timoroso che l’annunciato nuovo Albo degli Psicologi e degli Psicoterapeuti potesse non riconoscere retroattivamente l’operato di quanti si erano formati negli anni precedenti alla sua entrata in funzione, sentii il bisogno di assicurarmi la legalità del mio operare iscrivendomi alla Facoltà di Psicologia che, proprio in quegli anni, aveva aperto la sua sede anche a Roma.
Verso la fine del 1982 ero perciò in procinto di portare a termine la mia seconda laurea ma, non essendo uno studentello alle sue prime prove con la vita, dopo essermi assicurata come relatrice una professoressa che mi sembrava essere la più intelligente di tutta la facoltà, come tesi finale le sottoposi un titolo dall’apparenza innocuo, ma che sottendeva una critica spietata al dogmatico sistema scientifico di cui la Psicologia si stava facendo vassalla (il termine più congruo sarebbe stato: sgualdrina).
Inconsapevole di quello che avrebbe dovuto valutare, la mia relatrice firmò il titolo da me proposto: “La realtà della realtà tra percezione e concetto”.
Ottenuta la sua firma, sparii per nove mesi, alla fine dei quali le consegnai i due terzi della mia tesi che conteneva quella sintesi delle opere principali di Steiner e di Scaligero cui sopra ho accennato.
Senza ora rinnegare quanto detto nelle prime righe, mi posso però concedere di affermare che era un lavoro ben fatto: mi era costato uno sforzo di concentrazione che si era protratto per mesi e mesi, regalandomi alcuni dei momenti più sublimi di tutta la mia vita. C’erano stati giorni nei quali avevo percepito il mio pensare volare alto, sopra le nuvole dei pensieri quotidiani e, come un’aquila reale, intuire l’ebrezza di una libertà incommensurabile.
Uno dei primi mesi del 1983 consegnai la copia della mia tesi che, se anche aveva gli ultimi tre capitoli ancora da scrivere, poteva essere già considerata un lavoro completo.
Alla mia relatrice prese un colpo… o almeno così immagino, perché dopo una settimana mi riconsegnò il dattiloscritto dove sulla pagina di copertina aveva scritto:
Egregio dottor Priorini, il suo lavoro sembra più una tesi di Filosofia che di Psicologia e non credo che sarebbe corretto da parte mia convalidarla per la prossima sezione di Laurea.
Con ciò la mia stimabile collega, perché in un certo qual senso eravamo colleghi, mostrava come la sua innegabile intelligenza mancasse di quella più accreditata conoscenza mitteleuropea e onestà intellettuale che le facesse ricordare come la Psicologia fosse derivata dalla filosofia e che di una psicologia che ignorasse i propri presupposti filosofici non si sarebbe neanche dovuto parlare.
Oltre a ciò, tanto per non rinnegare il becero servilismo con cui la Facoltà di Psicologia si offriva al dogmatismo materialistico ovunque imperante, in tutto il mio testo (che, senza falsa e inutile modestia, bisognava ammettere fosse almeno formalmente impeccabile) le uniche sottolineature rosse erano riportate sotto i termini quali: “facoltà animiche” o anche solo “dell’anima” insieme a un punto interrogativo rosso e la dicitura: “Che vuol dire?”
Questo a Psicologia!
Nei primi mesi del 1983.
Io e la Prof. battibeccammo un poco, poi – devo ammetterlo - non sentendomi così agile e spregiudicato da ribattere punto per punto le sue dogmatiche argomentazioni (in fondo avevo solo trent’anni e lei era una Baronessa nel pieno dei suoi poteri) me ne andai irritato e ritirai la mia tesi. La settimana successiva ne chiesi un’altra alla cattedra di Psicologia Dinamica, allora presieduta da Aldo Carotenuto, e in soli tre mesi mi laureai presentando una tesi sull’Archetipo del Padre in Psicologia del profondo.
“La realtà della realtà”, battuta a macchina su una Olivetti 32 portatile, fu da me riposta in un cassetto e lì rimase fino a un paio di anni or sono.
Fu nel corso del 2018, parlando con un mio anziano paziente il quale, a suo tempo, era stato curatore di stampa di diverse testate giornalistiche, che mi venne da chiedergli se sarebbe stato di in grado di trasformare i fogli ingialliti della mia vecchia tesi in un più moderno file digitale sul quale poter intervenire o, addirittura… fantasticare di completare.
Mi rispose che la cosa era fattibile e così, per un equo compenso, in un paio di mesi mi consegnò la mia vecchia tesi in un Word di facile accesso. Compiaciuto la rilessi… per la prima volta dopo trenta cinque anni che l’avevo scritta… e, diamine… dovetti convenire che era un buon lavoro. Sempre senza togliere nulla alle affermazioni fatte nelle prime righe di questa prefazione, dovevo ammettere che avevo fatto il possibile per radunare i passaggi più importanti dei testi di Steiner e Scaligero in modo che potessero allettare altri ricercatori e sollecitarli verso più ampi orizzonti della conoscenza umana.
Dopo quella lettura, da qualche parte, nella mia anima, risorse il desiderio di portare a compimento quel lavoro. Tanti anni prima quel giovanile compendio mi aveva regalato momenti di vera e propria estasi e il tema, quello della fondatezza del pensiero in sé stesso, era sempre stato e ancora rimaneva l’argomento verso il quale provavo il più entusiastico interesse. Se non avessi paura di essere mal interpretato, oserei dire che quello era l’argomento che più profondamente amavo di tutta la scienza dello spirito.
E tuttavia… dove trovare il tempo in una dimensione della quotidianità così diversa da quella dei miei trent’anni? E poi, quali erano gli argomenti specifici con i quali, all’epoca, avrei voluto portare a compimento i capitoli finali della mia vecchia tesi? Me la sentivo davvero di imbarcarmi in una simile impresa?
In realtà feci passare quasi un anno, baloccandomi tra: “Ora mi ci metto” e un “Ma che vado a pensare, lasciamo perdere”.
Sapevo benissimo che il mio sforzo non sarebbe stato destinato a nessuna pubblicazione, né, peraltro, ci tenevo più di tanto. Ma il fascino irresistibile era rappresentato dal fatto di tornare a mettermi alla prova, dopo così tanti anni; di verificare fino a che punto quei pensieri fossero maturati in me; e, infine, di testimoniare la mia fedeltà allo spirito (Michael) che di quei pensieri è il Paladino.
Non ultimo, poi, sentivo risuonare nel mio animo le stesse identiche parole del paratesto che il mio terapeuta di un tempo, anch’egli antroposofo, aveva usato per il suo personale commentario a “Filosofia della libertà”:
Amor, che nella mente mi ragiona
Sì, l’amore sospingeva anche me… e così mi rimboccai le maniche e detti inizio alla fine della mia opera.
Ma quanta fatica… non avevo immaginato quanto fosse difficile a settant’anni suonati, ancora dedito al lavoro di terapia, piacevolmente impegnato in una relazione d’amore con la compagna di questi ultimi vent’anni, distratto da mille altri interessi (alcuni, ahimè, anche superflui), trovare la concentrazione necessaria per portare a termine un lavoro iniziato nell’esuberanza giovanile dei trent’anni.
E poi… quante maggiori informazioni e quant’altri riferimenti scientifici avevo accumulato in tutti quegli anni? In realtà, avrei potuto ricominciare tutto da capo e avallare il mio dire con ben più corposi riferimenti. Decisi, però, di non farlo e di lasciare le prime 150 pagine così come le avevo scritte, senza cambiarne nemmeno una virgola.
Mi fu tuttavia impossibile rintracciare e mantenermi fedele a quello stile essenziale, asciutto e rigoroso che ero riuscito a esprimere in quegli anni. Non ero più il ragazzino di una volta, troppe esperienze e troppe conoscenze si erano accumulate, cambiando me e lo stile letterario con il quale da troppo tempo, oramai, mi esprimevo.
Tuttavia, ci provai… e se il lettore-amico che un giorno leggerà queste pagine troverà, nonostante i miei sforzi, che il salto sia comunque eccessivo… non me ne voglia. Sappia che davvero mi sono sforzato e, dove ho mancato, lo addebiti piuttosto alla immaturità del mio pensare di fronte al compito che ha osato immaginare.


INDICE

Prefazione                                                               pag.7
INTRODUZIONE                                                             pag.13
I. L’ERRORE GNOSEOLOGICO E LE SUE RIPERCUSSIONI NELLA RICERCA SCIENTIFICA.
1.1. L’impostazione gnoseologica di Kant                         pag.39
1.2. Le conseguenze dell’errore                                          pag.46
1.3. Contraddizioni insuperabili                                          pag.54
II. UNA CORRETTA IMPOSTAZIONE GNOSEOLOGICA.
II.1. Il momento dell’esperienza                                         pag.63
II.2. Il pensare sconosciuto                                                 pag.76
II.3. Il pensare e la realtà                                                     pag.90
II.4. Percezione, Rappresentazione, Pensiero                     pag.108
III. LA REALTA’ DELLA REALTA’
III.1. Oggettività delle sensazioni                                       pag.119
III.2. Il mistero della materia                                               pag.135
III.3. Per una futura scienza del percepire                           pag.143
  
SECONDA PARTE


IV. VERSO UNA NUOVA SCIENZA                             pag. 153
V. LA CONOSCENZA DELL’ INORGANICO             pag.163                                  
VI. LA CONOSCENZA DELL’ ORGANICO                pag.179
VII. LA CONOSCENZA DELL’UOMO                         pag.193

CONCLUSIONI                                                                pag. 207

venerdì 13 marzo 2020



Tutto e il contrario di tutto

La visione del mondo antroposofica di Rudolf Steiner mi ha insegnato molte cose e, quasi tutte, si sono incise in maniera profonda e significativa nella mia anima. Ma ad una, in particolare, mi sono sempre sentito legato e in tutte le più svariate occasioni mi sono sforzato di applicarla.
È una regolina apparentemente molto semplice e potrebbe essere riassunta così: “Se vuoi davvero comprendere o conoscere una cosa, un fatto o una qualsivoglia realtà, bisognerebbe imparare a osservarla da tutti i punti di vista, perché solo un tale sguardo potrebbe coglierne la verità. E 360° gradi potrebbero addirittura non essere sufficienti… bisognerebbe piuttosto osservare quella cosa, o fatto, o particolare realtà, come se fosse al centro di una sfera sulla cui superficie interna potesse liberamente vagare il nostro sguardo ripieno di pensiero, e così abbracciare l’oggetto esaminato da tutti i più possibili punti di vista”.
Certo… Non è facile accogliere e rendere vivente una tale capacità di riflessione ma io credo che se ognuno di noi non si sforzerà di farlo, sempre più difficile sarà la nostra capacità di intenderci e di portare a compimento l’esperimento Uomo.

E adesso tutti noi abbiamo un’occasione straordinaria, forse unica, di maturare in un tal senso. Ce la sta offrendo il Corona-Virus.
Vediamo come:
1) Ci sono persone che, bloccate a casa, inneggiano all’occasione più unica che rara di riappropriarsi del proprio tempo, di ritrovarsi tutti in famiglia e di mangiare insieme, seduti allo stesso tavolo, come non facevano più da molto tempo.
2) Ci sono piccoli imprenditori che, impotenti, stanno osservando andare in pezzi la loro già precaria situazione lavorativa e finanziaria. Hanno una moglie (o un marito) e dei figli e sanno, con assoluta certezza, che entro un tempo brevissimo potrebbero ritrovarsi senza più un tetto sulla testa e senza più nulla da poter mangiare. sono in uno stato di vera e autentica disperazione.
3) Ci sono giornalisti che elencano il numero dei morti che si verificano ogni giorno e raccontano lo sforzo immane che medici e personale infermieristico stanno compiendo per tentare di arginare una pandemia come non si vedeva oramai da molto tempo. Almeno in Occidente.
4) Altri giornalisti, tuttavia, confrontano i dati statistici con quelli di altri anni, esaminano le procedure con cui il virus è stato affrontato, e denunciano il fatto che i dati clinici non sono poi così diversi da quelli degli altri anni e che, senza una comunicazione panica, forse si sarebbe potuto intervenire con più efficienza.
5) Ci sono anime belle, spregiudicate, che colgono l’occasione per intravedere nel Male che sta diffondendosi una buona occasione per ricollegarsi con quella dimensione spirituale che da troppo tempo è stata obliata e, appunto per questo, piegare il capo, penitenti e rendere omaggio al Dio della propria fede.
6) Ci sono anime altrettanto spregiudicate, che senza pudore alcuno, denunciano la possibilità di una pandemia strategica, organizzata per fini economico-finanziari, politici e militari al livello globale. Hanno rintracciato laboratori segreti dove si pratica ingegneria genetica per guerre batteriologiche a basso o ad alto impatto, hanno correlato tra loro gli squilibri in atto tra le massime potenze del momento (U.S.A., Israele e Gran Bretagna da una parte e Russia, Cina e Corea dall’altra), hanno sottolineato il ruolo politico ed economico fallimentare della vecchia Europa e l’uso sperimentale di “terra di nessuno” che ne stanno facendo le Grandi Potenze Mondiali.
7) Ci sono persone sorridenti dalle finestre o dai balconi delle case nelle quali si sono segregati e che dispiegano al vento striscioni improvvisati sui quali campeggia un arcobaleno e la scritta, fiduciosa: Noi ce la faremo! Passerà anche questa!
8) Altri soffrono la segregazione forzata e sfidano il proprio destino passeggiando per le strade o nei parchi delle città. Hanno letto tutto quello che potevano sulle mascherine commerciali, sanno che non servono a nulla e se ne vanno in giro con il volto scoperto osservando un mondo che sembra andare a rotoli.
9) Alcuni inneggiano alla prova di fermezza e coerenza data dall’attuale governo italiano, ne apprezzano i provvedimenti e sono orgogliosi di rispettarne le disposizioni.
10) Altri, però, intravedono in tutti questi provvedimenti una sorta di prova generale per l’istituzione di un totalitarismo assoluto, costruito sulla fiducia e sull’amore dello schiavo nei confronti dei propri padroni.

Bene… potrei continuare. Avrei ancora molti altri punti di vista da elencare, ma per rendere l’idea di ciò che voglio dire quelli riportati possono bastare.
Perché, in fondo, davvero tutte queste osservazioni e riflessioni sono in un contrasto insolubile tra loro? Davvero la drammatica realtà nella quale stiamo tutti vivendo è solo bianca o nera, rossa o blu, gialla o verde, senza alcuna mediazione di sorta?
E se il Corona-Virus fosse tutto questo e ancora molto di più?
E se fosse una realtà indefinita che solo un pensare vivente, mobile e creativo potesse alla fine comporre correlando tra loro tutti i dati in suo possesso e contemplarlo, alla fine, nella sua verità in divenire?

Ecco… adesso, magari, qualcuno concorderà con questi miei pensieri e, con titubanza e molta, molta cautela, potrebbe addirittura provare ad accordarvisi. Ma non è questo il punto. Il punto è: riuscirà a farlo in maniera sentita, e autentica, e veritiera? Riuscirà ad essere così mobile interiormente da abbracciare come se fossero le sue tutte le posizioni che sul fenomeno in atto sono state dette e su tutte quelle che ancora si diranno?
Perché il vero problema, almeno per quello che mi è stato dato di osservare, non è il fatto che persone diverse, con destini diversi, cognizioni e coscienze diverse, vedano l’attuale pandemia così tanto diversamente… No! Il vero problema consiste nel fatto che la maggior parte delle persone sarebbe pronto a uccidere e a squartare chiunque osasse esporre in sua presenza una visione dissimile da quella da lui sostenuta. Il vero problema è che quelli che girano con mascherine e guanti di lattice strozzerebbero volentieri chi se ne va in giro a volto scoperto. E quelli che inneggiano al “Buon Governo” vorrebbero in galera tutti coloro che si sforzano di comprovare gli sporchi giochi di potere che serpeggiano sotto la situazione che tutti stiamo vivendo. Gli “Io-sto-a-casa” odiano con ferocia tutti coloro che si muovono, i più coraggiosi odiano i più timorosi, quelli più semplici e ingenui odiano tutti quelli che si impegnano a cercare di svelare gli aspetti nascosti sotto la superficie delle apparenze.

Questo è il vero problema! Questo è il vero fallimento del “progetto Uomo”: che siamo ancora lontanissimi dalla capacità di comprenderci l’uno con l’altro e di capire che ognuno di noi, ognuno con la sua piccola verità acclarata, è solo una piccola parte di un quadro molto più ampio all’interno del quale nessun particolare, per quanto piccolo, dovrebbe essere considerato inutile o del tutto errato. Siamo lontanissimi dal sentirci tutti fratelli di sangue, ancora una volta intrappolati in una terribile prova che se non riusciremo a superare tutti insieme sarà invalidata per tutti. Siamo lontanissimi da quella capacità di amarci davvero l’uno con l’altro dalla quale dipende il successo o il fallimento dell’esperimento umano del quale, volenti o nolenti, tutti facciamo parte.

sabato 27 luglio 2019



Ma di cosa stiamo parlando - Seconda puntata







Nell’ottobre del 2015 scrissi un articoletto, intitolato: Ma di cosa stiamo parlando? Di cui allego il link: http://pieropriorini.blogspot.com/2015/10/ma-di-che-cosastiamo-parlando-e.html

L'articolo finiva con timide speranze. Ero disposto a credere che l’uomo moderno occidentale, prima o poi, ce l’avrebbe fatta a uscire da baratro dell’insipienza del pensiero. Sì… volevo crederci.
Adesso, a distanza di quattro anni, registro che anche quella timida speranza si sta affievolendo.
E così, colgo l’occasione e provo a fare il punto… ancora una volta.

Da un paio di decenni stiamo vivendo in un’epoca che la maggior parte degli osservatori, in linea di massima, è d’accordo nel definire Complessa.
Solo che: Complessa non vuol dire: complicata.
Il concetto di complessità deriva dal latino complector, che vuol dire cingere, tenere avvinto strettamente, abbracciare, comprendere, riunire tutto in sé… ed è utilizzato come sinonimo di epistemologia della complessità, una branca della filosofia della scienza. Le sue radici concettuali affondano nell’800 ma la Complessità entrò prepotentemente nella moderna teoria dei sistemi quando i suoi studiosi smisero di “fingere” che, appunto, tali sistemi fossero lineari, cioè a dire scomponibili in sottosistemi indipendenti tra loro, e accettarono di studiarli nella loro complessità. Dove la complessità consiste appunto in sottosistemi che interagiscono di continuo gli uni con gli altri così da rendere fittizia e aleatoria qualunque separazione volta a risolvere i problemi passo-passo e a blocchi separati.
Oggi si può con tutta tranquillità definire complesso un sistema quando esso è composto da diverse componenti (o sottosistemi) che possono interagire tra loro in maniera dinamica, e dunque non lineare, non prevedibile a livello matematico o statistico, ma solo attraverso una sorta di creatività olistica. Tipici di questi sistemi complessi sono infatti le imprevedibili auto-riorganizzazioni e, addirittura, i comportamenti emergenti. In altre parole, situazioni nuove, improvvise, inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti del sistema, ma piuttosto emergenti dalla situazione caotica creatasi.
Naturalmente, maggiore è la quantità e la varietà delle relazioni fra gli elementi del sistema, maggiore è la sua complessità. E, di conseguenza, più frequenti saranno i fenomeni di auto-riorganizzazione e le probabilità di imprevedibili fenomeni emergenti.
Di fatto, oggi come oggi, si possono definire sistemi complessi (tra i tanti altri) soprattutto quelli sociali, quelli economici e quelli politici.

Così definita la complessità della realtà che ci attornia, dovrebbe essere evidente a chiunque che per comprenderla bisognerebbe saper esercitare un pensare mobile, vivo e sempre creativo. Un pensare spregiudicato, curioso e, soprattutto, coraggioso.
In verità, e con altre parole, oggi più che mai servirebbe un “Pensare Vivente”, scollegato dal supporto neuro cerebrale e capace di osservare la realtà come minimo a livello Immaginativo (nel senso con cui lo intende la scienza dello spirito antroposofica).
Questo pensare, però, fa difetto alla maggior parte delle persone che mi circondano, ancorché sedicenti antroposofi, e con i quali “virtualmente” mi confronto. Perciò, se devo dire la verità, proprio tutta la verità, la cosa mi sconcerta.
Perché anche ammesso che pochissimi si fossero davvero conquistati la Coscienza Immaginativa, mi sarei comunque aspettato una mobilità, una curiosità e una spregiudicatezza di pensiero di ben altro livello da quella espressa dai personaggi più o meno blasonati sui quali la coscienza collettiva ripone la propria attenzione.
Da questo punto di vista i Social Network sono un termometro di estrema precisione.
Quale che sia l’argomento in esame, basta soltanto che il suo autore appaia riferirsi a una data concezione del mondo (ma ho scritto: appaia), basta che le parole da lui usate alludano (anche alla lontana) a un qualsivoglia indirizzo politico, filosofico o scientifico diversi da quelli dell’ascoltatore-lettore, e più nessuno sembra essere in grado di esaminare la sostenibilità o meno di quel ragionamento di pensiero. Nessuno ne verifica l’attendibilità, magari parziale e incompleta, da far poi fluire in una propria visione appunto più complessa e articolata della realtà. Non se ne parla neppure. I pregiudizi dogmatici sono oramai padroni della coscienza collettiva e quasi tutti si sentono in diritto di difendere con qualunque mezzo le proprie piccine idee. Piccine non perché false… Attenzione… bensì perché limitate, circoscritte, ristrette, condizionate. Riflesse! Piccine, appunto. Ma ogni volta inneggianti per il loro sostenitore di turno alla Giustizia (ovviamente con la G maiuscola), alla Verità, alla Vita, alla Scienza, allo Spirito, ecc…
Ma la cosa ancora più risibile è che ognuno di questi strenui difensori delle più blasonate verità accusa tutti gli altri di essere caduti in errore, di essere stati condizionati, oppure di malafede, di egoismo, di stupidità o, peggio ancora, di essere criminali, infami, disumani, mostri.

Quando ero ancora studente alla facoltà di Psicologia (anni luce fa) si era soliti fare un esperimento con le giovani matricole. Si radunavano una decina di loro e gli si dava un foglio con su scritte delle frasi chiedendo di apporvi un commento. Tra queste ce ne erano alcune il cui autore era stato scambiato, così che alcune frasi del Che Guevara, ad esempio, erano falsamente firmate Adolf Hitler, e alcune di quest’ultimo erano state attribuite al primo. Era sconcertante osservare come, immancabilmente, tutti gli studenti di sinistra lodassero le frasi di Hitler e quelli di destra lodassero le frasi del Che.
Mai nessuno che si fosse chiesto quale fosse il più ampio contesto di quelle frasi e ne avesse mai verificato l’attendibilità al di fuori di una propria personale idolatria politica. Era desolante. L’unica speranza era che un giorno sarebbero cresciuti, maturati, e che sarebbero stati capaci di valutare l’attendibilità di un pensiero non dico su base iniziatica, ma almeno sulla base di una minima oggettività.
Non è accaduto. Dispiace riconoscerlo… la speranza non si è realizzata né per i giovani di quella generazione né per quelli delle successive.
E così oggi viviamo nella cultura dell’insulto, del disprezzo reciproco, dell’odio di parte, senza che nessuno si accorga della assoluta reciprocità delle ragioni parziali dell’una fazione e dell’altra.
E sia pure… possibile però che questo accada anche tra coloro che perseguono (o almeno tentano di perseguire) una Coscienza Altra da quella coscienza ordinaria che oramai è morta ed è perciò giunta al suo punto di non ritorno? 

Prendiamo un tema scottante: quello dell’immigrazione più o meno clandestina nel nostro paese. Non dovrebbe esserci alcun dubbio: è un tema COMPLESSO. Vi ruotano intorno la sacralità della vita umana e la capacità, in ognuno di noi, di una sana risonanza empatica. La consapevolezza del mancato fondamento genetico del concetto di "razza" e l'universalità del genoma umano. L’educazione alla conoscenza attenta e rispettosa delle diverse etnie e culture del mondo, compresa però la propria... Una visione a trecentosessanta gradi sui giochi di potere del liberalismo finanziario globale e sui loschi individui che vi stanno dietro. La conoscenza esatta delle più che innumerevoli cause che hanno promosso e amplificato il fenomeno migratorio e che, quasi mai, sono naturali. La libertà di analizzare con spregiudicatezza la diversità di genere, religione, cultura e paese di provenienza di tutte queste persone, ponendo in essere misure appropriate a tale diversità. La valutazione dei mezzi reali con i quali il nostro paese può supportarli e la creazione di strategie economiche funzionali e funzionanti. La capacità di riconoscere se e quali giochi politici vi si nascondano. Lo smascheramento delle mille menzogne che ognuna delle parti in gioco ha creato ad arte e che sbandiera, ad oltranza, solo per inficiare le ragioni altrui o per mantenere alto lo stato di confusione e di incertezza generale. Provare ad osservare con equanimità la diversa statura morale di coloro che ne parlano, come quelle così discordi di Laura Boldrini o di Federico Rampini, ad esempio, oppure quelle di Oriana Fallaci o di Tiziano Terzani, provando ad estrapolare da ognuno di loro le osservazioni migliori così come quelle peggiori.
E, per finire, cosa non da poco, provare a chiedersi quali possano essere i risvolti spirituali implicati in una vicenda così complessa come quella di cui stiamo parlando. Perché, se la nostra esperienza di uomini su questo pianeta non si limita ad essere una occasionale avventura di atomi e molecole che si sono incontrati per caso, allora, forse, la posta in gioco è molto più alta di quanto non appaia al pensiero ingenuo del materialista uomo moderno occidentale. Perché la religiosità che i popoli hanno espresso, e ancora esprimono, non è mera sovrastruttura, bensì misura della loro evoluzione spirituale all’interno del divenire cosmico. E se dietro le parvenze dell’Induismo, del buddismo  così come dell’ebraismo, dell’islam o del cattolicesimo (oggi tutte queste confessioni si sono ridotte ad essere l’ombra risibile di ciò che furono), c’è pochissima sostanza spirituale, è anche vero che avrebbe un suo significato il fatto che almeno l’Europa fosse capace di mantenersi fedele a quell’evento spirituale nel quale, fino a qualche secolo fa, bene o male si riconosceva e che aveva riconosciuto essere il punto culminante dell’intera storia cosmica e terrena.
Solo una possente e sentita adesione alla propria spiritualità, infatti, potrebbe giustificare una autentica permissività e tolleranza nei confronti di tutti gli altri credi trasportati dai flussi migratori, là dove l’ingenuità, la fiacchezza interiore, l’indifferenza o, peggio ancora, la vacuità agnostica tipica dell’intellettuale europeo radical-shic ne relativizzano il messaggio equiparando il suo significato a quello di tutti gli altri e, di fatto, preparando il terreno al fallimento dell’esperimento umano.
Perché se la realtà terrena è in guerra, quella spirituale non lo è da meno, ed è assai probabile che ci siano vere e proprie Entità Spirituali che, attraverso l’uomo, le sue guerre e le sue incomprensioni, si contendono il futuro prossimo della creazione.
E se mai questo fosse vero, allora potremmo considerare con maggiore attenzione le parole con le quali Rudolf Steiner si sforzava di mettere in guardia l’Europa (ed era solo il 1919) da tutti quegli impulsi che avrebbero cercato con ogni mezzo di impedirne il ruolo di centralità stabilizzante tra Potenze Oscure solo in apparenza Contendenti.
Questo avrebbe dovuto essere il sacro compito di una Europa unita, perciò contro di lei si sono accaniti sia l'immenso potere del materialismo anglo-americano (sostenuto dalle Nazioni Unite), sia l'altrettanto immenso potere del materialismo socialista internazionale.
"In un certo senso sarà difficile da capire - aveva avvertito Rudolf Steiner, da Dornach, già nel 1917 - ma bisogna comunque apprendere che i veri e giusti pensieri per la struttura sociale nasceranno soltanto quando gli uomini si rivolgeranno allo spirito... Altrimenti gli uomini nulla creeranno nel campo dei principi politici, delle strutture e delle idee sociali."
E nel 1919, a Stoccarda, fu ancora più intransigente affermando che: "solo se l'Europa troverà la strada di un rinnovato pensare lo spirito sarà in grado di non far tramontare la civiltà del mondo... altrimenti tutti ci avvieremo verso la barbarie."
Dispiace dirlo, ma questo Vivente Pensare che avrebbe dovuto nascere nel cuore dell'Europa, come eredità di una grandiosa epoca passata e di uomini straordinari che lo avevano pre-figurato, non solo sembra abortito ma, con la sua assenza, sembra aver corrotto anche quel tanto o quel poco di ragionevolezza che alcuni hanno tentato invano di conservare.

Insomma… ritornando all'attuale problema dell'immigrazione, bisognerebbe osservare e conoscere tutto questo, anche più di questo, e poi, semmai, arrischiarsi in una possibile soluzione del problema, tenendo conto che variabili imprevedibili tenderanno di continuo a spostare l’equilibrio che ci si sarà sforzati di raggiungere soprattutto se si ignoreranno le Grandi Intelligenze che dietro a tutti questi movimenti si nascondono.
E invece… nulla di tutto questo. Piuttosto improperi, insulti, accuse infamanti degli uni verso gli altri in nome della Sicurezza, della Patria, del Nazionalismo (più becero), oppure, ma tanto è la stessa cosa, della Vita, della Fratellanza, dell’autentico Spirito Cristiano e chi più ne ha più ne metta. Tanto, poi, chi vuole la sicurezza ruba e degli altri se ne frega, chi ama la patria è pronto a svenderla al miglior offerente, e chi proclama in nome della Vita, se guardasse nel fondo oscuro della propria anima, scoprirebbe di essere subito pronto ad ammazzare i propri avversari.
Ora… è anche vero che non si può pretendere che tutti riescano a realizzare esperienze concrete sulla Via Immaginativa, né che tutti gli altri si diano la pena di esaminare ogni singolo problema da tutti i punti di vista possibili e immaginabili… ma la consapevolezza della complessa articolazione della realtà dovrebbe suggerire ai più onesti, ai più sensibili, ai più colti o a quelli più intelligenti, di trattenere le proprie opinioni, fare silenzio, contemplare la realtà e attendere che da questa – come suggeriva Goethe - gli giunga infine una risposta.
Che quando arriva - perché prima o poi arriverebbe se  fossimo capaci di arrestare il nostro narcisistico "pensiero riflesso" e fare silenzio - non potrà mai essere rigida, dogmatica né tantomeno intollerante.